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Wednesday, November 11, 2009

11 Novembre

Solo la guerra di liberazione impose una svolta. Il movimento indipendentista fu iniziato da alcuni leader protestanti, peraltro divisi in tre partiti rivali. Il movimento principale dell'Angola, l'MPLA di Agostinho Neto, si schierò sul versante comunista. Quando il Portogallo gli cedette il potere 1'11 novembre 1975, Neto chiese l'intervento delle truppe cubane e con l'aiuto di queste riuscì a sconfiggere l'FNLA di Roberto Holden.

Non poté invece battere l'UNITA di Jonas Savimbi, appoggiato militarmente da reparti speciali sudafricani e finanziato dagli Stati Uniti. Quest'ultima connessione mantenne viva nell'animo di molti ecclesiastici la speranza di una vittoria della civiltà cristiana occidentale sul comunismo ateo.

La guerra civile

Il sostegno all'UNITA crebbe quando il presidente Neto incominciò ad attuare una legislazione di tipo marxista, sopprimendo le festività cristiane, Natale compreso. La guerra civile si protrasse per sedici anni. Le trattative di pace furono ardue: solo al sesto tentativo si raggiunse un accordo (a Bicesse, il 1° giugno 1991). Ma in seguito alle concordate elezioni multipartitiche nell'ottobre 1992, Savimbi non accettò la sconfitta, e la guerra civile ricominciò. Nel 1994 furono presi nuovi accordi a Lusaka, che tentarono di stabilire una precaria condivisione del potere, ma l’UNITA approfittò del momenti per riarmarsi, e rioccupare gran parte del territorio tra il 1998 e il 2000.

Ma l’ostinazione del suo leader nel rifiutare il dialogo e i negoziati lo resero sempre più isolato a livello internazionale. La sua parabola si concluse in modo tragico con la morte in un’imboscata tesa dal governo, e la resa dei suoi generali.

La riorganizzazione della Chiesa dopo la fuga del clero portoghese

Il Vaticano cominciò a ristrutturare la gerarchia angolana già dal 1975. I vescovi portoghesi si dimisero e furono sostituiti da candidati angolani. La maggioranza del clero missionario portoghese abbandonò precipitosamente il paese. Quattro nuove diocesi furono create nelle zone più remote del paese: Lunda, Cunene, Cuando Cubango, oltre che Kwanza Sul.

Nel 1977 l'organizzazione della Chiesa fu ingrandita con l'erezione di due nuove province ecclesiastiche oltre a Luanda: Huambo (Nova Lisboa) nella zona centrale e Lubango (Sá da Bandeira) nell'estremo sud. L'arcivescovo di Lubango, mons. Alexandre do Nascimento, fu il primo cardinale africano di lingua portoghese, nominato nel 1983 (quindi trasferito a Luanda nel 1986).

Penuria di sacerdoti, ma poco spazio ai laici

Nel 1990 l'Angola aveva 16 diocesi, di cui solo tre erano gestite da vescovi missionari; il clero diocesano ammontava a 120 sacerdoti, assistiti da 222 missionari (anche fra questi ultimi figuravano alcuni angolani). Essi si prendevano cura di 5.600.000 battezzati, il doppio del 1970, quando il clero locale ammontava a 660 individui. L'Angola è dunque il paese africano con il maggior numero di fedeli per ciascun prete: 16.800. In tutto mondo, solo Cuba ha una percentuale più alta di questa!

Tale penuria di sacerdoti lascia pensare che per l'Angola sia giunta l'ora dei laici. Lo dimostra soprattutto l'inaspettata crescita delle vocazioni alla vita religiosa femminile, favorita dalla formazione di decine di nuove congregazioni di suore (il totale delle sorelle è salito da 782 nel 1970 a 1073 nel 1990). Ma l'integrazione delle suore nel ministero pastorale resta ancora esitante.

La medesima esitazione si è verificata nei riguardi dell'affidamento di responsabilità effettive ai laici, nonostante la presenza imponente di una schiera di 18.000 catechisti. Così, nel 1990, su 80 parrocchie (circa un terzo del totale) rimaste vacanti per anni, solo sette erano dirette da suore e 31 da laici.

Inoltre, le comunità sentono molto la mancanza di libri per la catechesi e la liturgia, specialmente per una liturgia inculturata. Fino a oggi, però, non si è affermata la visione nuova di una Chiesa costruita sul fondamento della comunità locale e incarnata nella cultura del popolo, come in Mozambico.

