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Saturday, July 18, 2009

Maschi a rischio estinzione, tutta colpa del cromosoma Y


Poveri maschietti: a quanto pare, stiamo scomparendo. Letteralmente. Tutta colpa del cromosoma Y, quello che possiedono solo i signori uomini, che sembra si stia progressivamente deteriorando. A sostenerlo è uno studio americano che ha cercato di mettere in luce il processo evoluzionistico che sarebbe alla base del deterioramento. 

In altre parole, l'evoluzione del cromosoma Y è stata molto più veloce rispetto a quella del cromosoma X, che possiedono sia i maschi che le femmine. Una rapidità che ha portato all'inevitabile perdita di geni. "Oggi il cromosoma umano Y contiene meno di 200 geni, mentre X ne ha circa 1.100", dice la biologa Melissa Wilson, responsabile dello studio. Tra quei 200, però, "alcuni sono importanti, come ad esempio quelli coinvolti nella formazione dello sperma. Insomma, benché ci siano le prove che il cromosoma maschile si stia deteriorando, alcuni geni sopravvissuti possono essere essenziali, dal momento che si sono conservati tanto a lungo". 

Già, ma fino a quando? "Pensiamo che ci sia la possibilità che l'intero cromosoma Y possa svanire", assicura la Wilson. Con tanti saluti a tutti i maschietti sulla faccia della terra. E questa è la cattiva notizia. Quella buona? "Ci vorranno alcuni milioni di anni"....




Scritto da Carlo Garzotti

Afghanistan, morire da alleati

L'attacco con un ordigno a Farah: è esploso al passaggio della pattuglia italiana


IN PARTENZA DA KABUL - La notizia della morte del parà italiano sul fronte sud-occidentale afgano giunge inattesa solo a chi non ha ben presente che i soldati italiani, in Afghanistan, stanno combattendo una guerra. Non più come 'truppe di riserva', com'è stato negli ultimi anni, bensì come forze combattenti al pari di statunitensi, britannici e canadesi. Da quando, all'inizio della primavera, il governo Berlusconi ha schierato in Afghanistan i paracadutisti della brigata 'Folgore', rimuovendo tutte le limitazioni operative in vigore dal 2001, le truppe italiane sono penetrate in territorio nemico, lanciando un'offensiva volta a strappare ai talebani il controllo della provincia sud-occidentale di Farah, nel tentativo di arginare la loro avanzata verso il nord-ovest dell'Afghanistan. Primo obiettivo: la riconquista della strada 517, l'unica che collega il capoluogo provinciale, Farah City, alla 'Ring Road', la statale circolare che collega tutte le città del Paese. E' proprio sulla 517 che è avvenuto l'agguato di oggi. Da maggio, per 'mettere in sicurezza' questa strada, le truppe italiane stanno combattendo senza sosta nel distretto di Bala Buluk con carri armati e elicotteri da guerra, uccidendo guerriglieri talebani e, a quanto pare, anche qualche civile. Come lo scorso 13 maggio, quando nel villaggio di Pasht-e-Rod, un contadino è stato ucciso dal fuoco di mitraglia di un blindato su cui i residenti dicono di aver visto la scritta 'Italia'. "Prima la gente di qui vedeva di buon occhio i soldati italiani perché aiutavano la popolazione - racconta a Peacereporter Bilquees Roshan, consigliera provinciale di Farah - ma ultimamente le cose sono cambiate". Anche gli attacchi della guerriglia talebana contro le nostre truppe sono aumentate esponenzialmente negli ultimi due mesi.

"E' normale", ci spiega da Herat il maresciallo Marco Amoriello. "Da quando la nostra attività è aumentata nelle zone più a rischio, i nostri uomini sono maggiormente esposti ad attacchi". E ancor di più lo sono da quando molti talebani, in fuga dalla grande offensiva Usa nella vicina provincia di Helmand, sono fuggiti nella più 'tranquilla' provincia di Farah. Il maresciallo Amoriello liquida questa relazione come "elugubrazioni senza senso", ma pochi giorni fa questa realtà era stata denunciata dal comandante provinciale della polizia di Herat, generale Esmatullah Alizai, il quale aveva anche detto che il comando militare italiano si era lamentato per questo spiacevole effetto dell'operazione statunitense in Helmand. Era da tempo che i nostri alleati chiedevano all'Italia di "fare la sua parte" nella guerra in Afghanistan. Morire fa parte della guerra.



