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Saturday, May 31, 2008

Afghanistan’s Dirty War

Philip AlstonAustralian Philip Alston, United Nations special envoy for summary, arbitrary, and extrajudicial executions, has completed his investigation in Afghanistan and denounced the use of “death squads” composed of “irregular Afghan militias” by foreign occupying forces to fight a dirty war against Taliban guerrillas. “I’ve gathered numerous accounts of violent raids against alleged insurgents conducted by heavily armed Afghan militias taking orders from foreign military,” Alston said in Kabul. “These actions often end in execution of the suspects without any army or institution taking responsibility. These secret units, known as Campaign Forces, are placed under a regular chain of command, but they operate outside the law and with utter impunity. The situation is absolutely unacceptable”. The UN special envoy explained that these militias are operating in all of the country’s “hot” zones from Helmand and Kandahar province in the south to Nangarhar province in the east.

Le milizie afgane di Daud (Foto. E.Piovesana/PeaceReporter)Face to face with the mercenaries. Two years ago in May 2006, PeaceReporter conducted an investigative report on the topic from Helmand province. The following are extracts from that report. Just outside of Grishk stands a US military base: a small fortress in the middle of the desert with the stars and stripes atop a wooden tower. The base is home to one of the many “unofficial” US prisons where suspected Taliban and Al-Qaeda are interrogated and tortured before being sent off to Kandahar, Bagram, and eventually Guantanamo.

But the base is manned by Afghan mercenaries, not American troops. The locals call them khakhprush, “men who have been sold to the enemy.” They are kids from nearby villages. They don’t wear a uniform. When they’re not out on a mission for or with the Americans, they’re hanging out on the carpets they put down in front of the barracks surrounding the walls of the base. They spend their days drinking tea, smoking hashish and maintaining their arsenal of rifles, machine guns, and rocket launchers.

Commander Daud (Foto. E.Piovesana/PeaceReporter)Their commander is mullah Daud, who welcomes us into his small, dark hut. He is seated on the ground talking with one of his officers. His AK-47 is leaning against the wall behind him, next to an English phrase book. “The Americans pay us well, but that’s not why we’re working for them: we do it because they’re the only ones who can save this country. The Afghan government, the Afghan army, the police—they’re all corrupt. All they think about is money and they don’t hesitate to join forces with the Taliban or with opium dealers to make some. They don’t do anything, while we fight the Taliban. My 500 men have been killing and arresting them by the dozen.” We go back to Grishk to visit the home of the district governor. Haji Mohammed Ibrahim lives with his assistant Farid in an old house just outside the bazaar. He is a refined individual with elegant manners. “The people here hate Daud’s mercenaries even more than the Americans. They just use fighting the Taliban as an excuse and they’re protected by the people who hire them. They’re criminals who go around killing and robbing people, breaking into homes, and terrorizing people just to make money. If you don’t pay, they take you in and turn you over to the Americans as Taliban or an Al-Qaeda terrorist.”

La guerra uccide due volte

Il 2007 è stato l'annus horribilis per i soldati delle due forze armate più potenti del
mondo. Negli eserciti dei due antagonisti storici della Guerra fredda, Stati Uniti e
Russia, non si sono mai registrati così tanti suicidi. Almeno 115 soldati si sono tolti la vita nelle file dei militari Usa, 13 in più rispetto al 2006, quando si erano uccisi 102 uomini. Molto più elevato il numero tra i soldati dell'Armata Rossa: 341 soldati, "quasi un battaglione", ha riferito il procuratore capo militare, Sergei Fridinski.
Il dolore per un commilitone mortoMissioni sempre più lunghe. Mentre i militari statunitensi si tolgono la vita in prevalenza per motivi strettamente legati al loro impiego sul campo di battaglia, i russi si suicidano per le pessime condizioni di vita nel servizio di leva, nonnismo incluso. Un terzo dei militari statunitensi è morto in uno dei teatri di guerra in Iraq o Afghanistan, senza tuttavia essere mai stato impegnato al fronte. Il 26 percento del totale dei militari suicidi non ha mai visto la guerra.
Ritorno a casaMissioni sempre più lunghe. "Numerosi fattori contribuiscono alla situazione attuale - ha spiegato Elspeth Ritchie, consulente psichiatrica dell'Ufficio sanitario generale dell'esercito Usa -. In guerra, le cause vanno attribuite alle missioni multiple, sempre più lunghe (i tempi massimi di impiego sono stati estesi dai 12 ai 15 mesi), alla distanza da casa, all'esposizione a realtà terribili, alla grande disponibilità di armi cariche". Altri fattori di rischio per coloro che non sono - o non sono stati - al fronte, includono problemi relazionali con i commilitoni, problemi di lavoro o difficoltà economiche e legali. L'epidemia silenziosa di suicidi coincide, tra l'altro, con un allarmante aumento dei casi di disturbi psichici legati allo stress post-trauma (Ptds), quella che un tempo veniva chiamata la sindrome del Vietnam: ne soffrono quasi 40 mila militari americani, secondo gli ultimi dati diffusi due giorni fa dal Pentagono.

Abusi di ogni tipo. Nell'esercito russo, ha invece spiegato il procuratore militare Fridinski all'agenzia stampa russa 'Itar-Tass', il numero di suicidi continua ad aumentare: "non possiamo non preoccuparci che i suicidi rappresentano più della metà delle perdite in tempo di pace", ha detto, ricordando che un suicidio su due riguarda un soldato professionista. Le forze armate russe godono di una cattiva reputazione, sia per le difficili condizioni di vita dei militari di leva, sia per il fenomeno del nonnismo cui sono sottoposti. Nell’ottanta per cento delle caserme russe, le giovani reclute vengono sottoposte da superiori e commilitoni a lavori forzati, abusi e vessazioni di ogni genere, ma soprattutto a inaudite sevizie e violenze che spesso portano a invalidità permanenti, mutilazioni e perfino alla morte delle vittime.
Andrey SychevVentimila casi di nonnismo. Il caso del diciannovenne Andrei Sychev – ridotto in fin di vita, con genitali e gambe amputate dopo le sevizie subite nel 2005 – ha creato grande scalpore. Secondo i dati del ministero dell’Interno russo, nel 2006 sono stati 20 mila i casi di nonnismo denunciati; secondo le associazioni non governative questi rappresentano solo la punta dell’iceberg, poiché la maggior parte dei soprusi non viene denunciata dalle vittime per paura di ritorsioni e ulteriori violenze.

Autore: Luca Galassi

Wednesday, May 28, 2008

Al Qaeda

http://freethoughts.org/archives/9-11-n.jpgAl Qaeda si appresta a diffondere un video che esorta gli estremisti islamici ad attaccare l'Occidente con armi nucleari e biochimiche. Lo rivela l'Fbi, citata dal network Abc- Ma le stesse fonti hanno anche sottolineato che all'intelligence Usa non risultano informazioni sul possesso, da parte dei terroristi, di armi di distruzione di massa. "Ci sono state varie indicazioni - ha detto il portavoce dell'Fbi, Richard Kolko - secondo le quali Al Qaeda diffonderà un nuovo messaggio che esorta all'uso di armi di distruzione di massa contro civili". Il video, secondo l'Fbi, dovrebbe venire alla luce entro 24 ore. L'intelligence Usa, hanno sottolineato fonti a Washington riprese dai media, "valuterà ogni messaggio che abbia un valore investigativo". Pur sottolineando di non avere segnali di minacce specifiche, l'Fbi ha inviato un'informativa a 18.000 uffici di polizia e investigativi negli Usa, "per eccesso di cautela", mettendoli in guardia.

