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Sunday, January 31, 2010

Isabel dos Santos ganha 6,8 milhões de euros com posição no BPI


A empresária angolana, que detém uma participação de 9,7% no Banco Português de Investimento, é um dos beneficiários dos lucros somados pelo BPI em 2009.
Jorge Horta
Empresária angolana é terceiro maior accionista do BPI.
Lisboa - O Banco Português de Investimento (BPI) fechou 2009 com lucros de 175 milhões de euros, mais 16,5% que no ano anterior. Após este resultado, o conselho de administração do BPI irá propor na assembleia geral a distribuição de 40% desse lucro aos accionistas, com um dividendo de 0,078 euros por acção.

Para a "holding" angolana Santoro, controlada por Isabel dos Santos, esta proposta representará um ganho de 6,8 milhões de euros, de acordo com as contas do 
África 21 Digital. Isabel dos Santos, por via da Santoro, detém 9,7% do capital do BPI, sendo o terceiro maior accionista, atrás do banco espanhol La Caixa (30,1%) e do brasileiro Itaú (18,9%).

Apesar do crescimento de 2009, a administração do BPI lembra que o resultado fica ainda distante dos 355 milhões de euros ganhos há três anos. "Muito embora o lucro de 2009 apresente uma evolução positiva relativamente ao obtido em 2008, é ainda significativamente inferior ao lucro do exercício de 2007", assinala o BPI.

A actividade de banca comercial em Portugal contribuiu com 85,7 milhões de euros para o lucro líquido consolidado de 2009 e a respectiva rentabilidade do capital próprio médio ascendeu a 5%. A actividade de banca de investimento contribuiu com um milhão de euros (ROE de 3,7%), enquanto o contributo das participações financeiras foi negativo em 1,2 milhões de euros.

A actividade internacional, pelo seu lado, contribuiu com 89,6 milhões de euros, sendo que, com a venda de uma participação minoritária em dezembro de 2008, a apropriação do lucro do BFA pelo BPI baixou de 100% para 50,1%. A rentabilidade do capital próprio médio afecto à actividade internacional situou-se em 39,5% em 2009.

O BPI registou no ano passado uma subida ligeira dos recursos totais de clientes (0,6%), tendo a carteira de crédito a clientes subido 2%. O produto bancário consolidado do BPI diminuiu 1,4% no mesmo período. A margem financeira do banco português caiu 8,7% e as comissões aumentaram 1,9%.

Berlusconi a colazione da Ruini

Lettera aperta al cardinale Camillo Ruini che invita Berlusconi a colazione -
di Paolo Farinella, prete


Sig. Cardinale CamilloRuini
Seminario Romano
P.zza S. Giovanni in Laterano, 4
00184 - Roma

Sig. Cardinale,

Nel 1991 da una sperduta parrocchia dell’entroterra ligure, le scrissi sullo
scandalo che provocò nei miei ragazzi la notizia del «cardinal-party» da 800
milioni di lire (quasi un miliardo di allora!) con un migliaio di invitati del
«mondo» che conta, dato da lei in occasione della sua nomina a cardinale. Lei
mi risposte che fu un dono di amici e io le risposi che certi doni dovrebbero
essere respinti al mittente perché insulto ai poveri e al Cristo che li
rappresenta. Le cronache del tempo fotografarono che «la capitale della
politica, della finanza, delle banche, delle aziende di Stato è accorsa
compatta in ampie schiere. Mai tanta mondanità e tanto ossequio attorno a un
cardinale, reduce da due giorni di festeggiamenti ininterrotti» (Laura
Laurenzi, la Repubblica, 30 giugno 1991, p. 25).

A distanza di diciannove anni, mai avrei pensato di riscriverle, anche perché
sapevo che lei era andato in pensione e quindi si fosse defilato come si
conviene alle persone di saggio buon senso. Oggi lei non offre lauti banchetti
a mille persone, ma invita a colazione solo due individui che da soli sono
peggio dei mille barbari. Sono indignato per questo suo invito che i credenti
onesti vedono come la negazione del sacramento dell’ordine e la pone sullo
stesso piano degli intrallazzatori di professione.

D’altra parte lei per oltre quindici anni ha manovrato papi, parlamenti,
governi, accordi elettorali, sanità, scuole e fascisti che, al punto in cui
siamo, uno scandalo in più o uno in meno, il peso cambia di poco. A mio modesto
parere di prete, il suo operato induce me e molti altri credenti a pensare che
lei e noi non crediamo nello stesso Dio e anche che lei usi il suo come
strumento di coercizione per fini demoniaci. Lei infatti, ancora una volta, ha
contravvenuto al dettato del Codice di Diritto Canonico che stabilisce: «È
fatto divieto ai chierici di assumere uffici pubblici, che comportano una
partecipazione all’esercizio del potere civile» (CJC, can. 285 §3,
sottolineatura mia). Il massimo potere in uno Stato democratico si esercita
nella formulazione delle liste elettorali tra cui i cittadini liberi e sovrani
«dovrebbero» scegliere i loro governanti, locali e nazionali: qui sta in sommo
grado la «partecipazione all’esercizio del potere civile».