La chiesa, una voce credibile negli anni della guerra

D'altro canto, durante i lunghi anni della guerra civile, la Chiesa si è guadagnata una solidissima credibilità. I vescovi, con le loro coraggiose richieste di giustizia, riconciliazione e pace, sono apparsi come i leader morali della nazione. I pastori hanno condiviso le sofferenze e anche le torture subite dal loro gregge, al punto che alla fine della guerra non solo il popolo era denutrito, ma anche i sacerdoti, le suore e alcuni vescovi.

La solidarietà del clero con il popolo è diventata la più grande testimonianza del Vangelo. Ad esempio, vedendo la dedizione delle suore infermiere in Angola, un medico russo ateo si convertì. Nel periodo pre-elettorale tutti i partiti corteggiarono la Chiesa, che agli occhi della gente era rimasta l'unica istituzione degna di fiducia.

La chiesa riprende le sue funzioni sociali quando il regime abbandona il marxismo

Il presidente Jose Eduardo dos Santos fece un voltafaccia plateale restituendo alla Chiesa tutte le proprietà, le scuole e gli ospedali precedentemente confiscati. Questo gesto, pur costituendo da parte del regime comunista un'esplicita ammissione del proprio fallimento, rappresentò solo un mezzo successo per la Chiesa, che dovette riprendere le vecchie funzioni istituzionali e fu pertanto distolta dalla ricerca di percorsi nuovi e rivoluzionari per l'edificazione della comunità.

Altri due avvenimenti contribuirono a rafforzare l'immagine pubblica della Chiesa cattolica angolana. Nel 1991 si svolse la celebrazione del quinto centenario della fondazione della Chiesa in Angola (avvenuta a Mbanza Kongo nel 1491). In quella circostanza il portavoce del governo invitò gli ascoltatori a immaginarsi quanto sarebbe stata triste la storia della loro patria senza i missionari.

Poi seguì la visita del papa, il giorno di Pentecoste 1992. Rivolgendosi al pontefice, dos Santos encomiò a tal punto la Chiesa da far scrivere ai cronisti che il discorso del presidente sembrava quello di un vescovo.

Le chiese protestanti

Le Chiese protestanti radunano meno del 10% della popolazione. La loro immagine può sembrare modesta, se paragonata a quella trionfante dei cattolici. Ma i protestanti hanno sofferto molto di più per la causa dell'indipendenza, e sul piano della vita interna della Chiesa essi sono di gran lunga più avanzati. I cattolici dovrebbero imparare da loro come costruire comunità cristiane vivaci e responsabili.

L'Angola protestante ha ricevuto un prezioso riconoscimento internazionale con l'elezione di uno dei suoi membri più eminenti, José Chipenda, a segretario generale dell'All Africa Council of Churches (Concilio pan-africano delle Chiese). Egli ha infuso in quell'organizzazione una nuova energia. Nel 1997 è tornato a servire la sua Chiesa locale.

Tratto e adattato da: John Baur, Storia del Cristianesimo in Africa, EMI, Bologna, 1998