Baghdad: rischiando la vita ogni giorno Dana Abdul Razzaq corre a Pechino 2008, unica donna per l'Iraq

Dana ha 21 anni, è una bella velocista che si allena tutti i giorni. Lavora sodo, con determinazione e tenacia. Ha collezionato una dozzina di medaglie in competizioni nazionali e internazionali, ed è vicina a realizzare il sogno di ogni atleta: andare alle Olimpiadi. Per lei, unica donna irachena ammessa ai Giochi di Pechino, lo è ancora di più.
Dana fa stretchingTra mille difficoltà. Dana Abdul Razzaq è una giovane donna che vive in Iraq, quell’Iraq di cui leggiamo sui giornali ogni giorno, confinato nello stato di guerra che tende a intralciare, ogni abitudine, impegno, passione, e che rende epiche imprese esemplari. Fa fatica a trovare un campo su cui allenarsi, e ad arrivarci viva. E può anche scordarsi un’equipe di massaggiatori, di nutrizionisti che bilancino la sua dieta con l’attività che conduce nei suoi allenamenti giornalieri di 6-8 ore, di medici e accompagnatori che generalmente seguono gli atleti del suo livello. Accanto a lei il suo allenatore, Yousif Abdul-Rahman, e il fidanzato. Anche la famiglia – suo padre è un ex-ciclista e suo fratello body-builder - la sostiene e la incoraggia. Oggi Dana può vantare di essere l’unica atleta donna a partecipare per l’Iraq alle competizioni olimpiche. Ventiquattro secondi e ottanta centesimi: è questo il record nazionale iracheno nei 200 metri che le ha aperto le strade di Pechino. In quella gara ai Giochi arabi del Cairo si era anche qualificata al quarto posto, ma le sono bastati tre decimi rubati al precedente record per ottenere una “Wild Card” - l'invito a chi non avrebbe i requisiti per partecipare - che le permetterà di gareggiare nei 100 e nei 200 metri.
Sotto tiro. “Amo correre, ho la costanza di allenarmi e l’ambizione non mi manca, nonostante tutti i problemi che devo affrontare”, racconta la giovane alla Reuters. Da quando ha cominciato, sei anni fa, la sprinter si trova a fronteggiare difficoltà che spaziano dai pregiudizi dei conservatori islamici nei confronti di una donna che pratica sport e viaggia per il Paese; alle mancanze nella dieta e nell’abbigliamento adeguato alla corsa, agli impedimenti pratici e logistici di spostamento. Più di una volta si è trovata a dover schivare pallottole: il coach, Abdul-Rahman, racconta ai giornalisti di quella volta in cui Dana, mentre si allenava nel campo di Jadrya, nel centro di Baghdad, è capitata nel mirino di un cecchino e, “come in un film di azione”, ha schivato le pallottole che si sono andate a conficcare su un albero vicino. O di quella volta in cui i due si tornavano a casa dagli allenamenti, passando per Saidiya, il distretto più pericoloso a sud di Baghdad, ed alcuni uomini hanno aperto il fuoco contro la loro auto: testa bassa e giù il piede sull’acceleratore, sono riuscita a scamparla. Episodi di vita quotidiana, per gli iracheni.
Divieto d'espatrio. Ai tempi di Saddam Hussein, gli atleti erano minacciati o subivano prepotenze da parte del Comitato olimpico presieduto dal figlio di Saddam, Uday. Oggi, al passo coi tempi, le federazioni sportive ad ogni livello sono politicizzate ed i permessi di viaggio per gli atleti e i loro accompagnatori sono spesso visti come dei vantaggi, o dei veri e propri passaporti per l’emigrazione. A Dana era stato proposto di andare ad allenarsi all’estero, ma ha dovuto declinare perché al suo allenatore era stata negata proprio una di queste autorizzazioni. Stando ai dati del Comitato olimpico iracheno, dal 2003, 104 tra atleti, amministratori, allenatori ed arbitri sono stati uccisi. Così come 22 funzionari, compreso lo stesso direttore del Comitato olimpico. Di loro non si sa nulla dal luglio 2006. Dana e Yousif non si aspettano medaglie. Poter gareggiare e ridurre il più possibile la distanza dagli altri atleti, per loro, profuma già d'oro.

da Barbara Carcone

Tuesday, May 27, 2008

Bambini soldato, una luce in fondo al tunnel

Ha scelto il momento sbagliato il regista Jean-Stéphane Sauvaire per presentare, al festival di Cannes, il suo nuovo film Johnny Mad Dog, tratto dall'omonimo romanzo di Emmanuel Dongala e che narra la storia di un bambino – soldato africano. Secondo un rapporto pubblicato oggi dalla Coalition to Stop the Use of Child Soldiers, infatti, negli ultimi quattro anni l'utilizzo dei bambini – soldato si è drasticamente ridotto, passando dai 27 conflitti nel 2004 ai 17 attuali.

I numeri del rapporto mettono in evidenza una realtà significativa, ma che è una buona notizia fino a un certo punto: secondo il rapporto, infatti, l'impiego dei bambini nei conflitti si è ridotto più per la cessazione delle guerre che per una reale sensibilizzazione verso i minori. A livello di legislazioni interne per punire il loro reclutamento e il loro impiego, infatti, poco o nulla è stato fatto. E in alcuni stati, come nel Myamnar, l'utilizzo di bambini – soldato verrebbe addirittura incoraggiato.

Ancora una volta, è l'Africa a classificarsi come ultima della classe: in Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Somalia e Uganda (dove recentemente i ribelli del Lord's Resistance Army avrebbero rapito un centinaio di bambini per utilizzarli come guerriglieri) l'utilizzo dei minori nei conflitti sarebbe rimasto invariato. Un po' per le esigenze belliche, un po' per le mancanze dei programmi di recupero, che non hanno abbastanza fondi per garantire a tutti un'adeguata smobilitazione oppure non includono bambini che, pur avendo servito negli eserciti come portatori o cuochi, non sono eleggibili perché non avrebbero utilizzato armi.

In assenza di campagne di sensibilizzazione e legislazioni adeguate, gli incentivi per reclutare i giovanissimi rimangono forti: i bambini hanno meno necessità degli adulti, non ricevono paghe, vengono nutriti e vestiti con poco, sono più propensi ad obbedire agli ufficiali e hanno meno istinto di autoconservazione (cosa che permette di mandarli allo sbaraglio nelle operazioni più difficili).

Considerazioni che nulla tolgono all'importanza della riduzione del numero dei conflitti. Una tendenza che va a vantaggio di tutti i civili, non solo dei bambini, e che è in parte ascrivibile agli sforzi della diplomazia internazionale e alle missioni di peacekeeping, spesso criticate per le loro mancanze ma il cui effetto positivo su alcuni conflitti (come in Sierra Leone, Liberia e Costa d'Avorio) non è evidenziato a sufficienza.

Sunday, May 25, 2008

Corpus Domini

L'immagine “http://berber.interfree.it/images/luce%20tra%20le%20mani.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori. Nella seconda lettura san Paolo ci presenta l'Eucaristia come mistero di comunione: "Il calice che benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?" Comunione significa scambio, condivisione. Ora la regola fondamentale della condivisione è questa: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Proviamo ad applicare questa regola alla comunione eucaristica e ci renderemo conto della "enormità" della cosa.

Che cosa ho io di propriamente "mio"? La miseria, il peccato: questo solo è esclusivamente mio. E che cosa ha di "suo" Gesú se non santità, perfezione di tutte le virtù? Allora la comunione consiste nel fatto che io do a Gesú il mio peccato e la mia povertà, e lui mi da la sua santità. Si realizza il "meraviglioso scambio", come lo definisce la liturgia.

Conosciamo diversi tipi di comunione. Una comunione assai intima è quella tra noi e il cibo che mangiamo, perché questo diventa carne della nostra carne e sangue del nostro sangue. Ho sentito delle mamme dire alla loro creatura, mentre se la stringevano al petto e la baciavano: "Ti voglio così bene che ti mangerei!".

È vero che il cibo non è una persona vivente e intelligente con la quale possiamo scambiarci pensieri e affetti, ma supponiamo, per un momento, che il cibo sia esso stesso vivente e intelligente, non si avrebbe, in tal caso, la perfetta comunione? Ma questo è precisamente ciò che avviene nella comunione eucaristica. Gesù, nel brano evangelico, dice: "Io sono il pane vivo disceso dal cielo...La mia carne è vero cibo...Chi mangia la mia carne avrà la vita eterna". Qui il cibo non è una semplice cosa, ma è una persona vivente. Si ha la più intima, anche se la più misteriosa, delle comunioni.