Il giorno 20 gennaio 2010, nella sede del Seminario Romano, dove risiede da
cardinale in pensione, lei ha invitato, come ospite a colazione, Silvio
Berlusconi, accompagnato dal gentiluomo (sic!?) di Sua Santità, nonché
sottosegretario alla presidenza del consiglio italiano. Lei ed io sappiamo che
Gianni Letta, moderno Richelieu o se vuole in termini giovanili e quasi
liturgici, prosseneta, vulgo mezzano, è il tutore garante presso il Vaticano
del suo capo, notoriamente inaffidabile oltre che corrotto e corruttore. Dicono
le cronache che avete discusso di accordi elettorali, di convergenze tra Pdl di
Berlusconi e Udc di Casini e Api di Rutelli; chi deve essere candidato alle
regionali e chi no; chi deve perdere e chi deve vincere nel Lazio; cosa fare e
cosa disfare in Puglia.

La candidata Emma Bonino alla presidenza del Lazio non deve passare perché,
come in una nuova crociata, «Deus ‘el vult», cioè lo ordina Ruini a cui Dio di
solito dice ad ogni tornata elettorale cosa vuole e non vuole. Le cronache
celiano che Berlusconi abbia tenuto il boccino perché ormai ha il coltello
dalla parte del manico. Lo dimostra il fatto che il suo illustre e integerrimo
ospite abbia preteso dal suo partito una «quota rosa» a sua totale discrezione
per fare eleggere le «pulzelle» compiacenti che non ha potuto varare nelle
politiche del 2008, a causa del «ciarpame politico» rovesciato sul tavolo dalla
di lui moglie, Veronica Lario che ha sparigliato le candidature. Avete parlato
anche di questo? Di quali donnine e prostitute candidare?

Il giorno prima, il 19 gennaio 2010, appena 24 ore prima, il Senato della
Repubblica, presieduto dall’autista-picciotto, Renato Schifani, in quota
servitù perpetua, ha varato il cosiddetto «processo breve», cioè la 19a legge
su misura per i bisogni primari del Silvio Berlusconi e pazienza se si sfascia
l’intero sistema della giustizia italiana! Pazienza, se milioni di cittadini
non avranno mai giustizia e se tutti i delinquenti, i truffatori, gli
spacciatori, i ladri, i corrotti, i concussori, i concussi, i deputati e i
senatori insieme ai loro famigli la faranno franca sempre e comunque alla
faccia di quel «bene comune» con cui lei da presidente della Cei faceva i
gargarismi sei volte al giorno prima e dopo i pasti principali. Lei queste cose
le sa, ma è anche «cardinale di mondo» e sa navigare nei meandri del fiume
della politica che conta, poco importa se morale o immorale: in fondo il fine
ha sempre assolto i mezzi perché noi cattolici non siamo forse per la
confessione periodica e cioè per «una botta e via da capo»?

«Processo breve, legittimo impedimento per sé e famigli», lei lo sa bene, sono
eufemismi: trattasi infatti soltanto di «processo impossibile». Un presidente
del consiglio scardina lo Stato di Diritto, impone al parlamento di votare
leggi individuali e di casta a favore di sé e dei delinquenti che lo
attorniano, abolisce di fatto ogni contrappeso al potere esecutivo e di fronte
a tanta bulimìa incontenibile, lei lo invita anche a pranzo? Via, cardinale,
est modus in rebus! Non pare che durante il pranzo, lei abbia detto una parola
sulla condotta scandalosa dell’ospite, ma sappiamo che si è seduto a tavola con
un essere spregevole moralmente, eticamente, giuridicamente, democraticamente e
con lui contratta seggi e vittorie, costi e benefici, voti e ritorni in
privilegi economici e politici. Logicamente in nome dei sacrosanti «principi
non negoziabili», of course!

Colui che sedeva a mensa con lei, dal mese di maggio dello scorso anno e fino
a novembre 2009 è stato braccato dalla stampa internazionale, rincorso da dieci
domande di un giornale italiano e bollato dalla denuncia della moglie per
frequentazione di minorenni; uso abituale di prostitute e forse di cocaina (non
sappiamo tutto!) in sedi istituzionali (anche le dimore private sono state da
lui sottoposte a regime di «segreto di Stato»); spergiuro sulla testa dei figli
(del fatto di Casoria, ha dato quattro versioni diverse, dopo avere giurato che
la prima era quella buona); promesse di posti in parlamento e al governo a
signore e signorine compiacenti in cambio di favori sessuali. Alcune di loro
non perdono occasioni per ostentare la loro cattolicità granitica, fondata sui
«valori» dell’onestà, della famiglia, del bene comune e dell’indissolubilità
del matrimonio.