Enrico Piovesana

Thursday, July 16, 2009

D. Florinda

Tem setenta anos a D. Florinda.
E num dia de cada mês há correspondência na sua caixa de correio.
— Vem na hora certa — diz a D. Florinda, sorrindo para o gato que anda sempre atrás dela.
D. Florinda veste roupa nova, penteia melhor o cabelo ralo, branco e curto. Calça os sapatos de pano e borracha, fecha a porta com muito cuidado, e mete a chave num saco bastante coçado.
Truc, truc, truc... lá vai ela muito direita. Lá vai ela a caminho do banco.
Quando entra, entrega a carta ao empregado, e diz baixinho:
— É a minha reforma!
Recebe o dinheiro e, truc, truc, truc..., lá vai ela muito direita.
Lá vai ela a caminho da livraria do Zé.
Depois de entrar percorre as estantes com o olhar.
Demora-se, indecisa na escolha.
E acaba por descobrir o livro, que paga e manda embrulhar.
Outra vez na rua, truc, truc, truc..., lá vai ela a caminho da casa onde mora o Rodrigo, o seu neto.
Toca à campainha, aparece o Rodrigo, e ela estende o embrulho e diz:
— É para ti, rapaz. Mais um livro para a tua biblioteca!


António Mota
Segredos
Porto, Desabrochar Editorial, 1996

Thursday, July 09, 2009

Amor a dobrar

Belinda era uma menina com sorte. Tinha duas avós. À avó da cidade chamava Vó. À do campo chamava Vivó.
Belinda vivia na cidade; por isso, via a Vó muitas vezes. Esta tomava conta dela quando a mãe estava ocupada.
Belinda e a Vó tinham muitas frases só delas e faziam coisas especiais.
— Anda lá, Vó! — Vamos fazer um tingalaio.
— Tingalaio! Meu burro pula, meu burro salta, meu burro bate com sua pata — dizia a avó, enquanto levava Belinda às cavalitas.
A Vó levava a neta muitas vezes ao parque, e ambas dançavam por entre as árvores, de mão dada. Quando chegavam a casa, Belinda tomava limonada e comia as suas bolachas favoritas, feitas com gengibre.
Nas férias, a menina via a Vivó.
Toda a família ficava em casa da avó. Como era uma casa pequenina, a mãe e o pai encaixavam-se no quarto de hóspedes, enquanto Belinda dormia numa caminha extra. Belinda e a Vivó tinham muitas frases só delas e faziam coisas especiais.
— Põe um pato no sapato! — dizia Belinda.
E a Vivó levava a neta a ver os patos e as galinhas.
Também faziam piqueniques no campo atrás da casa. A Vivó levava sumo de maçã e as bolachas favoritas de Belinda, as de queijo. Quando acabavam de comer, a menina pedia:
— Anda, Vivó! Vamos brincar às rodinhas!
Depois de muito andarem à roda, caíam no chão uma em cima da outra.
Quando estavam na cidade, a Vivó telefonava todos os domingos e falava sempre com Belinda. Até parecia que estava mesmo ali ao lado.
Belinda gostava muito das suas duas avós.
Quando nasceu o seu irmãozinho, fizeram uma festa na casa da cidade. Todos vieram à festa, incluindo a Vivó. Foi a primeira vez que Belinda teve as duas avós ao mesmo tempo com ela. Divertiram-se tanto!
Mas a Vó não foi a correr buscar limonada para Belinda. E a Vivó não lhe deu sumo de maçã.
Ficaram sentadas e quietas… até que Belinda caiu.
Bateu com a cabeça e ficou sem respiração. Começou a chorar. A Vó e a Vivó puseram-se ao lado dela, rápidas como um relâmpago. Embalaram-na entre elas, como se fosse uma sanduíche. Belinda teve direito a um beijo da cidade numa face e a um beijo do campo na outra.
Segurou as mãos das avós e não queria largá-las.
— Vamos! — disse, puxando por elas.
— Aonde? — perguntaram as avós.
— Para o outro quarto. Vamos divertir-nos! — pediu Belinda.
A Vó pôs uma gravação.
— Vivó, sabe dançar esta música?
A Vivó ensaiou alguns passos e voltas.
E dançaram as três, ao som do ritmo.
De repente, começou a ouvir-se uma velha canção. A Vó e a Vivó começaram a cantar.
Depois, a Vó pôs Belinda às cavalitas da Vivó.
— Tingalaio! — exclamou Belinda, e lá foram as três pela casa fora, a trotar e a saltar.
Depois, foi a vez da rodinha. Fizeram uma rodinha e acabaram por cair umas em cima das outras, rindo e batendo palmas.
— Tem de vir mais vezes visitar-nos — sugeriu a Vó à Vivó.
— Tem de vir passar férias connosco — sugeriu a Vivó à Vó.
Belinda estava radiante. Quando as duas avós se juntam, diverte-se a dobrar e tem amor a dobrar.