Guardiamo cosa avviene in natura, nell'ambito della nutrizione. È il principio vitale più forte che assimila quello meno forte. È il vegetale che assimila il minerale; è l'animale che assimila il vegetale. Anche nei rapporti tra l'uomo e Cristo si attua questa legge. È Cristo che assimila noi a sé; noi ci trasformiamo in lui, non lui in noi. Un famoso materialista ateo ha detto: "L'uomo è ciò che mangia". Senza saperlo ha dato un'ottima definizione dell'Eucaristia. Grazie ad essa, l'uomo diventa davvero ciò che mangia, cioè corpo di Cristo!

Ma leggiamo il seguito del testo iniziale di S. Paolo: "Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane". È chiaro che in questo secondo caso la parola "corpo" non indica più il corpo di Cristo nato da Maria, ma indica "tutti noi", indica quel corpo di Cristo più grande che è la Chiesa. Questo vuol dire che la comunione eucaristica è sempre anche comunione tra noi. Mangiando tutti dell'unico cibo, noi formiamo un solo corpo.

Quale la conseguenza? Che non possiamo fare vera comunione con Cristo, se siamo divisi tra noi, ci odiamo, non siamo pronti a riconciliarci. Se tu hai offeso un tuo fratello, diceva S. Agostino, se hai commesso un'ingiustizia contro di lui, e poi vai a ricevere la comunione come niente fosse, magari pieno di fervore nei confronti di Cristo, tu somigli a una persona che vede venire verso di sé un amico che non vede da molto tempo. Gli corre incontro, gli getta le braccia al collo e si alza in punta di piedi per baciarlo sulla fronte...Ma, nel fare questo, non si accorge che gli sta calpestando i piedi con scarpe chiodate. I fratelli infatti, specie i più poveri e derelitti, sono le membra di Cristo, sono i suoi piedi posati ancora sulla terra. Nel darci l'ostia il sacerdote dice: "Il corpo di Cristo", e noi rispondiamo: "Amen!". Adesso sappiamo a chi diciamo "Amen", cioè sì, ti accolgo: non solo a Gesù, il Figlio di Dio, ma anche al prossimo.

Nella festa del Corpus Domini non posso nascondere una tristezza. Ci sono delle forme di malattia mentale che impediscono di riconoscere le persone che sono accanto. Continuano a gridare per ore: "Dov'è mio figlio? Dove mia moglie? Perché non si fa vivo?" e, magari, il figlio o la moglie sono lì che gli stringono la mano e gli ripetono: "Sono qui, non mi vedi? Sono con te!". Succede così anche a Dio. Gli uomini nostri contemporanei cercano Dio nel cosmo o nell'atomo; discutono se ci fu o meno un creatore all'inizio del mondo. Continuiamo a domandare: "Dov'è Dio?" e non ci accorgiamo che è con noi e si è fatto cibo e bevanda per essere ancora più intimamente unito a noi.

Giovanni Battista dovrebbe ripetere mestamente: "In mezzo a voi c'è uno che voi non conoscete". La festa del Corpus Domini è nata proprio per aiutare i cristiani a prendere coscienza di questa presenza di Cristo in mezzo a noi, per tenere desto quello che Giovanni Paolo II chiamava "lo stupore eucaristico".


Friday, May 23, 2008

Violência Contra Estrangeiros

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Onda de Violência Contra Estrangeiros


Na África do sul a policia disse que na ultima semana pelo menos vinte e duas pessoas foram mortas e dezenas de outras feridas numa onda de violência dirigida contra estrangeiros na zona de Joanesburgo. Pelo menos dois cidadãos moçambicanos foram mortos e muitos querem agora regressar ao seu país.

A policia ontem disparou balas de borracha e efectuou dezenas de prisões numa tentativa para controlar incidentes esporádicos de violência antiestrangeira na área de Joanesburgo.

A violência começou há uma semana atrás no subúrbio de Alexandra, mas desde então alastrou se para mais de uma dezena de bairros pobres em redor da cidade.

Vários milhares de estrangeiros, a maior parte de países vizinhos incluindo moçambicano refugiaram se em esquadras da policia, igrejas e edifícios do governo. A maior parte disseram ter sido atacado por multidões armadas com paus, facas, catanas e pedras.

Sabe se que entre as vitimas se encontram pelo menos dois moçambicanos. Numa conferencia de imprensa no Maputo o ministro dos negócios estrangeiros moçambicano Oldemiro Baloi disse não poder especular sobre o numero de moçambicanos que poderiam ter sido mortos.

O ministro dos negócios estrangeiros moçambicano disse ainda que pelo menos 70 moçambicanos manifestaram o interesse em regressar a Moçambique.

Cerca de 50 mil moçambicanos trabalham na industria mineira da África do Sul, mas esses trabalhadores parecem não terem sido afectados pela violência. Na maior parte dos casos esses trabalhadores vivem em complexos das minas.

Um porta voz da empresa recrutadora dos mineiros disse que nenhum desses trabalhadores foi vitima da violência.

A violência antiestrangeira tem como base a falta de empregos e a percepção que os estrangeiros são responsáveis pela onda de crime no país.

Um porta voz da policia disse contudo que a maior parte dos ataque são agora levados a cabo por criminosos.

"Entre as vitimas há também sul africanos. Portanto isto é puramente criminoso".

Por outro lado o presidente sul africano Thabo Mbeki apelou à policia para rapidamente estabelecer as causas e identificar os responsáveis pela violência, apelando também aos cidadãos sul africanos para tomarem uma posição.

"É importante que as comunidades elas próprias não se isolem afirmando ser isto um problema meramente policial. Essas comunidades devem actuar em conjunto com a policia. Em conjunto devemos todos afirmar que é muito errado e inaceitável que haja este tipo de violência".

Mbeki disse que vai criar uma comissão para investigar os incidentes. O antigo presidente Nelson Mandela e dirigentes políticos das mais diversas tendências condenaram os ataques.


20/05/2008




Sudafrica, la punta dell'iceberg


Le violenze contro gli immigrati sono le ultime di una lunga serie.

da PeaceReporter




[080520mob.jpg] Nuvoloni neri sono scesi sulla nazione arcobaleno, sul Paese miracolato che riuscì a gestire in maniera relativamente pacifica il passaggio di consegne tra il regime dell'apartheid e quello della maggioranza nera: dallo scorso fine settimana, le townships sudafricane che circondano Johannesburg sono state investite da un'ondata di attacchi xenofobi che hanno provocato almeno 24 morti e costretto alla fuga circa 10.000 immigrati. Una violenza che è solo la punta di un iceberg cresciuto costantemente negli ultimi anni.

Anche se la polizia assicura che la situazione sta tornando sotto controllo, per il Sudafrica sarà difficile dimenticare quanto accaduto in questi giorni: dalle townships di Alexandra e Diepsloot, le violenze contro gli immigrati, la maggior parte dei quali provenienti dallo Zimbabwe, si sono allargate a macchia d'olio a suon di uccisioni, stupri e saccheggi. Le immagini delle vittime bruciate vive dalla folla hanno fatto il giro del mondo, spingendo il presidente Thabo Mbeki e l'arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la pace, a lanciare un appello per fermare le violenze. Invano Tutu ha ricordato che, durante la lotta contro l'apartheid, erano alcuni tra i Paesi confinanti (Zimbabwe e Mozambico in primis) a dare rifugio e appoggio politico delle popolazioni ai combattenti sudafricani. Accusati di essere i primi responsabili della crisi economica e dell'aumento della criminalità (due tra i principali problemi del Paese), gli immigrati sono ora costretti a nascondersi per evitare il peggio.

Il governo ha inviato centinaia tra membri dell'African National Congress (il partito al potere) e poliziotti per calmare la popolazione ed evitare nuove violenze. Nell'ultima notte si sono registrati altri due morti, ma la situazione sembra stia tornando lentamente alla calma. Tra i seimila e i diecimila immigrati avrebbero abbandonato le proprie case, chiedendo asilo a chiese, stazioni di polizia e sedi di Ong. Gli immigrati, stimati a 5 milioni ( tre dei quali provenienti dallo Zimbabwe), costituiscono il 10 percento della popolazione circa. Giunti a diverse ondate perché attratti dalle maggiori prospettive economiche o per sfuggire a realtà disastrate, come quella dello Zimbabwe, sono impiegati nei lavori più umili e pericolosi. Ma i problemi economici degli ultimi anni, che comprendono un declino nel settore minerario, alti tassi di disoccupazione e un'inflazione crescente, hanno ridotto i margini di crescita, suscitando il malcontento dei locali. Da qui a percepire gli immigrati come dei “ruba lavoro” e dei criminali, il passo è stato breve.