Negli stessi giorni in cui lo scandalo delle prostitute era al culmine, il suo
governo stava varando una legge per punire i clienti delle prostitute: la
solerte, cattolicissima ministro Mara Carfagna si è affrettata a ritirare il
provvedimento che avrebbe colpito per primo il suo capo e protettore che il suo
stesso avvocato ha definito «utilizzatore finale» di carrettate di donne.
Soltanto dopo l’indignazione del popolo cattolico arrivata al «color bianco»,
finalmente la Cei cominciò a balbettare qualche timiduccio scappellotto, ma
tenue e delicato, quasi un buffetto. Il 7 luglio 2009, quando ormai il mondo
cattolico era sul filo delle barricate contro la latitanza della gerarchia
cattolica, il segretario della Cei, mons. Mariano Crociata, durante una Messa,
alludendo al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, oggi suo ospite,
senza mai chiamarlo per nome, sbotta:

«Assistiamo ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice
pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e
irresponsabile che invera la parola lussuria salvo poi, alla prima occasione,
servirsi del richiamo alla moralità, prima tanto dileggiata a parole e con i
fatti, per altri scopi, di tipo politico, economico o di altro genere. Nessuno
deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si
tratti di affari privati; soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui
gravità grida vendetta al cospetto di Dio» (Omelia per la Messa di Santa Maria
Goretti, 15-08.09, Le Ferriere – Latina).

Lei, sig. cardinale Camillo Ruini, ha passato tutto questo tempo sotto
silenzio assoluto, dedicandosi al «progetto culturale della Cei e alle massime
questioni di alta filosofia e teologia: «L’esistenza di Dio», la sua necessità
e via dicendo. Sul resto che travagliava la Chiesa, i credenti, la gerarchia e
copriva con un manto di sudiciume l’Italia intera, silenzio tombale.

Nello stesso periodo, il 1 luglio 2009, il governo varò il «decreto sicurezza»
che stravolge il diritto internazionale, l’etica cristiana, la dottrina sociale
della chiesa e tutti gli insegnamenti pontifici in fatto di migrazione perché
definisce reato «lo stato di persona clandestina». Mons. Agostino Marchetto del
pontificio consiglio per l’immigrazione dichiara: «La criminalizzazione dei
migranti è per me il peccato originale dietro al quale va tutto il resto»,
riferendosi alle aberranti politiche sociali del governo. A stretto giro di
posta arrivò la smentita della Sala Stampa vaticana: Mons, Marchetto parla a
titolo personale. Il Vaticano smentisce se stesso. Anche in questa occasione,
lei ancora una volta stette zitto e latitante e non difese nemmeno il suo
pupillo che preferì sacrificare sull’altare dell’immoralità governativa pur di
mantenere un rapporto privilegiato di potere e d’interesse.

Ricevendo Berlusconi e per giunta come ospite in intimità conviviale a casa
sua, senza dire una parola su ciò che è avvenuto in questo anno (per non
parlare degli ultimi 15 anni), lei ha avallato lo scardinamento costituzionale,
istituzionale e lo sfacelo etico di cui l’ospite è stato e continua ad essere
protagonista responsabile. Quel giorno per buon peso, Berlusconi era reduce
fresco fresco da un attacco micidiale alla Magistratura con parole omicide: «Il
tribunale è un plotone di esecuzione». Lei ha così avallato e approvato il suo
comportamento immorale e indecoroso, benedicendo l’inverecondia e assolvendo l’
insolvibile, diventandone complice «in solido», perché come insegna il diritto,
che la saggezza popolare traduce pittorescamente, «è tanto ladro chi ruba
quanto chi para il sacco».

Se lei poi con questi figuri tratta posti di governo o gestione della sanità o
della scuola o condizioni per fare eleggere questo/a o quella/o in cambio di
voti e/o di altro, lei inevitabilmente diventa compare di uno che frequenta la
mafia e ha fatto della malavita la norma della sua condotta. Berlusconi non si
sentiva perseguitato e non denunciava accanimento giudiziario quando rubava e
trasportava denaro degli Italiani all’estero, dichiarava il falso in bilancio,
corrompeva i giudici, comprava i testimoni dei processi, sparava alla testa dei
giornalisti non a libro paga, imponeva al suo «Il Giornale» agli ordini del
falsificatore Feltri di uccidere il direttore di «Avvenire», Dino Boffo. Lei
non chiese le dimissioni di Feltri e di Berlusconi per avere inventato «in
solido» una trappola di fango per mettere in riga i vescovi della Cei con un
avvertimento di stampo mafioso: io vi tengo in pugno. E’ di questi giorni la
sentenza in appello, confermata e aggravata, a Totò Cuffaro, cattolico
integerrimo per reato di mafia. Costui e il Pierferdi Casini che lei tanto
sponsorizza, per cinque anni hanno votato tutte le leggi immorali a servizio
esclusivo di Berlusconi, appoggiandolo in ogni nefandezza: tutto con la sua
benedizione e il silenzio della gerarchia cattolica. Sempre e comunque in nome
del santo bene comune. Ah! «i valori non negoziabili».