Bernard Ashley
Double the Love
London, Orchards Books, 2003
Tradução e adaptação

Wednesday, July 08, 2009

LA NUOVA ENCICLICA


«Carità e Verità sono la base
dello sviluppo dei popoli»
Carità e Verità sono i "due termini che hanno segnato il magistero in questi anni di pontificato" e non è quindi un caso che la prima enciclica sociale di Benedetto XVI (la terza del suo pontificato) sia intitolata "Caritatis in veritate". E' quanto ha sottolineato il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio GIustizia e Pace, presentando questa mattina alla stampa il testo dell'enciclica "sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità". Martino ha anche sottolineato la continuità con la Populorum Progressio di Paolo VI di cui originalmente avrebbe dovuto essere la commemorazione a 40 anni dalla pubblicazione. La redazione della "Caritas in veritate" ha richiesto più tempo del previsto e non ha potuto dunque essere pubblicata nel 2007, ma la nuova enciclica si presenta comunque come un approfondimento e allargamento della Populorum Progressio.

Il cardinal Martino giustifica la nuova enciclica con i profondi cambiamenti avvenuti nel mondo dopo l'ultima encilica sociale di Giovanni Paolo II, la "Centesimus Annus", di 20 anni fa.

Quantro alle novità dell'enciclica, esse sono state sottolineate da mons. Giampaolo Crepaldi, segretario uscente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e arcivescovo eletto di Trieste, secondo cui il punto di vista sintetico assunto dall'enciclica è che "il ricevere precede il fare". Vale a dire che "bisogna convertirsi a vedere l'economia e il lavoro, la famiglia e la comunità, la legge naturale posta in noi ed il creato posto davanti a noi e per noi come una chiamata - la parola 'vocazione' ricorre spesso nell'enciclica - ad una assunzione solidale di responsabilità per il bene comune". Per questo il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo è l'annuncio di Cristo".

Altra novità fondamentale è che "i due fondamentali diritti alla vita e alla libertà religiosa trovano per la prima volta una esplicita e corposa collocazione in una enciclica sociale", ha detto Crepaldi, che ha poi aggiunto: "Nella Caritas in veritate la cosiddetta questione antropologica diventa a pieno tiolo questione sociale. La procreazione e la sessualità, l'aborto e l'eutanasia, le manipolazioni dell'identità umana e la selezione eugenetica sono valutati come problemi sociali di primaria importanza che, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia e rendono difficile l'accoglienza del debole".

L'altro tema nuovo dell'enciclica, ha proseguito Crepaldi, "è l'ampia trattazione del problema della tecnica", che costituisce "la più grande sfida al principio della precedenza del ricevere sul fare".

Il disprezzo del pudore non è libertà


Non è un segno di reale progresso sociale e culturale il fatto che "oggi si sia arrivati ad agire e a parlare con sfrontatezza senza limiti di cose di cui si dovrebbe veramente arrossire e vergognare". Lo afferma il segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, nell'omelia della messa celebrata a Latina in occasione della memoria liturgica di Santa Maria Goretti, la ragazza che nell'Agro pontino preferì afrontare la morte pur di preservare la sua purezza.

"Non è in gioco - spiega Crociata - un moralismo d'altri tempi, superato; è in pericolo il bene stesso dell'uomo". "La festa di santa Maria Goretti - rileva il presule - fa affiorare alle nostre labbra parole desuete, come purezza, castità, verginità, che facciamo fatica a pronunciare, che ci fanno forse arrossire. Ed è questo il paradosso: si arrossisce per 'tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lodè, per dirla con san Paolo".