Il Sudafrica è terra di forti contraddizioni, anche in termini di politica verso l'immigrazione: da un lato, la legislazione a favore di immigrati e rifugiati politici ha permesso a milioni di persone di trovare ospitalità nel Paese. Ma il forte numero di stranieri ha provocato una crisi di rigetto che, negli ultimi anni, è stata cavalcata anche dalle forze politiche. Nelle elezioni del 1999, esponenti di tutti i partiti politici fecero leva sul malcontento verso gli immigrati per guadagnare voti. E dal 2002 ad oggi, una serie di leggi ha reso più difficoltosa la concessione di visti e status di rifugiati agli immigrati.

Secondo le ricerche di alcune organizzazioni umanitarie che operano nel Paese, dal 2005 vi sarebbero stati almeno 16 attacchi contro stranieri, la metà dei quali avvenuti negli ultimi sei mesi: in marzo, sette immigrati sarebbero stati uccisi ad Atteridgeville, presso Pretoria, mentre l'8 gennaio due somali sarebbero morti presso Jeffreys Bay e East London. Stando alle cifre fornite dalla Somali Association of South Africa, 417 somali sarebbero stati uccisi dal 1997 ad oggi. Numeri che non sono spiegabili solo con alti tassi di criminalità del Paese, tra i peggiori di tutta l'Africa. E che fanno temere un peggioramento della situazione, se le autorità non affronteranno il problema alla radice.

http://perfettaletizia.blogspot.com

FAMIGLIA E PROCREAZIONE UMANA

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Premessa. Il documento Famiglia e procreazione umana porta la data del 13 maggio 2006, ma è stato presentato ufficialmente il mese dopo a Roma, finito il convegno del Forum delle associazioni familiari (12 maggio) e prima del convegno internazionale sulla famiglia a Valencia (1-9 luglio). In novantasei pagine si propone di rintuzzare gli attacchi che oggi vengono mossi con estrema violenza alla famiglia e alla procreazione. È stato accusato di durezza e intransigenza, e soprattutto di un linguaggio che non ammette dialogo. Dopo aver dichiarato erronee e fuorvianti le proposte alternative alla famiglia tradizionale e alla procreazione, presenta in modo preciso e accurato la dottrina della Chiesa su questi argomenti. Ma il tono è assertivo e ha l’atteggiamento di chi dice: «Tu sbagli», ma non si confronta. Non prende sul serio chi pensa in modo diverso, ma lo liquida sbrigativamente mettendolo tra quelli che camminano nelle tenebre e hanno bisogno di luce per scoprire la verità. Il documento si preoccupa di fornire questa luce, presentando una sintesi chiara del pensiero della Chiesa.

Non segue lo schema invalso dopo il concilio Vaticano II, che invita a discernere nella storia "luci e ombre" e che ritroviamo, per esempio, nella Familiaris consortio; nel mondo vede solo tenebre e nella dottrina della Chiesa la luce che fa chiarezza. È un metodo che oggi viene rifiutato in partenza, perché la mentalità di oggi ritorna – anche se con altro spirito – al principio antico che nella discussione e nel confronto non ha valore il «chi lo dice», ma il «che cosa dice» (non a quo dicitur, ma quid dicitur): un principio che sembra più adatto alla mentalità di un mondo in cui – come si dice nel documento – l’individualismo frammenta la società e perde sempre più valore l’argomento ex auctoritate. Oggi si chiede il dialogo, anche se la richiesta spesso è più nominale che reale. Si è capito che il monologo di chi è certo di possedere la verità e non ha la pazienza di confrontarsi, genera solo isolamento o contrapposizione e conflitto, che radicalizzano le posizioni di ognuno.

Un’utile sintesi dottrinale, ma non aiuta incerti e deboli di fede

Una seconda accusa viene mossa al documento. La dottrina della Chiesa sulla famiglia e sulla procreazione viene fondata su principi ancora troppo generici, che avrebbero bisogno di essere rielaborati e presentati in modo più specifico per essere utili a confutare le posizioni ritenute fuorvianti. Per confutare la procreazione artificiale e il matrimonio omosessuale non è sufficiente fare appello alla dignità della persona umana, perché in nome di questo stesso principio viene fatta la richiesta delle forme alternative. È necessario analizzare l’una e l’altra posizione e far vedere che i beni che nascono dalla famiglia tradizionale e dal modo naturale di procreare promuovono in modo ottimale il bene delle persone e della comunità, mentre gli altri modi potranno soddisfare dei desideri immediati e parziali che però si rivelano controproducenti per lo sviluppo pieno della persona e della società. Non si tratta di una lotta tra il bene e il male, tra i giusti e i peccatori, ma del confronto tra persone che ritengono entrambe di promuovere il bene degli individui e della società.

Un’impostazione simile richiederebbe un impianto diverso da quello adottato dal documento. Il che non significa che sia inutile. È certamente utile per chi vuole avere una sintesi del pensiero della Chiesa su questi argomenti, anche se poi resta aperto il lavoro dell’analisi del pensiero di chi si contrappone, e del confronto, per mettere in evidenza la superiorità dei benefici che la persona e la società ricevono dalla procreazione e dalla famiglia pensati e vissuti in modo tradizionale. Oggi l’aiuto che si chiede è simile a quello che un parroco ha chiesto al pontefice Benedetto XVI, quando il 31 agosto ha incontrato i sacerdoti della diocesi di Albano: « Cosa possiamo fare noi sacerdoti per [...] comunicare al positivo la bellezza del matrimonio che sappia far innamorare ancora gli uomini e le donne del nostro tempo?». E il Pontefice dopo aver dato una sua risposta ha concluso dicendo: «Ma come comunicarlo? Mi sembra un problema comune a tutti noi». La risposta può essere data solo dal popolo di Dio intero, con l’apporto degli esperti di comunicazione e con l’esperienza degli stessi coniugi che vivono questa fondamentale esperienza umana. È quello che la Familiaris consortio aveva proposto sia nell’introduzione, sia in tutta la parte che riguarda l’aspetto pastorale.

Per questo il documento è utile per chi desidera avere un compendio della dottrina della Chiesa sulla famiglia e sulla procreazione; ma lascia deluso chi avrebbe desiderato uno strumento per confermare i deboli e gli incerti nell’insegnamento della Chiesa, e per avere più ragioni convincenti per discutere con chi pensa in modo diverso.

Una visione sintetica del documento

Non è facile presentare una sintesi di questo lungo e complesso documento. A prima vista sembra il contenitore di tutti i problemi che oggi vengono agitati intorno alla famiglia e alla procreazione. Ed è in un certo senso vero. I contenuti sono molti, e qualche volta si ha l’impressione che la preoccupazione della completezza abbia reso difficile un’esposizione semplice e unitaria. Però è possibile giungere a una prima conoscenza, sfrondando il discorso di molti temi collaterali e concentrando tutto – come suggerisce lo stesso documento – intorno al tema della procreazione umana.

Partendo dalla procreazione il discorso si estende alla famiglia, perché la famiglia è il luogo naturale della procreazione umana; e si prolunga alla società, perché la società è l’interlocutore naturale della famiglia nel compito di portare la persona procreata al suo pieno sviluppo umano. Tutto questo discorso viene collocato nel contesto socio-culturale attuale, per cui il documento dedica una parte alla ricerca delle correnti di pensiero che stanno all’origine delle nuove proposte sulla procreazione e sulla famiglia. La conclusione però è pessimistica: «Mai nella storia del passato la procreazione umana, e quindi la famiglia, che è il suo luogo naturale, sono state minacciate come nella cultura odierna» (p. 6).