Ora arrivano le elezioni regionali. Nel Lazio, regione del papa, cortile del
Vaticano e prolungamento del Laterano, si candida alla presidenza della regione
Emma Bonino, radicale e anticlericale. La paura fa novanta, signor cardinale, e
lei da «vero animale politico» ha fiutato che la «Emmaccia» potrebbe farcela
agevolmente e se arriva, potrebbe mettere ordine nella sanità e nella scuola
laziale, due feudi della malavita «cattolica» laziale. Horribili dictu! Pur di
contrastare, con ogni mezzo la sua candidatura, lecita e rispettabile in una
democrazia compiuta, lei preferisce la deriva morale, lo sconquasso della
Costituzione, la distruzione della Democrazia, l’annientamento dello Stato,
alleandosi con un potente degenere che ha portato la corruzione e il malaffare
al rango della politica e della presidenza del consiglio. Personalmente sono
convinto che, in queste condizioni, lei non possa celebrare l’Eucaristia con
tranquilla coscienza perché come prete non ha ricevuto il mandato di eleggere e
fare eleggere presidenti e parlamentari, magari mafiosi, ladri e corrotti. Lei
può solo andare per le strade del mondo e annunciare il vangelo della
liberazione: ai prigionieri, ai poveri, agli immigrati torturati e uccisi dal
presidente del consiglio che lei riceve a pranzo, diventando complice di
assassinio collettivo, cioè di genocidio.

La congregazione del clero insieme ad altri quaranta preti, mi ha messo sotto
inchiesta per avere scritto che la «vita umana deve essere umana», ma su di lei
e sugli altri vescovi e sul Vaticano che appoggiate la forza omicida del
governo Berlusconi, nessuna inchiesta per oltraggio palese alla vita di adulti,
donne e bambini. Il suo invito a colui che si paragona a Dio e al Messia, che
si vanta di essere il «miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni»,
è la fine dei saldi della morale, dell’etica, del dottrina sociale, della
dignità, del concetto di peccato e grazia: il saldo della religione che lei
vende, anzi svende senza neppure esserne il proprietario.

Lei non ha autorità per intervenire in questioni che il Codice vieta ai preti
come le alleanze partitiche, le elezioni, le candidature perché è una
manomissione della democrazia del Paese Italia, vincolante anche in forza di un
concordato che pone paletti alle interferenze e offre garanzie e lauti sussidi.
Su queste materie poi né lei, né la Cei, né tantomeno il Vaticano, Stato
estero, potete parlare in nome del mondo cattolico. Lei sa bene che sono questi
comportamenti che allontano ancora di più i non credenti, mentre i credenti si
avvicinano a passo svelto all’uscio d’uscita della Chiesa. Ho detto al
cardinale Bagnasco che deve tenere un occhio al metro di misura che è l’
8xmille, in caduta libera, segno della disaffezione sempre maggiore della gente
da una gerarchia che si è trasformata da segno di contraddizione in lobby di
pressione e di potere, patteggiando con personaggi immondi e immorali.

Il papa invita i preti ad accedere alla rete web. Beh, sappia che uso il
computer dal 1982 e la rete dal suo sorgere: se avessi aspettato il consiglio
del papa, alla mia età sarei ancora al lapis e al pennino. Provi ad accedere
alla rete, unico strumento di democrazia diretta ancora in vita, e si
accorgerà, anzi sentirà l’odore corposo del disprezzo che circonda tutto ciò
che sa di «ecclesiastico». Il nostro popolo è saturo di vedere l’autorità
ecclesiale che dovrebbe servire il bene e combattere il male, fare comunella
con i corrotti e i corruttori, con i delinquenti abituali travestiti da finti
religiosi e sempre di più si allarga il fossato tra voi e noi: voi state
andando per la vostra strada che vi porta a «mammona iniquitatis» noi, da soli
cerchiamo con fatica la strada che ci porti agli uomini e alle donne del nostro
tempo e insieme tendere: chi crede all’ incontro con il Dio di Gesù Cristo, chi
non crede all’incontro con la propria coscienza e il rispetto degli altri.