 www.missioni-africane.org








About portuguese colonization in Angola La società angolana non è stata influenzata solo dal dominio coloniale, ma come ogni altra realtà sociale complessa, i diversi cambiamenti sono stati indotti dal contatto con le popolazioni vicine grazie alle migrazioni e ai commerci tra una regione e l’altra. I Bakongo, Kimbundu e Umbundu dopo il 1961 rifiutarono il ruolo di apprendisti della «civilização» imposto loro dai portoghesi. Alla fine del secolo scorso sempre più la popolazione si rifiutava di accettate l’ordine coloniale mettendo in discussione la presunta superiorità dei Portoghesi. Questo atteggiamento era condiviso dalle popolazioni della maggior parte delle colonie africane degli anni cinquanta e sessanta. Nel 1975 dopo aver ottenuto formalmente l’indipendenza, l’Angola non si sciolse facilmente dai vincoli economici e sociali che la legavano al Portogallo. La persistenza di questi vincoli, nonostante la presunta autonomia e sovranità degli stati ex colonie, ha dato origine a forme di sfruttamento delle potenze occidentali definite col termine di neocoloniali. La dipendenza delle istituzioni economiche al Portogallo ha ulteriormente aggravato la situazione del neonato stato angolano, tutto ciò unito all’instabilità politica dovuta alla guerra, diede origine in breve ad una grave fase di sottosviluppo del paese. L’indipendenza dichiarata a Luanda la notte dell’11 novembre del 1975 da sola non poteva risolvere i sogni di sviluppo e prosperità della popolazione finalmente arbitra del proprio destino dopo secoli di occupazione coloniale. In realtà il colonialismo portoghese non era morto con l’indipendenza ma continuava a mantenere il suo dominio sulla cultura e sulla società angolana. Nel frattempo le nuove “élites” intellettuali angolane si ponevano come obiettivo politico quello di intervenire nella società per operare cambiamenti sostanziali. Queste “élites”  perseguitate dalla PIDE e costrette alla macchia erano sopravissute attraverso la guerriglia nelle foreste di Mayombe (MPLA), nei campi profughi del Congo (FNLA) e nelle basi del Sud (UNITA). Dopo l’indipendenza scarse erano state le trasformazioni economiche e la guerra aveva aggravato la situazione di miseria dei livelli sociali più deboli. Le strutture industriali lasciate dai portoghesi vennero sistematicamente distrutte, le vie di comunicazione interrotte, i ponti fatti saltare. Ciononostante l’influsso economico e politico del Portogallo persisteva grazie al dominio sulle masse più povere e ignoranti, esercitato da un’“élite” privilegiata. Successivamente alla decolonizzazione in Angola entrarono nella ribalta politica, attraverso l’internazionalismo cubano, la Russia appoggiando l’MPLA da una parte e l’America dall’altra appoggiando con le truppe sudafricane l’UNITA. L’Angola divenne così il palco dove le superpotenze misuravano le loro forze. «Il dominio culturale unito al cambiamento sociale forzato può prescindere [dal dominio politico] se i popoli accettano l’egemonia di una potenza straniera (…) che magari decide l’intervento diretto per apportare quei cambiamenti che considera necessari, anche se le genti locali vi si oppongono» (Shultz 1999: 305).   Questo sembra essere il destino del colonialismo portoghese in Angola. Le rotte commerciali più importanti tra Portogallo e Angola, partivano dal porto di Luanda, di Lobito e Benguela, attraversavano l’oceano per giungere a Lisbona. Dal XV secolo, quando i Portoghesi apparsero sullo scenario angolano, il sistema mercantile della regione subì un profondo cambiamento. I Bakongo e gli Umbundu partner dei mercanti portoghesi si diedero alla caccia di schiavi, oltre che di avorio e di gomma, sui sentieri impervi “do mato”, dove i Portoghesi non si avventuravano. Le società angolane che vivevano all’interno subirono profonde ripercussioni pur non avendo rapporti diretti con gli occupanti portoghesi. In seguito, alla fine del XVIII secolo, con la penetrazione coloniale, lo sviluppo dei porti commerciali e con lo sviluppo dell’industria i “bianchi”  videro nell’Angola un’illimitata fonte di materie prime (avorio, gomma, spezie, schiavi) a basso costo, indispensabili per l’industria europea e per le piantagioni brasiliane. L’attenzione degli occupanti era rivolta allo sfruttamento delle materie prime e non alla loro trasformazione che veniva fatta in Europa. I prodotti trasformati rientravano in Africa nei negozi dei coloni ed erano venduti alla popolazione locale che in questo modo era costretta ad entrare nel sistema monetario come salariato a basso costo delle fazendas. Nel XIX secolo la competizione per le risorse e i mercati africani scatenò  la corsa alla divisione del continente in aree di occupazione esclusiva determinate dalla conferenza di Berlino.  L’amministrazione coloniale portoghese adottando l’“indirect rule”, cominciò a intrattenere relazioni con i soba angolani, furono stipulati dei trattati e quando non fu possibile i territori furono occupati con la forza. In tal modo venne consolidato il dominio coloniale portoghese che si basava sul monopolio del commercio attraverso “pombeiros” e “funantes” (Abranches 1980: 71) e sulla costruzione di “lojas” anche all’interno. Nulla impedì ai coloni portoghesi di introdurre tra la popolazione cambiamenti sociali e culturali, finalizzati a rendere efficiente il sistema di sfruttamento economico e migliorare il controllo della popolazione. Gli amministratori coloniali erano convinti che attraverso il loro intervento sarebbero state aiutate le popolazioni locali. infatti vennero inaugurate scuole, ferrovie, opere sociali che davano lustro alla Provincia dell’ultramare portoghese.  