Introduzione: famiglia e procreazione

Risalendo alle cause di questa crisi, individua subito la principale: «Le cause sono diverse, ma l’eclissi di Dio, creatore dell’uomo, sta alla radice della profonda crisi attuale della verità tutta sull’uomo, sulla procreazione e sulla famiglia» (ibid.). Le cause immediate sono da ricercarsi nelle diverse filosofie che hanno reso sempre più sbiadita la presenza di Dio nella vita dell’uomo, fino a farlo scomparire; e con lui anche quelle norme certe e universali scritte nella natura stessa dell’uomo, che costituivano il punto di riferimento per tutti gli uomini. Un uomo senza Dio e senza legge naturale cade inevitabilmente in un forte individualismo che frammenta tutto il vivere sociale, anche la famiglia, e lo rende unico arbitro della sua vita, delle sue scelte e del suo destino.

La scienza si sostituisce alla sapienza, il benessere e l’utile prendono il posto del bene, le applicazioni scientifiche mettono praticamente a tacere i principi che dovrebbero invece giudicarle e guidarle. Le correnti radicali propongono nuovi modelli di famiglia; alcune correnti di bioetica orientano l’uomo e la donna a una procreazione senza amore; si consolidano le politiche di controllo delle nascite che diventano concretamente una diffusione della contraccezione e della sterilizzazione; la stessa impostazione socio-economica porta a ritardare il tempo del matrimonio e della procreazione. L’uomo pensa di essere più libero, in realtà è più disorientato. In questo mondo che è nelle tenebre il documento si propone di riportare la verità sulla famiglia e sulla procreazione.

Il documento non affronta subito il tema della famiglia e della procreazione, ma parte da una riflessione sull’uomo. Infatti dalla concezione dell’uomo dipende il modo di concepire la famiglia e la procreazione. L’uomo che oggi vive nella storia è un uomo dominato dall’individualismo e tende a usare della sua libertà per raggiungere il massimo del suo benessere in ogni sua esperienza. Anche «nei rapporti intimi l’uomo e la donna si comportano come individui e ciascuno cerca il piacere più intenso o l’utilità massima per se stesso» (p. 13). All’uomo sociale e familiare si contrappone l’uomo individuale. Questa concezione dell’uomo è all’origine della richiesta di fare famiglia e di procreare in modo diverso da quello tradizionale.

1 La procreazione

Dopo questa prima riflessione generale, il documento prende in considerazione la procreazione esaminando il suo luogo naturale, cioè la famiglia. La famiglia è presente in tutte le culture dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa, delle Americhe. Da dove nasce questa esigenza di famiglia e di procreazione? Dalla natura stessa dell’uomo. Nella lex naturalis troviamo «il fondamento sia per la sessualità, per l’amore tra uomo e donna, sia per l’insieme della vera vita di famiglia» (p. 21). La procreazione ha le sue radici nella corporeità, cioè nella natura dell’uomo che è composto di anima e corpo. Da questa realtà composita nasce la sessualità, che non è riducibile a un fatto biologico, ma lo trascende e diventa un fatto psichico, interpersonale.

La maschilità e la femminilità sono due mondi di umanità che esercitano una forte attrattiva reciproca. Dall’attrattiva nasce l’amore, che è «fondamento del matrimonio e, questo, della famiglia umana che trasmette la vita ai figli e li educa per la vita sociale» (p. 23). Ma se per creare il matrimonio bastano l’uomo e la donna, per realizzare la procreazione umana è necessaria la presenza attiva di Dio. L’anima, che è l’elemento umano che permette all’uomo di trascendere tempo e spazio, nel momento stesso in cui è soggetto alle leggi della materia, non procede dall’uomo, ma è infusa da Dio. L’uomo, la donna e Dio sono all’origine della persona umana.

2 La famiglia, luogo di procreazione

Il figlio è fatto «ad immagine di Dio». Ed è questa dignità che fonda in lui l’esigenza e il diritto di essere generato da un gesto di amore e non prodotto in laboratorio; anzi, chiede di essere il frutto di un atto che non disgiunge la fecondità dall’amore, il significato unitivo da quello procreativo. Non ha bisogno solo di nascere da un gesto di unione amorosa, ma da uno stato di vita amorosa, cioè da una famiglia, perché solo questa comunione permanente può garantire al figlio di ricevere non solo l’umanità iniziale, ma lo sviluppo di tutta la sua umanità attraverso l’educazione. Per questo l’uomo e la donna devono modellare il loro amore su quello di Dio, il quale non ama la sua creatura solo nel momento della creazione, ma la segue nella sua crescita e nel suo sviluppo. La procreazione diventa una forma di «collaborazione con l’amore di Dio creatore, da cui deriva per i coniugi la condizione di cooperatori di Dio» (p. 28). Purtroppo oggi la responsabilità nella procreazione non viene più intesa come consapevolezza di diventare collaboratori di Dio nella donazione e nella continuazione della vita, ma come l’impegno a diminuire il numero dei figli, specialmente nei popoli emergenti.

3 Famiglia e procreazione integrale

Il figlio non ha bisogno solo di essere generato, ma anche di essere allevato ed educato. Per rispondere a queste sue esigenze è necessaria la presenza costante dell’uomo e della donna, che il figlio porta già uniti in sé. I genitori con l’allevamento-educazione sviluppano le premesse di vita che hanno deposto in lui, quando gli hanno donato la propria vita attraverso la comunicazione del loro patrimonio cromosomico. In altre parole: il figlio chiede di continuare a essere generato per tutta la vita dall’uomo e dalla donna che lo hanno introdotto nella vita, partecipandogli la propria vita. I contenuti di questa educazione ci sono già nella natura del figlio; si tratta di edurli (educare = educere = tirar fuori) attraverso un’attenzione personalizzata e continua. Nessun’altra struttura educativa è capace di educare come fa la famiglia, perché nessun’altra è capace di sviluppare questa cura amorosa quotidiana, attraverso la quale passano la vita e i suoi valori. San Tommaso esprime molto bene questo fatto con l’immagine del secondo utero: «Uscito dall’utero, prima di avere l’uso del libero arbitrio, è mantenuto sotto la cura dei genitori come sotto una specie di utero spirituale» (IIII, q.10, a.12).

4 Aspetti sociali del servizio alla famiglia

I genitori non bastano, e neppure la comunità familiare. Il figlio porta in sé delle esigenze che possono essere soddisfatte solo dalla più ampia comunità sociale. Per questo la famiglia e la società devono allearsi per assolvere al compito di generare l’uomo perfetto. Da questa alleanza nasce un fatto originale: la società aiutando la famiglia aiuta se stessa, perché i beni della famiglia si riversano in modo positivo nella vita sociale; e la famiglia aprendosi alla società aiuta se stessa, perché viene aiutata nell’opera fondamentale della prima personalizzazione e socializzazione del figlio. Per questo è necessario sviluppare nella società questa doverosa attenzione verso la famiglia e nella famiglia una maggiore consapevolezza delle sue capacità di influire positivamente sulla società: non solo perché provvede alla sua continuazione con la procreazione e con l’educazione del figlio alla socialità; ma anche per il fatto che l’uomo e la donna prendendosi cura l’uno dell’altra e insieme prendendosi cura dei figli, svolgono un servizio straordinario per la società, che nessun’altra struttura o istituzione svolge ed è in grado di svolgere.

La società affronta e risolve i problemi umani con gli strumenti che le sono propri, cioè la giustizia e la professionalità; mentre la famiglia affronta e risolve i problemi con lo strumento più prezioso ed efficace per la formazione umana, che è l’amore e la gratuità. E nessuna energia umana è paragonabile all’amore quando si tratta di formare la persona umana. Per questo la società deve riconoscere che la famiglia svolge un’opera propria e insostituibile per la formazione dell’uomo e della società. E deve riconoscere alla famiglia i precisi diritti che le permettono di svolgere questo suo compito: sia i diritti dovuti alla famiglia (il diritto al lavoro, al salario familiare, all’educazione dei figli, anche all’educazione sessuale); sia quelli dovuti alle singole persone che formano la famiglia.