Sig. Cardinale, credo che lei ed io non abbiamo molto da spartire, se non l’
appartenenza formale alla stessa Chiesa in quanto «struttura», di cui però
abbiamo due visioni non solo diverse, ma opposte: lei appartiene al sistema del
potere clericale che io combatto con tutte le mie forze, mentre io mi sforzo di
appartenere alla «Chiesa dei poveri» con la coscienza di essere una minoranza
che sa di avere un solo mandato: il ministero e il magistero della propria
testimonianza di vita che nessuno potrà mai rapirmi perché è il segno della
Shekinàh/Dimora di Dio tra di noi.

In conclusione, alla luce di quanto sopra descritto e per le ragioni addotte,
io, Paolo prete, ripudio anche lei e quello che rappresenta, come il 7 luglio
ripudiai con lettera il suo ospite e commensale. Preferisco essere orfano di
mercenari piuttosto che avere padrini. «Non ne abbiamo bisogno». Sappia però
che con il suo agire e le sue scelte, lei ha autorizzato me e chiunque altro ad
operare e agire in maniera esattamente opposta alla sua e mi creda lo farò con
onore e con orgoglio, dall’interno della Chiesa di cui sono onorevolmente
figlio fedele.

Profondamente inorridito,
Paolo Farinella, prete

PS. Ho notato che il suo successore alla presidenza della Cei, cardinale
Angelo Bagnasco, nonché mio ordinario, si è del tutto defilato. Un altro mondo.
Fui facile profeta nel dire, all’inizio della sua presidenza, che egli era una
mera copertura perché il vero manovratore della Cei e, aggiungo, del Lazio e,
per fare buon peso, dell’Italia, era ed è solo lei. Anche lei, come il suo
ospite, Berlusconi, come Gesù Cristo? «Ego vobiscum sum omnibus diebus, usque
ad consummationem sæculi» (Mt 28,20). Sì, ne siamo certi: il cardinale Camillo
Ruini sarà con il Lazio e Berlusconi tutti i giorni, fino alla fine del mondo …
e anche oltre! Amen!

Saturday, January 30, 2010

CEAST desmente notícias sobre razões da detenção de padre


O Conselho Permanente da Conferência Episcopal de Angola e São Tomé (CEAST), reunido na terça-feira, em Luanda, desmentiu que o padre Raul Tati tenha sido preso por razões que tenham a ver com a Igreja ou que tenha sido a hierarquia a afastá-lo.
Num comunicado emitido no final da reunião, a primeira ordinária deste ano, refere-se que "a solicitação do abandono do sacerdócio foi feita pelo próprio sacerdote, primeiro numa carta dirigida ao Cardeal Prefeito da Congregação para a Evangelização dos Povos, no dia 10 de Março de 2008, a seguir na carta de 8 de Novembro de 2009, dirigida ao Bispo da Diocese de Cabinda".
No comunicado, a CEAST cita palavras textuais do padre, nas referidas cartas, que se pronunciou nos seguintes termos: "aproveitaria (…) o ensejo para encorajar Vossa Excelência Reverendíssima a avançar com os procedimentos da praxe canónica segundo a minha intenção já manifestada anteriormente".
Esta posição, segundo o comunicado, surge depois de a CEAST ter acompanhado com muita atenção e preocupação os acontecimentos que se vivem na Igreja Diocesana de Cabinda e escutado e apurado a veracidade dos factos, pelo que visa repor a verdade.
A Conferência Episcopal esclarece ainda que “depois de um diálogo paciente e ante a persistência do sacerdote Raul Tati na sua decisão, o Bispo da Diocese, para o bem da Igreja a ele confiado, exarou o decreto de suspensão dado a conhecer ao interessado, enquanto se aguarda pelo respectivo rescrito da Santa Sé para a redução ao Estado Laical".
"Não foi posto à rua como se deu a entender, escamoteando a verdade, foi-lhe dado tempo necessário para deixar a residência canónica”, clarifica o comunicado.
O comunicado dos bispos de Angola e São Tomé esclarece ainda que “por outros motivos, esperamos que sejam revelados oportunamente, o Padre Raul Tati foi detido pela Polícia Nacional e não foi a mando do Bispo da Diocese, como muitos meios e círculos estão a propagandear".
"Por solidariedade, o Bispo, assim que recebeu a notícia, foi visitá-lo, manifestando o seu carinho de Pai e Pastor", le-se no documento, no qual o Conselho Permanente "lamenta e deplora a forma distorcida como a imprensa tem tratado este caso".
A Conferência Episcopal de Angola e São Tomé afirma que "queremos recordar, a todos, e de modo particular os operadores dos meios de Comunicação Social que, na transmissão das notícias, se evite a tentação e o perigo de usar esta grande potencialidade para obstruir a verdade e prejudicar o bem integral das pessoas".
"Acima de tudo comunicar a verdade e sempre a verdade na caridade para se edificar e construir quer o tecido moral humano como aquele social", concluiu o comunicado.
ANGOP

OS TAPETES PARA A PROCISSÃO


 
 