I movimenti di opposizione, d’altro canto, ritenevano assai difficile che gli angolani sfruttati e soggiogati potessero trarne qualche beneficio. Da un’attenta analisi delle diverse realtà coloniali, si può osservare che non tutti i gruppi sociali subirono gli stessi effetti, in questo quadro i meticci hanno avuto un ruolo particolare. I portoghesi che avevano lasciato le loro famiglie nella metropoli europee iniziarono ad unirsi con le donne angolane. Le donne del posto ambivano sposare un “bianco” ed era ritenuto un fatto socialmente rilevante avere dei figli meticci. I Portoghesi, d’altra parte, giustificavano questo fatto anche ideologicamente con il lusitanismo che tendeva a costruire una nazione omologata al Portogallo anche dal punto di vista razziale.  È da notare che la maggior parte dei “bianchi” provenivano da uno strato sociale particolarmente basso. I Portoghesi che popolavano la colonia erano ex galeotti deportati, a cui veniva offerta la possibilità di riscattarsi colonizzando terre lontane dalla madre patria in regime di semi libertà. Il Portogallo aveva bisogno di popolare con genti europee le terre che conquistava, i coloni venivano spediti all’interno per seguire i commerci o divenivano dei soldati in caso di necessità. Trovava conveniente spedire nelle colonie ladri, briganti, disoccupati, ebrei e avventurieri che, evidentemente, appartenevano alle classi sociali ed economiche più basse, spesso erano uomini ridotti alla miseria che non avevano alcuna attitudine al lavoro. Spedendo nelle colonie questi uomini il governo portoghese otteneva di popolare i nuovi insediamenti con genti che avevano pochi scrupoli, si atteggiavano a comportamenti spesso violenti e avevano un livello culturale molto basso. Molti di loro erano galeotti che pur di non marcire nelle prigioni portoghesi accettavano di essere deportati nelle colonie a loro rischio e pericolo. Alcuni finivano per morire di malaria e di fame, altri invece sopravvivevano e si insediavano in mezzo alle popolazioni spesso fatte oggetto di violenze e sopraffazioni. Erano capaci di grandi crudeltà e perversità. (Abranches 1968: 98 s.). Non potendo più tornare in Portogallo, ai “degregados” non rimaneva altra alternativa se non quella di unirsi alle donne del posto. Questa ipotesi potrebbe spiegare il grande numero di meticci presenti nella colonia. I meticci, malvisti dalla popolazione locale, che li vedeva come figli dei coloni, erano legati soprattutto ai “bianchi”. Con loro si rapportavano senza quei pregiudizi che li dividevano dai “neri”. I meticci divennero così uno strato sociale intermedio che faceva da cuscinetto con la popolazione nera. Avevano un ruolo di collegamento con i coloni che poco si fidavano dei “neri” . Vivendo vicino ai “bianchi”, spesso si arricchivano e in certi casi avevano avuto il privilegio di seguire il padre in Portogallo. Accedevano all’istruzione scolastica e in certi casi occupavano posti influenti nel sistema amministrativo, diventando amministratori e capi posto in sostituzione dei “bianchi”. Con la politica del “contrato” nei territori dell’interno si formarono insediamenti occupati interamente da “contratados” provenienti da etnie del sud. Gli Umbundu e i Bailundo furono deportati nelle fazende di caffè coltivato dai Portoghesi a Uije, Sanza Pombo, Mbanza Kongo. Gli Umbundu non si mescolavano facilmente con i Bakongo, appena potevano facevano ritorno nel Sud a Huambo, Andulo, Benguela. Molti però non avevano mezzi per sostenere un viaggio così lungo e finirono per rimanere in insediamenti aperti dai Portoghesi nelle vicinanze della fazenda. Rimasero anche dopo l’indipendenza isolati dai Bakongo che impararono a tollerarli. Le loro tecniche di coltivazione erano superiori a quelle dei Bakongo, sapevano far uso del concime, alternavano i prodotti da seminare con la rotazione dei terreni, aravano servendosi dei buoi. I loro orti erano ben curati e sapevano sfruttare il terreno fertile in prossimità di fiumi e paludi. Vivevano stabilmente nei loro villaggi, si differenziavano nel modo di costruire le capanne, parlavano umbundu e raramente si univano a donne bakongo. 
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Già dall'anno 1000 l'Angola era abitato da popolazioni di lingua bantu, che vivevano d'agricoltura, utilizzando attrezzi in ferro e che praticavano il commercio sulle eccedenze di produzione.
Erano presenti due regni, quello Kongo e quello Mbundu. Gli europei arrivarono in Angola nel 1476 con  i portoghesi attraverso una spedizione guidata da Diogo Cão. Nel 1482 i portoghesi costruiscono alcuni forti sulla costa settentrionale, inserendosi nel regno del Kongo, che iniziava dall'attuale Gabon e terminava alla foce del fiume Kuanza. A sud vi era il regno Ndongo (il nome di Angola deriva dalla parola Ngola, che, presso queste popolazioni, significava re).
I portoghesi occuparono la zona costiera nel 1574 ad opera di Paulo Dias de Novais, includendo le città di Luanda e Benguela.
Passata con il Portogallo sotto la sovranità della Spagna (1580-1640), l'opera di colonizzazione dei portoghesi proseguì anche se per tutto il sec. XVII venne insidiata dalle ostilità degli Olandesi (che occuparono Luanda nel 1641- 48), della regina dell'Angola indigena Ginga MBandi e dal re del Congo. Il controllo portoghese su tutta l'Angola si avrà solo all'inizio del XX secolo.