E tra questi il primo è il diritto alla vita fin dal suo concepimento. L’aborto è un delitto abominevole, non solo verso la persona, ma anche verso la società, perché ne stravolge la struttura e le finalità affidandole il potere di conferire alle persone i diritti fondamentali dell’uomo, mentre dovrebbe solo riconoscerli, promuoverli e difenderli. Tra i beni che la famiglia produce nelle persone e nella società c’è quello di essere anello di congiunzione tra le generazioni. Nella famiglia il singolo non vive sradicato, ma è inserito in una storia che trasferisce nel presente la vitalità del passato, e apre la vita al futuro. Anche la storia della salvezza. La fede vive nei figli, perché viene celebrata ogni giorno attraverso le parole e le convinzioni ricevute dai padri. È nella vita vissuta che Dio tramanda se stesso e le sue meraviglie, da una generazione all’altra.

La famiglia è anche un’unità di consumo, ma di un consumo ordinato e programmato, nel senso che nella famiglia vengono stabilite le necessità di ognuno e a ognuno viene dato secondo le sue necessità, non solo nel presente, ma anche per il futuro. La famiglia non produce solo una economia di consumo; può essere fonte di produzione non solo organizzandosi in azienda (l’azienda familiare), ma inserendo nel mondo della produzione e del lavoro delle persone che sono state educate alla laboriosità e stimolate ad acquisire la necessaria preparazione professionale. La famiglia crea per la società un "capitale umano" che non consiste solo nell’immettere nella società delle persone preparate professionalmente, ma di immetterle con tutto il carico di umanità che acquisiscono in famiglia. Oggi ci troviamo di fronte a un grande pericolo: l’invecchiamento della popolazione, causato anche dall’individualismo che porta a vedere il figlio più come un problema che come una ricchezza, e dalla poca attenzione che la società dimostra nei confronti della famiglia.

Non si pensa sufficientemente al fatto che una popolazione invecchiata produce effetti negativi sulla società stessa, non solo economici (chi pagherà le pensioni?), ma umani e sociali, dovuti alla sproporzione tra giovani e anziani. La società anziché aprirsi alla speranza e preoccuparsi di creare ancora una volta le premesse per il futuro, si ripiega su se stessa per far fronte al problema del suo invecchiamento. L’attenzione si sposta dai giovani agli anziani, dimenticando la verità elementare che gli anziani trovano una soluzione ai loro problemi attraverso le forze nuove portate dai giovani. L’inverno demografico che dai Paesi ricchi viene esportato alle popolazioni emergenti, diventa un nuovo flagello per tutta l’umanità.

5 Riflessioni teologiche e prospettive pastorali

Il documento finisce con alcune riflessioni teologiche e alcune prospettive pastorali. Due in particolare: anzitutto imparare a vedere la famiglia e il suo potere procreativo alla luce del grande mistero trinitario, dove regna l’amore come fonte di vita e di felicità. Da questa partecipazione alla vita trinitaria nasce il potere della famiglia a portare nel tempo la vita e la salvezza. Infatti la famiglia si rivela un luogo ottimale per trasmettere la fede con la parola e l’esempio ed è abilitata proprio dal sacramento del matrimonio a trasmettere la fede attraverso i suoi due valori propri: l’amore e la vita. Il tema è stato sviluppato ampiamente dalla Familiaris consortio, e recentemente nel convegno di Valencia. In secondo luogo, riconoscere la centralità della pastorale della famiglia e della vita, non tanto nel senso di farne una parte privilegiata della pastorale, ma nel senso di tener presente la dimensione familiare in tutti i momenti della pastorale. Famiglia e amore sono inscindibili, proprio perché l’amore è il principio, l’anima, il fine della famiglia, e a lei compete il compito di vivere e di testimoniare l’amore nella quotidianità della vita.


Conclusione

Ogni documento esprime ricchezza e limiti. Questo documento presenta tutti i problemi che oggi vengono agitati intorno alla famiglia e la dottrina che sta alla base per la loro soluzione. Manca però quel linguaggio e quel modo di esporre e sviluppare il discorso che permette ai fedeli di Cristo di dialogare e di convincere coloro che presentano proposte alternative, e di dimostrare che la famiglia fondata sul matrimonio è la sola che produce in modo pieno i beni necessari per lo sviluppo umano delle persone e della società.

Giordano Muraro

Vita Pastorale n. 11

Thursday, May 22, 2008

Help, urgenza preghiere. - Gesù al centro della vita


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Ti chiedo con umiltà di pregare per una ragazza che e' rimasta incinta e il suo ragazzo non vuole più sapere niente di lei. Ha il padre e la madre di religione musulmana e rischia la pena di morte.
Preghiamo finche' non abbortisca e viva una vita serena in grazia di Dio.
Vi prego aiutatemi con le preghiere, perchè e' disperata.

Grazie Romina.

Monday, May 19, 2008

O Homem do Sam-lun-ché

Odor de bambu fresco no meu quarto.

Luar intenso no jardim.

Gota a gota, o orvalho, cristal.

Uma a uma, as estrelas cintilantes.

Um ou outro pirilampo nos locais sombrios.

As galinhas de água chamam-se, entre as margens.

Lá longe, o mundo guerreia-se.

Sentado no leito, escuto e reflicto.

Tou Fou

O Homem do Sam-lun-ché

O menino apareceu certa manhã húmida de Março à porta do convento. Era de idade à volta dos seis meses, feições mistas de chinês e europeu, pele clara. Uma criança perfeita, embrulhada em flanelas encarnadas e um amuleto de osso no pulso.

Naturalmente que as rezas se atrasaram no coro, essa manhã. Necessário alimentar o menino, que chorava alto chupando no dedo, trocar-lhe as roupas frias por panos aquecidos. Um alvoroço entre as monjas mais novas. Preocupação e dó no rosto severo da abadessa.

Não era a primeira vez que na portaria do convento apareciam crianças abandonadas. Sempre, porém, meninas recém-nascidas. Por vezes as próprias mães iam lá oferecê-las. Os pais não as queriam. Tinham de desfazer-se delas de qualquer jeito. As madres tentavam uma conciliação, prometiam a farinha, o enxoval, acabando por receber as pobrezinhas e enviá-las para a creche, donde, na devida altura, passavam ao asilo das órfãs.

Algumas dessas enjeitadas tornavam-se mais tarde irmãs conversas; outras ficavam empregadas da casa, bordadeiras. Havia um rumo a dar-lhes quando atingissem a idade adulta. Eram chamadas filhas-da-caridade.

Rapaz, contudo, parecia muito mais complicado. Onde o poriam depois da creche? Decerto que a mãe estava mesmo desesperada para assim abandonar um filho varão.

As criadas bisbilhotavam: «Mãe desnaturada! Filho macho, a maior felicidade de qualquer mulher! Bailarina, com certeza, rapariga de vida fácil, alma sem sentimentos, sem dignidade.»

A gorda irmã porteira, que fora a primeira a ver o menino, impunha silêncio. Quem poderia dizer o que levara a mãe a repudiar o filho? Na realidade, ela o aguentara até àquela idade… Quem sabia do drama de tal separação? Rezar por ela, sim, a única coisa que valia a pena.

Claro que a madre superiora não recorreu às autoridades nem tentou investigações, porque tudo seria infrutífero. Impossível descobrir a família do exposto num tão confuso mundo: refugiados dos mais diversos pontos da China, dia a dia, em levas de dezenas, usavam nomes falsos, desconheciam‑se entre si, falavam dialectos diferentes, atropelavam-se e odiavam-se uns aos outros – e isto sob o mais trágico destino que pode pesar sobre as criaturas: a falta de um pedaço de terra.

A solução não seria adoptar o enjeitado, baptizá-lo, confiá-lo à Providência? Deram-lhe o nome de Francisco, em memória do santo falecido ali em frente, na ilha de Sanchoão, há quinhentos anos. Madrinha, a criada mais antiga do convento. Padrinho, o santo.

Mas, no dia seguinte àquele em que o menino apareceu na portaria do convento, alguém pediu uma entrevista particular à madre abadessa. Era o homem do sam-lun-ché, esse que, à hora das meninas saírem do colégio, gritava na praça a sua oferta de transporte. Vinha rogar o favor de o menino lhe ser confiado logo que a creche não o pudesse ter. Era velho, pobre, só. Seu desejo, no entanto, dedicar-se a alguém. Possuía no porto interior a sua sampana, onde podiam caber ambos. Os cinquenta avos de cada corrida davam-lhe ao fim do dia o bastante para dois.