Prólogo
 
A semana antes da Páscoa chama-se Semana Santa. Em Antigua, uma cidade colonial construída pelo Espanhóis no final do século XVI, procissões de pessoas costumam deambular pelas ruas, transportando estátuas velhas de séculos, numa tentativa de fazer reviver a morte e a ressurreição de Cristo. Esta tradição é tão forte hoje quanto o era no tempo dos Espanhóis, embora tenha sido transformada pelo contacto com a cultura indígena da Guatemala.
Como penhor da sua fé, os habitantes fazem tapetes de serradura, flores e frutas coloridas, que são colocados no pavimento por onde passarão as procissões. Todos os anos são feitos tapetes com desenhos diferentes. E todos os anos as procissões os calcam, destruindo os seus padrões tão primorosamente desenhados!
Passei a infância na Guatemala. A minha família era chinesa e adepta da religião budista, mas a Semana Santa era diferente de todas as outras, mesmo para uma família tão tradicional como a nossa. Juntávamo-nos sempre nos passeios com os vizinhos para ver os tapetes, antes de os cortejos os pisarem. Enquanto assistia à procissão, sentia que a história de que falavam estava a acontecer naquele preciso momento. A beleza daqueles tapetes efémeros, feitos com tanto amor, ficou para sempre na minha memória e no meu coração.
 
 
 
A cor tradicional da Semana Santa é o roxo. Por isso é que a minha mãe vende tantos rolos de tecido dessa cor durante a época da Páscoa. Um dia, o carteiro trouxe um envelope com letras prateadas impressas.
— Um convite! — exclamou a minha mãe.
Como não sabia ler espanhol muito bem, deu-o a ler à minha irmã.
— Diz aqui que o tio Colocho e a tia Malía nos convidam para o baptizado do bebé, no Domingo de Páscoa.
Um pedaço de papel escrito em chinês caiu do envelope. A minha mãe leu-o, porque nós não conseguíamos ler chinês, embora oralmente percebêssemos tudo o que era dito em casa.
— Também nos convidam para passar lá a Semana Santa antes do baptismo. Claro que vamos! — exclamou a minha mãe, cheia de alegria.
Todos saltámos de contentamento.
Na Quinta-Feira Santa, enfiámo-nos no nosso carro ferrugento e viajámos para a cidade de Antigua. O meu pai encheu a bagageira com as nossas coisas, às quais juntou uma caixa de refrigerantes e um cesto de laranjas. Durante a viagem, cantámos como se fossemos autênticos mariachis. Soubemos que tínhamos chegado a Antigua porque o carro começou, de repente, a percorrer ruas empedradas.
O tio Colocho, a tia Malía e os nossos primos estavam à nossa espera à porta da loja. Para cabermos todos ao almoço, tinham colocado uma mesa enorme no centro do estabelecimento.
Durante a refeição, semeada de palavras cantonesas, contámos anedotas aos nossos primos e fartámo-nos de rir.
De repente, algo me chamou a atenção no canto da sala. Era uma estatueta da Virgem de Guadalupe, colocada junto de Kuan Yin, a deusa chinesa. Pareciam amigas, envolvidas pelo incenso que ardia junto delas.
A minha mãe disse à tia Malía em chinês:
— Lembras-te de quando éramos pequenas na China e íamos para a ponte para ver a corrida dos barcos no rio?
A tia Malía sorriu:
— Era o Festival do Barco do Dragão. Nesse dia, costumávamos atirar tamais[1] chineses ao rio, para nos darem sorte.
Riram-se muito. Depois ficaram em silêncio, talvez a recordar aqueles dias longínquos. A tia Malía disse então:
— Meninos, amanhã de madrugada vai realizar-se a procissão que sai de La Merced, a igreja que fica ao fundo da rua. Os vizinhos estão a fazer tapetes de serradura por todo o bairro. Ide ver!
Tapetes de serradura!
O passeio estava cheio de redes com agulhas de pinheiro, girassóis, e flores roxas e amarelas. Havia sacas cheias de serradura tingida de cores brilhantes: magenta, turquesa, laranja e verde. Vagens de marfim vegetal enchiam o ar com o seu cheirinho a mar e a palmeiras.
Don Ortiz, que vivia do outro lado da rua, estava a fazer um tapete. Primeiro, colocava no chão uma camada de serradura natural e molhava-a. Depois, os seus ajudantes faziam desenhos com serradura colorida, por cima dessa camada. Havia tábuas suspensas sobre o tapete para poderem decorar tudo sem estragar o que já tinham feito. Usavam peneiras para espalhar a serradura colorida por cima de estênciles de cartão, perfurados de forma a formar padrões. Mediam os desenhos com cuidado, e segundo as instruções de Don Ortiz. Por fim, um ajudante percorria o tapete todo com um borrifador de água, para que a serradura se mantivesse bem plana.
Era tão bonito! Parecia um tapete verdadeiro!
— Queres ajudar, minha menina? — perguntou Don Ortiz, quando me viu a olhar.
Dei um salto e respondi:
— Quero, sim.
— Então traz aquela serradura vermelha para as rosas e a farinha para os lírios. E vê se encontras a peneira mais pequena, porque estas flores são muito delicadas.
Por cima da tapeçaria de serradura colorida, os artesãos colocavam flores de marfim vegetal e agulhas de pinheiro. Um a um, os tapetes foram aparecendo pela rua abaixo. Estava já escuro quando a tia Malía disse:
— Vão para a cama. A procissão sai de manhã bem cedo.
 