L'Angola intanto diventa il principale centro di rifornimento per la tratta degli schiavi e lo rimarrà fino al sec. XIX. Gli schiavi vengono utilizzati nelle piantagioni di Sao Tomé-Principe e Brasile, l'Angola fu il più grande serbatoio di schiavi, arrivando a rifornire anche gli USA. Lo schiavismo terminò, venendo sostituito da un lavoro coatto a basso prezzo.
Lo sviluppo economico del paese, nella seconda metà del XIX sec. si collega con l'arrivo di importanti correnti migratorie e con lo sviluppo ferroviario (linea ferroviaria di Benguela). Sotto la dittatura di Caetano e di Salazar, le richieste indipendentiste delle colonie portoghesi, trovano solo la trasformazione da colonie a province d'oltremare.
Nel 1956 nasce l'MPLA (Movimento Popolare per la Liberazione dell'Angola), successivamente il Fronte Nazionale di Liberazione Angolano (FLNA) e l' Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA) guidata da Jonas Malheiro Savimbi. Questi tre movimenti combattono contro i portoghesi, rimanendo però divisi fra loro. Un colpo di stato in Portogallo (1974) pone termine al governo militare e anche agli interventi portoghesi in Angola.

L’ indipendenza arriva l'11 novembre 1975 in una situazione di guerra civile tra MPLA e gli altri movimenti nazionalisti FLNA e UNITA. Agostinho Neto diventa il Primo Presidente; alla sua morte lo sostituisce Josè Eduardo dos Santos. Per anni il movimento filo-occidentale UNITA combatte contro quello filo-sovietico MPLA. La guerra continua incessantemente fino al 1989, quando Cuba ritira i propri soldati. Altrettanto fanno tutti gli altri paesi che hanno appoggiato l'una o l'altra parte.
Malgrado l'azione dell'ONU e gli accordi di pace, (Accordo di Bicesse), sottoscritti a Lisbona nel maggio 1991, il conflitto perdura. Nel 1992 vengono indette elezioni che vedono l'MPLA vincitore.
Nel 1994 viene firmato il Protocollo di Lusaka che porta ad un governo di unità nazionale, almeno nelle intenzioni. Nel 1998 riprendono gli scontri e l'ONU ritira il contingente di pace (1999). Le forze governative lanciano un'offensiva distruggendo gran parte della capacità convenzionale dell'UNITA, obbligando le forze di Savimbi ad un ritorno alle attività di guerriglia.
Il 22 febbraio 2002 Savimbi, il leader storico dell'UNITA, viene ucciso dai militari governativi. Il 4 aprile 2002 viene firmata a Luanda la pace tra le Forze Armate Angolane (FAA), rappresentate dal generale Armando da Cruz Neto ed il generale ribelle Abreu Kamorteiro. Movimenti guerriglieri sono ancora presenti nella regione del Cabinda, che lottano per l'indipendenza della regione.
www.ambasciatangolana.com











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