A madre aceitou, agradecida, com a condição de ele frequentar a igreja católica, a catequese, de o convento velar pela sua educação espiritual. Tinha rezado toda a noite a S. Francisco Xavier, a madre superiora, pedindo um lar para a criança desprezada. A resposta do santo viera pronta. Milagre. O velho do sam-lun-ché era chinês sério, de confiança do convento. Criar-se-ia o rapazinho com o seu povo. Cristão baptizado, educado na Igreja. Quem sabe se não chegaria a ser exemplo de muitos, a conversão do próprio protector?

Francisco Cheong – do nome do seu adoptante – fez-se um gentil menino de coro que ajudava à missa todas as manhãs na capela do convento, apresentando ao padre, na bênção da tarde, o turíbulo oloroso de incenso.

O velho Cheong deixava o triciclo à esquina para ir ver o pequeno nos actos do culto. Por vezes as lágrimas subiam-lhe aos olhos. O menino mais parecia um anjo do que gente. Passos silenciosos de um lado para outro do altar, uma vénia agora, as mãos erguidas depois, a língua estranha que ele falava, a batina encarnada a atrapalhar-lhe os pés, o roquete de rendas farfalhando. Um orgulho, um filho assim, de feições mistas de chinês e europeu, esguio e branco, que o destino lhe confiara, a ele, pobre velho sem família.

E daí passava pelo pagode a agradecer aos deuses a graça do filho adoptivo. Francisco era inteligente. Ia bem nos estudos. Desenhava a primor os caracteres sínicos. Respeitava e amava o velho a quem chamava pai.

Ao fim da tarde o homem do sam-lun-ché parava à porta da escola masculina. Ali não precisava de gritar o seu pregão. Ia buscar Francisco, que, livros na mão, se sentava na cadeirinha, depois de saudar o pai. O homem pedalava, estrada fora, e ambos, contentes, rumo ao barco no lodaçal do rio.

De manhã, era o caminho para a igreja. O velho comovendo-se, ao fundo da nave, com o porte do filho.

Mas lá veio o dia em que alma piedosa insinuou a Francisco o dever de trazer o pai para o seio de Cristo. Ele, cristão baptizado, menino de coro, comungante, e o pai a frequentar o pagode, a bater com a testa no chão diante do Buda, a consultar o bonzo. Não ficava bem. Como podia um filho católico crescer feliz junto do pai adorador de ídolos?

Na consciência de Francisco jamais tal problema acordara, e não foi sem relutância que, instado, prometeu falar nele ao pai. Achava conversa difícil, algo desrespeitosa até. Tão gozoso o velho de ir ao pagode nas festas solenes, de oferecer comida e queimar perfumes no altar dos deuses! Lera nos livros antigos que quinhentos anos antes de Cristo já na China se ensinava a Bondade e a Beleza. Não descortinava dentro de si, católico, virtudes maiores do que as do velho budista.

Era na viagem de regresso a casa. Anoitecia. O rapaz via o busto curvado do pai pedalando à frente. Não sabia por onde começar. Nunca o velho criticara a religião dele, Francisco; antes pelo contrário, achava bonito, tinha orgulho em vê-lo na capela do convento a ajudar o padre, a acender as velas, a comungar o senhor. Por que ia ele agora menosprezar o seu deus, dizer que era falso, que de nada lhe valiam as oferendas a Buda, as orações?

Chegaram a casa sem palavra.

O velho Cheong perguntava a si mesmo por que razão se mostrava o moço tão pensativo aquela noite.

O jantar decorreu também em desusado silêncio. Ouviam-se os fachis de bambu tinir na borda das tigelas. O velho ofereceu mais arroz. Francisco acenou que não. Ficaram ambos, calados, a olhar a noite e as águas escuras. Depois Francisco abriu a boca para citar uma frase do Evangelho. O pai ergueu-se. O barco vacilou. À luz da candeia, a sombra do velho alongava-se em ponte até ao cais.

Por fim, já deitados, lado a lado, nas tábuas carcomidas do bote, o rapaz, encorajado pelas trevas, entrou a falar de religião.

O velho escutava, atento. Gostava de ouvir o filho. Como sabia tanto o menino! Claro que não entendia tudo o que ele dizia. Falar de Deus, todavia, parecia-lhe matéria excelente.

Francisco contava dos mistérios da sua fé, referia-se à Bíblia, a passos da vida de Jesus.

O sono pesava nas pálpebras cansadas do condutor do sam-lun-ché, um sono bom, todo embalado nas palavras do filho, palavras ressoantes de doçura, de perdão, de amor.

A hora avançava, dando lugar à Lua. Uma lua cheia, leitosa, que o moço contemplava enquanto discorria, e que lhe trazia à ideia a lembrança de uma deidade – Nossa Senhora?, alguma santa?, o Génio da Noite?

—… Paz na Terra aos homens de boa vontade — murmurou.

E comparava a paz divina à Lua redonda. Sentia mesmo essa paz como nunca antes a havia sentido. E não disse mais nada.

Todo vestido de luar, olhos fechados, mudo, a seu lado, o pai era como se estivesse morto. Tão puro, tão bom! Desejou afagar-lhe as mãos ao de leve. A alma dele devia assemelhar-se ao rosto da Lua. Religião, Deus, oração, não seriam afinal o velho de alma branca como a Lua e a serenidade que de ambos irradiava?

Essa doutrina, no entanto, nunca ninguém lhe ensinara. Não a aprendera na catequese nem na escola. Talvez que professores e catequistas não tivessem reparado na Lua e no homem do sam-lun-ché. Ele, porém, sabia agora que era assim. Uma revelação, aquela noite. Nem cristãos, nem budistas, nem tauistas, nem confucionistas… Deus, só. Um deus de todos.

A custo o velho reabriu os olhos, vencendo o sono. O filho estava calado, meditabundo, com certeza findara já a sua bela história. E Cheong balbuciou:

— Tão novo e sabendo coisas que um velho mal entende! Por isso vou ao pagode depois de te deixar na capela das freiras. Quanto devo agradecer aos deuses um filho assim!

Maria Ondina Braga

A Rosa-de-Jericó

Vento que varre a montanha depois do aguaceiro.

Frescura de Outono ao cair da tarde.

Claridade da lua por entre os pinheiros.

Água cristalina sobre as pedras.

Um frémito percorre os bambus: as lavandiscas regressam.

Nenúfares dançam nas águas: o pescador traz a sua barca.

Evaporam-se os odores da Primavera.

Quem poderá encontrá-los? O coração silencioso?

Wang Wei

Sunday, May 18, 2008

Santissima Trinità, solennità

Sant'Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Inno sulla Trinità

« Un unico Dio, un unico Signore, nella trinità delle persone e nell'unità della natura »

Ritornello : Sia benedetto colui che ti manda !Prendi come simboli il sole
per il Padre, per il Figlio, la luce, e per lo Spirito Santo, il calore.Pur
essendo un solo essere, una trinità percepiamo in lui. Afferrare
l'inesplicabile, chi può farlo?Questo unico essere è molteplice: uno è
formato di tre e tre formano uno solo, grande mistero e palese
meraviglia!Il sole è distinto dai suoi raggipur essendogli unito;anche il
suo raggio è pure sole.Eppure nessuno parla di due soli, pur essendo il
raggio quaggiù anch'esso sole.Neanche diciamo che ci siano due Dei. Dio, è
il nostro Signore, anch'Egli al di sopra del creato.Chi può mostrare come e
dove son uniti il raggio del solee il suo calore, pur essendo liberi?Non
sono né separati né confusi, uniti, benché distinti, liberi, benché
attaccati, o meraviglia!Chi può, scrutandoli, avere presa su di essi?Eppure
non sono forse apparentemente semplicissimi, così facili da comprendere?
Mentre il sole dimora lassù, il suo chiarore, il suo ardore sono per coloro
di quaggiù, un simbolo evidente.Sì, i suoi raggi sono scesi sulla terra e
dimorano nei nostri occhi come se rivestissero la nostra carne.Quando si
chiudono gli occhi quando viene il sonno, come morti, egli lascia coloro
che verrano poi svegliati.E come la luce entra nell'occhio, nessuno può
capirlo. Così, il nostro Signore nel seno...Così, il nostro Salvatore
rivestì un corpo in tutta la sua debolezza, per venire a santificare
l'universo.Ma quando il raggio risale verso la sua sorgente, non è mai
stato separato da colui che lo genera.Lascia il suo calore per coloro che
sono quaggiùcome il Nostro Signore ha lasciato lo Spirito Santo ai
discepoli.Guarda queste immagini nel mondo creato e non dubitare riguardo
alle Tre Persone, altrimenti ti perderai!Ciò che era oscuro, l'ho reso
chiaro: come le Tre Persone fanno una sola cosa, trinità che fanno una sola
essenza. Ritornello : Sia benedetto colui che ti manda !