Sexta-Feira Santa amanheceu enevoada. Havia muita gente à porta da igreja. Don Ortiz, vestido de nazareno, viu-nos e disse:
— Meninos, querem os restos de serradura?
— Queremos, sim — respondi, excitada. — Vamos fazer um tapete pequenino, com o desenho de uma casa. Despachem-se, vem aí a procissão!
Fizemos rapidamente uma cabaninha com um telhado vermelho e paredes amarelas. Usamos serradura roxa para o céu e agulhas de pinheiro para a relva. Também colocamos ramos de buganvília. Pétalas das flores do pátio compuseram um coração e estrelas e os cometas foram feitos com bagos de arroz e girassóis. Ainda consegui colocar uma bordadura de laranjas e regar tudo com água. Que bonito!
De repente, alguém sussurrou:
— Vem aí a procissão!
Ao som de um tambor, todos os nazarenos colocaram uma plataforma de madeira enorme aos ombros, na qual estava uma estátua de Jesus a carregar a Cruz. A estátua era rodeada por orquídeas e musgo da floresta e os seus olhos brilhavam. O meu coração vibrava, embora a coroa de espinhos e o sangue da face me fizessem tremer. Todos se ajoelharam.
O Cristo movia-se ao som da música triste tocada pela banda que fechava a procissão. Parecia uma pessoa real. Os nazarenos, vestidos de roxo e curvados sob o peso do andor, estavam envoltos por uma nuvem de incenso branco.
Seguia-se o andor da Virgem Maria, carregado por mulheres. Uma espada espetada no coração de Nossa Senhora simbolizava a sua enorme dor. Chorava lágrimas de cristal porque o seu Filho em breve morreria. A banda tocava uma marcha destinada a consolá-la a ela e a nós.
A procissão tinha finalmente atingido a nossa parte da rua. De repente, dei-me conta de que os nazarenos iriam calcar o nosso lindo tapete! A cada passo que eles davam, o meu coração sentia-se mais apertado. Então, pus-me em frente do nosso tapete. Não queria que o destruíssem. “Não passem por aqui! Não passem por aqui!”, dizia mentalmente.
Don Ortiz pegou-me na mão e puxou-me dali para fora.
— Filha, isto faz parte da tradição. Fazemos destes tapetes ofertas à vida. Não reparaste nisso? As flores desabrocham e logo morrem, mas deixam sementes para que outras cresçam. À morte segue-se a vida e à vida segue-se a morte.
Não consegui detê-los. Passo a passo, os pés dos nazarenos rasgaram a relva, as paredes e o telhado da nossa casa. Apagaram as estrelas e os cometas. Esborrataram as cores. Pisaram as flores e espalharam as laranjas com os pés. O nosso tapete era agora um rio triste que corria pelo meio da rua, cheirando a mar e a palmeiras.
Seguimos a banda. Debaixo de um sol escaldante, a procissão da Semana Santa desenrolava-se lentamente pelas ruas empedradas. Cristo já tinha morrido a estas horas. Havia homens vestidos como romanos e nazarenos vestidos de negro. Estes transportavam o Cristo morto num caixão magnífico, feito de ouro e cristal.
Deambulámos pelas ruas, em busca de outras procissões. Na maioria das vezes, apenas encontrámos vestígios arruinados de tapetes maravilhosos.
Nessa noite, chegámos a casa cansados e tristes.
No dia seguinte, a minha mãe e a tia Malía fizeram tamais chineses para o baptizado.
— As procissões são tão comoventes — disseram em chinês.
A minha mãe acrescentou:
— São tão bonitas como os festivais que celebramos na China. Realizam-se todos os anos, mas são sempre diferentes.
No Domingo de Páscoa, a igreja estava engalanada com cores alegres porque era o dia da Ressurreição, o dia em que Cristo voltou à vida. O meu priminho foi baptizado com o nome de Angel. Angel Sem Quan. Quando lhe deitaram água sobre a cabeça, desatou a chorar e o seu pranto ecoou pela cúpula da igreja.
Nessa mesma tarde, na festa, Don Ortiz falou sobre o tapete que faríamos no ano seguinte. Falou de um com pombas e pães com forma de crocodilos. Pensei logo em fazer um com borboletas e pássaros. Don Ortiz tinha razão. Depois de o tapete que tínhamos feito para a procissão ter sido destruído, podíamos pensar em fazer logo outro.
No seu pequeno altar, a Virgem de Guadalupe e a deusa Kuan Yin brilhavam à luz da vela.
Fizemos uma grande festa no pátio. Coube-me a mim dar a última pancada no pote de barro que tínhamos suspenso. Parti-o e os rebuçados aterraram todos na minha cabeça. O meu priminho, o Angel, achou muita graça.
E assim terminou a Semana Santa.
Amelia Lau Carling
Sawdust Carpets
Toronto, Groundwood Books, 2005
(Tradução e adaptação)
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Wednesday, January 27, 2010