 Secondo il segretario della Cei, "l'esempio di santa Maria Goretti ci riporta ad alcune verità umane e cristiane fondamentali: la dignità e l'identità della persona, la grandezza del corpo, la bontà della sessualità, la natura della libertà". E tutto questo, spiega, "non ci spinge alcun disprezzo del corpo, alcuna tabù circa la sessualità, alcun timore della libertà; ci sollecita la pena che suscita lo spettacolo quotidiano di degrado morale che si consuma in tante immagini proiettate dai mezzi di comunicazione e nelle cronache di vite senza fine devastate". "Abbiamo bisogno - esorta mons. Crociata - di riscoprire che il corpo non è un oggetto di cui usare dissennatamente, che anche il corpo è persona; e la sessualità ne è la dimensione più profonda e intima, che orienta e dirige all'amicizia, all'amore e alla comunione. Abbiamo bisogno di riscoprire che siamo fatti per amare nel rispetto di noi stessi e degli altri, secondo l'ordine scritto nella nostra natura prima che nelle pagine della Bibbia. A questa capacità di amare autenticamente, cioè nella logica del dono e non del consumo egoistico e dello sfruttamento, abbiamo bisogno di educarci e lasciarci continuamente rieducare".

È sotto gli occhi di tutti, sottolinea Crociata, il fatto che "la libertà intesa come sfrenatezza e sregolatezza non porta affatto all'autentica espressione di sè e alla gioia dell'amore, ma all'uso dell'altro, alla sua sottomissione e all'annullamento come persona".

"Assistiamo - lamenta il segretario della Cei - ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria, con cui fin dall'antichità si è voluto stigmatizzare la fatua esibizione di una eleganza che in realtà mette in mostra uno sfarzo narcisista; salvo poi, alla prima occasione, servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a parole e con i fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro genere".

Secondo mons. Crociata, "nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati; soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio. Dobbiamo interrogarci tutti sul danno causato e sulle conseguenze prodotte dall'aver tolto l'innocenza a intere nuove generazioni. E innocenza vuol dire diritto a entrare nella vita con la gradualità che la maturazione umana verso una vita buona richiede senza dover subire e conoscere anzitempo la malizia e la malvagità. Per questa via - osserva il presule - non c'è liberazione, come da qualcuno si va blaterando, ma solo schiavizzazione da cui diventa ancora più difficile emanciparsi".

In proposito, mons. Crociata ha citato anche quanto detto di recente dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco: 'Le responsabilità sono di ciascuno ma conosciamo l'influsso che la cultura diffusa, gli stili di vita, i comportamenti conclamati hanno sul modo di pensare e di agire di tutti, in particolare dei più giovani che hanno diritto di vedersi presentare ideali alti e nobili, come di vedere modelli di comportamento coerentì. "Abbiamo dinanzi a noi - conclude il vescovo - un compito educativo enorme, che è anche e anzitutto autoeducativo, se non in tanti casi autocorrettivo: purezza e castità riappaiono come valori costitutivi di un tale percorso formativo, in cui ci sono responsabilità di genitori ed educatori, e responsabilità di istituzioni e della società intera".


Tuesday, July 07, 2009

Obama

Obama inconta Putin: migliorano i rapporti Usa-Russia
Nel corso della sua visita a Mosca il presidente degli Stati Uniti ha incontrato il premier Putin ed il presidente Medvedev. Rimane il disaccordo sull'ipotesi dello scudo spaziale americano in Repubblica Ceca e Polonia, ma molti passi avanti sono stati fatti nell'intesa tra i due Paesi. In particolare c'è l'accordo per la riduzione degli arsenali nucleari ed il passaggio dei militari americani nello spazio aereo russo verso l'Afghanistan. Fiducioso Obama: “Washington e Mosca hanno più cose in comune che differenze”.
 