Friday, May 16, 2008

Direito a vida

Exigências de sequestrador para libertar um refém na China:


'Tenho 3 exigências
ou mato o rapaz!'

Negociadores chegam ao local pela janela do lado para cumprir as exigências.


Negociador em posição


Inicio das negociações



Negociações concluídas


Caso encerrado


Em Portugal, na Europa, a rua seria fechada, o homem teria a maior cobertura mediática, as negociações durariam 12 horas seguidas, viriam os gajos dos Direitos Humanos ... o preso custaria milhões para ter um julgamento 'justo', comida e boa vida na cadeia.

Entendeu por que os produtos dos chineses são mais baratos que os nossos?

Fonte: Nara Roque (DRS)

Capital do país devia ser transferida para outro local

A capital de Angola devia ser transferida para outra província, por exemplo o Huambo ou o Bié, defendeu hoje em declarações à Lusa a escritora angolana Maria Alexandra Dáskalos.

"Sou defensora disso. O que aconteceu nestes mais de 30 anos foi que realmente houve uma altura muito megalómana, muito macrocéfala de Luanda em relação ao resto do país. E seria altamente positivo deslocar a capital, porque Luanda se tornou numa cidade de rotina insuportável. É um desastre urbanístico", disse.

Nascida no Huambo, Maria Alexandra é sobrinha do nacionalista angolano Sócrates Dáskalos, fundador em 1961 da Frente de Unidade Angolana (FUA), e lançou quinta-feira em Lisboa um livro em que publica a tese de mestrado em História Contemporânea, com o título "A Política de Norton de Matos para Angola - 1912/1915", da responsabilidade das Edições MinervaCoimbra.

Maria Alexandra Dáskalos justificou a escolha do tema pelo que considera ter sido o "papel fundamental de Norton de Matos no lançar das bases da Angola moderna" durante o primeiro período de governação, entre 1912 e 1915.

"A reforma administrativa e o redesenhar do mapa de Angola, com as 'campanhas de pacificação', a rede de estradas e a penetração das três linhas férreas, a fundação da cidade do Huambo no planalto central e o objectivo de fazer desta área uma região estratégica no projecto da revolução agrícola, são factores que alteram e definem a Angola moderna", defendeu.

A mudança da capital de Angola permitiria ainda "rentabilizar uma zona como o planalto central e também dar ao povo Umbundu - e isto não é defender etnias -, uma dignidade que merecem", destacou.

"O povo Umbundu está em todo o lado, mas aquela zona merecia a importância que perdeu, porque o Huambo foi das cidades mais modernas em termos de investigação e economia no tempo colonial. Tínhamos ali a fina-flor dos agrónomos e dos veterinários de toda a África", acrescentou.

"Acho que se devia retomar a ideia do Huambo, como Norton de Matos a concebeu e está aqui neste livro como ele a concebeu, e dar importância não só à região, mas também ao povo do planalto central", frisou.

"Um vulto da grandeza de Norton de Matos na I República foi esquecido pelo Estado Novo, por razões que nos parecem óbvias. Porém, o facto de ele ter sido um colonialista provido de uma visão imperial correspondente à sua época levou também a que a revolução marcada pelo pós-25 de Abril e pela independência das colónias de África tenha relegado para um longo silêncio a sua obra em Angola", lê-se no livro de Maria Alexandra Dáskalos.

A investigadora pretende demonstrar com este livro que "a Angola da modernidade nasceu com o projecto imperial de Norton de Matos neste primeiro período de governação e que muitas das suas ideias inovadoras apenas forma concretizadas mais tarde, quando o Estado Novo, isolado internacionalmente, as recupera".

José Maria Mendes Ribeiro Norton de Matos, nascido em Ponte de Lima, em 23 de Março de 1867, iniciou na Índia a carreira na administração colonial, tendo depois viajado por Macau e pela China em missão diplomática.

O regresso a Portugal coincidiu com a proclamação da República e em 1912 assumiu o Governo-geral de Angola, cargo que exerceu até 1915, quando foi demitido em consequência da nova situação política que se vivia em Portugal durante a Primeira Guerra Mundial.

Entre 1921 e 1924 voltou a exercer o cargo de Governador-geral de Angola, tendo posteriormente sido nomeado embaixador de Portugal em Londres, de que foi afastado aquando da instauração da Ditadura Militar, que antecedeu o Estado Novo.

Eleito em 1929 grão-mestre da maçonaria portuguesa, participou nas eleições presidenciais de 1949, desafiando o regime de António Salazar, mas devido à falta de liberdade no acto eleitoral, e prevendo fraudes eleitorais, acabou por desistir depois de participar em comícios e outras manifestações de massas.

Fonte: Noticias Lusòfonas

Thursday, May 15, 2008

California's top court overturns gay marriage ban

SAN FRANCISCO - In a monumental victory for the gay rights movement, the California Supreme Court overturned a voter-approved ban on gay marriage Thursday in a ruling that would allow same-sex couples in the nation's biggest state to tie the knot.

Domestic partnerships are not a good enough substitute for marriage, the justices ruled 4-3 in striking down the ban.

Outside the courthouse, gay marriage supporters cried and cheered as the news spread.

Jeanie Rizzo, one of the plaintiffs, called Pali Cooper, her partner of 19 years, and asked, "Pali, will you marry me?"

"This is a very historic day. This is just such freedom for us," Rizzo said. "This is a message that says all of us are entitled to human dignity."

In the Castro, historically a center of the gay community in San Francisco, Tim Oviatt started crying while watching the news on TV.

"I've been waiting for this all my life," he said. "This is a life-affirming moment."

The city of San Francisco, two dozen gay and lesbian couples and gay rights groups sued in March 2004 after the court halted the monthlong wedding march that took place when Mayor Gavin Newsom opened the doors of City Hall to same-sex marriages.

"Today the California Supreme Court took a giant leap to ensure that everybody — not just in the state of California, but throughout the country — will have equal treatment under the law," said City Attorney Dennis Herrera, who argued the case for San Francisco.

The challenge for gay rights advocates, however, is not over.

A coalition of religious and social conservative groups is attempting to put a measure on the November ballot that would enshrine laws banning gay marriage in the state constitution.

The Secretary of State is expected to rule by the end of June whether the sponsors gathered enough signatures to qualify the marriage amendment, similar to ones enacted in 26 other states.

If voters pass the measure in November, it would trump the court's decision.

California already offers same-sex couples who register as domestic partners the same legal rights and responsibilities as married spouses, including the right to divorce and to sue for child support.

But, "Our state now recognizes that an individual's capacity to establish a loving and long-term committed relationship with another person and responsibly to care for and raise children does not depend upon the individual's sexual orientation," Chief Justice Ron George wrote for the court's majority, which also included Justices Joyce Kennard, Kathryn Werdegar and Carlos Moreno.

In a dissenting opinion, Justice Marvin Baxter agreed with many arguments of the majority but said the court overstepped its authority. Changes to marriage laws should be decided by the voters, Baxter wrote. Justices Ming Chin and Carol Corrigan also dissented.

The conservative Alliance Defense Fund says it plans to ask the justices for a stay of their decision until after the fall election, said Glen Lavey, senior counsel for the group.

Gov. Arnold Schwarzenegger, who has twice vetoed legislation that would've granted marriage rights to same-sex couples, said in a news release that he respected the court's decision and "will not support an amendment to the constitution that would overturn this state Supreme Court ruling."

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Associated Press writers Terence Chea, Jason Dearen, Juliana Barbassa and Evelyn Nieves contributed to this report.