Mai così buoni i rapporti tra Russia e Stati Uniti. La seconda giornata a Mosca del presidente Obama si è aperta con la visita al premier Vladimir Putin. È chiaro, inevitabilmente i due Paesi non potranno essere d'accordo sull'intera linea però Obama si è mostrato fiducioso, spiegando che c'è un'eccellente opportunità per migliorare l'intesa tra gli ex nemici della guerra Fredda. Un modo per affrontare le differenze con tono di reciproco rispetto. “Washington e Mosca” ha commentato Obama, “hanno più cose in comune che differenze e se lavoriamo duro nei prossimi giorni possiamo fare straordinari progressi che porteranno benefici ai popoli di entrambi i Paesi”.
Il presidente degli Stati Uniti, che lunedì ha incontrato il presidente Medvedev, ha avuto parole d'elogio per lo “straordinario” lavoro di Putin come presidente e premier russo. Dal canto suo Putin ha evidenziato come i rapporti tra i due Paesi abbiano avuto “alti e bassi” ma l'avvento del nuovo inquilino della Casa Bianca ma rappresenta il miglior viatico per “giungere a relazioni migliori”.
Molto fitta l'agenda di Obama a Mosca. Dopo Putin sarà la volta dell'incontro con il protagonista della Perestroika, Mikhail Gorbaciov, poi della conferenza New Economich School sui futuri rapporti tra Stati Uniti e Russia. Non solo uomini politici, in programma anche appuntamenti con importanti esponenti del mondo economico e dei rappresentanti delle organizzazioni sociali.
Tra gli aspetti più rilevanti della visita moscovita del presidente Usa, la firma dell'accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari. Secondo l'intesa con Medvedev, ci sarà una riduzione in sette anni a 1.500-1.675 testate e 500-1.100 vettori balistici. Un memorandum che non ha valore giuridico ma solo politico, il primo presupposto per il proseguimento dei negoziati per il rinnovo del Trattato Start I, in scadenza il 5 dicembre.
Non solo rose e fiori. Restano le divergenze sul progetto di scudo antimissile che gli Stati Uniti vogliono istallare in Repubblica Ceca e Polonia. Il problema rimane aperto, ad annunciare il disaccordo è stato il vice ministro degli esteri russo, Sergei Ryabkov: “Nella dichiarazione congiunta dei due presidenti si legge che le parti vogliono continuare a discutere su come rilanciare la cooperazione per reagire alla diffusione dei missili balistici. Ciò significa che noi non siamo ancora d'accordo nel valutare quali sono le conseguenze di certe decisioni dell'amministrazione Usa”. Obama rimane fiducioso e ribadisce la necessità di un sistema di difesa missilistico per annullare la minaccia di un attacco da Iran e Corea del Nord.
Altro argomento caldo è il fronte afghanistano. Qui non ci sono state discussioni e la Russia ha concesso l'autorizzazione all'utilizzo del suo spazio aereo per il transito di soldati e materiali militari americani verso l'Afghanistan. Secondo questo nuovo accordo gli Stati Uniti potranno compiere 4.500 voli l'anno senza pagare dazi e senza essere costretti a scali intermedi. Un risparmio non indifferente, stimato in 133 milioni di dollari.
W.A.

Thursday, July 02, 2009

A Menina Gigante


Era uma vez uma jovem gigante. Vivia recolhida na orla da floresta porque tinha medo de assustar os homens. Certa vez, tinha encontrado uma senhora a apanhar cogumelos, que arregalou os olhos e fugiu a correr, cheia de medo.
A jovem gigante ficava muitas vezes à janela de casa a pensar no que a mãe, uma mulher normal, lhe dissera:
— Um gigante, ainda vá. Mas uma gigante? Vais ficar só na vida. Nenhuma rapariga vai querer-te como amiga porque o teu tamanho inspira medo. Nenhum rapaz vai apaixonar-se por ti. Os homens gostam que as mulheres olhem para eles de baixo para cima.
Aconteceu que um guarda-florestal construiu a sua casa à beira da da menina, na orla da floresta, e olhava muitas vezes para ela, do outro lado.
O rosto que surgia à janela do primeiro andar agradou-lhe. Numa manhã, antes de ir para a floresta, acenou-lhe com a mão.
A gigante acenou-lhe timidamente e ficou a seguir o rapaz com o olhar, até ele desaparecer, pequenino, entre as árvores.
“Se viesse agora alguém do meu tamanho!”, pensava ela. A partir daquele dia, antes de ir para o trabalho, o jovem guarda-florestal passou a trocar algumas palavras com a vizinha em cima, à janela.
Pelos finais de Fevereiro, quando os dias começaram a crescer, ele ouviu falar de uma festa de Carnaval na cidade. “Vou perguntar à minha vizinha se quer vir comigo”, pensou ele.
À noite, ao regressar do trabalho, não a encontrou à janela. Bateu à porta, mas ninguém abriu. Então, rodou a maçaneta. Da porta, olhou para o quarto e assustou-se.
Estendida no chão, em cima de um colchão enorme, estava uma gigante a dormir. A sua cara era agora ainda mais bonita do que à janela. Um sorriso iluminava-a, talvez estivesse a ter algum sonho agradável.
Sem fazer barulho para não acordar a gigante, o guarda-florestal fechou a porta e foi para casa. Devia guardar segredo a respeito do que presenciara.
Na manhã seguinte, o rapaz parou debaixo da janela e gritou para cima:
— Há uma festa de Carnaval na cidade. Não quer lá ir, vizinha? Talvez eu consiga reconhecê-la, mesmo disfarçada. Olhe que era divertido!
— Oh! — balbuciou ela. — Carnaval? Não saberia de que havia de ir vestida!
— No Carnaval tudo é possível — disse o guarda-florestal a rir. — De certeza que vai haver muitos duendes, fadas, bruxas, gigantes!
A jovem pensou então: “ Esta é uma boa oportunidade para me misturar com as pessoas. Toda a gente vai pensar que eu estou mascarada de gigante. Ninguém vai assustar-se comigo.”
Então, a jovem gigante foi à cidade e misturou-se com os mascarados. Sentiu-se bem no meio de tantas bruxas, ciganas, índios e anões. Muitas pessoas, principalmente crianças, paravam a olhar para ela admiradas.
Uma menina pequenina exclamou:
— Gosto de ti, gigante. Gostava de andar às tuas cavalitas no jardim zoológico e poder finalmente olhar a girafa de frente.
A jovem gigante fechou os olhos por um momento e imaginou como seria estar com a menina e com a girafa.
— E eu — exclamou um rapazinho — gostava de andar aos teus ombros no circo. No espectáculo de ontem tive de ficar sentado atrás e não vi quase nada!
A gigante fechou os olhos por um momento e imaginou-se no circo com o menino.
— Também eu ficaria contente se te tivesse — disse um adulto. — Algumas telhas na minha quinta estão partidas e a goteira está entupida. Não te seria nada difícil arranjar aquilo.
A gigante fechou por momentos os olhos e imaginou-se a reparar o telhado do lavrador. Saber que as pessoas podiam precisar de alguém do seu tamanho deixava-a contente.
De repente, um cochicho passou pela multidão e abriram lugar a um segundo gigante. Atravessou a ponte em direcção à jovem e agarrou-a pelas mãos.
O gigante e a gigante dançaram juntos um gigantesco minuete. As pessoas batiam palmas. A gigante gostava de dançar. Finalmente podia olhar para uns olhos directamente à sua frente e não muito abaixo de si. Através da abertura da máscara, olhava para uns olhos maravilhosos, onde estavam reflectidos florestas, nuvens, o azul do céu.
“Finalmente alguém do meu tamanho!”, pensava ela. “Não foi com isto que sonhei durante tanto tempo?”
Uma espanhola mascarada esticou a mão e puxou a perna das calças do gigante. Queria saber se aquelas pernas compridas eram verdadeiras. O gigante começou a vacilar e um par de andas caiu ao chão. Viu-se então que ele não era um gigante mas um homem de tamanho normal.
Por detrás da máscara deslocada, a jovem reconheceu o seu vizinho, o guarda-florestal. As lágrimas corriam-lhe pela face.
— E tu? — perguntou uma das crianças à gigante. — Ao menos tu és a sério?
A jovem limpou as lágrimas com as costas das mãos. A cólera e a tristeza davam-lhe coragem e gritou:
— Todos têm de ficar a conhecer o meu segredo! Sim, sou uma gigante verdadeira! Moro sozinha na orla da floresta para não vos assustar! — fez uma pausa. Mas ninguém fugiu assustado.
— A sério? Mas isso é óptimo! — disse um rapazinho. E olhava para ela cheio de admiração.
O guarda-florestal, que, muito envergonhado, se afastara, aproximou-se da jovem e, cheio de coragem, disse-lhe:
— Eu também quero libertar-me do meu segredo. Há já algum tempo que sei que és uma gigante. Mas, acaso isso é razão para não te amar? Também os meus amigos, as árvores, são grandes. Se quiseres, mostro-tas amanhã.
No dia seguinte, o guarda-florestal e a jovem gigante passeavam pela floresta. E iam de mão dada!
 
 
 
Eveline Hasler
Die Riesin
München, Ellerman Verlag, 1996
(Tradução e adaptação)