Auschwitz


1945: Libertação de Auschwitz

 

Em 27 de janeiro de 1945, o Exército Vermelho libertou Auschwitz, o maior e mais terrível campo de extermínio nazista. Em suas câmaras de gás e crematórios, foram mortas pelo menos um milhão de pessoas.

 

Auschwitz foi o maior e mais terrível campo de extermínio do regime de Hitler. Em suas câmaras de gás e crematórios, foram mortas pelo menos um milhão de pessoas. No auge do Holocausto, em 1944, eram assassinadas seis mil pessoas por dia. Auschwitz tornou-se sinônimo do genocídio contra os judeus, ciganos (sinti e rom) e outros tantos grupos perseguidos pelos nazistas.

As tropas soviéticas chegaram a Auschwitz, hoje Polônia, na tarde de 27 de janeiro de 1945, um sábado. A forte resistência dos soldados alemães causou um saldo de 231 mortos entre os soviéticos. Oito mil prisioneiros foram libertados, a maioria em situação deplorável devido ao martírio que enfrentaram.

"Na chegada ao campo de concentração, um médico e um comandante questionavam a idade e o estado de saúde dos prisioneiros que chegavam", contou Anita Lasker, uma das sobreviventes. Depois disso, as pessoas eram encaminhadas para a esquerda ou para a direita, ou seja, para os aposentos ou direto para o crematório. Quem alegasse qualquer problema estava, na realidade, assinando sua sentença de morte.

Câmaras de gás e crematórios

Prisioneiros no campo de concentração de Buchenwald, no Leste da AlemanhaPrisioneiros no campo de concentração de Buchenwald, no Leste da AlemanhaAuschwitz-Birkenau foi criado em 1940, a cerca de 60 quilômetros da cidade polonesa de Cracóvia. Concebido inicialmente como centro para prisioneiros políticos, o complexo foi ampliado em 1941. Um ano mais tarde, a SS (Schutzstaffel) instituiu as câmaras de gás com o altamente tóxico Zyklon B. Usada em princípio para combater ratos e desinfetar navios, quando em contato com o ar a substância desenvolve gases que matam em questão de minutos. Os corpos eram incinerados em enormes crematórios.

Um dos médicos que decidiam quem iria para a câmara de gás era Josef Mengele. Segundo Lasker, ele se ocupava com pesquisas: "Levavam mulheres para o Bloco 10 em Auschwitz. Lá, elas eram esterilizadas, isto é, se faziam com elas experiências como se costuma fazer com porquinhos da Índia. Além disso, faziam experiências com gêmeos: quase lhes arrancavam a língua, abriam o nariz, coisas deste tipo..."

Trabalhar até cair

Os que sobrevivessem eram obrigados a trabalhos forçados. O conglomerado IG Farben, por exemplo, abriu um centro de produção em Auschwitz-Monowitz. Em sua volta, instalaram-se outras firmas, como a Krupp. Ali, expectativa de vida dos trabalhadores era de três meses, explica a sobrevivente.

"A cada semana era feita uma triagem", relata a sobrevivente Charlotte Grunow. "As pessoas tinham de ficar paradas durante várias horas diante de seus blocos. Aí chegava Mengele, o médico da SS. Com um simples gesto, ele determinava o fim de uma vida com que não simpatizasse."

Marcha da morte

Grupo de crianças presas em AuschwitzGrupo de crianças presas em AuschwitzPara apagar os vestígios do Holocausto antes da chegada do Exército Vermelho, a SS implodiu as câmaras de gás em 1944 e evacuou a maioria dos prisioneiros. Charlotte Grunow e Anita Lasker foram levadas para o campo de concentração de Bergen-Belsen, onde os britânicos as libertaram em abril de 1945. Outros 65 mil que haviam ficado em Auschwitz já podiam ouvir os tiros dos soldados soviéticos quando, a 18 de janeiro, receberam da SS a ordem para a retirada.

"Fomos literalmente escorraçados", lembra Pavel Kohn, de Praga. "Sob os olhos da SS e dos soldados alemães, tivemos de deixar o campo de concentração para marchar dia e noite numa direção desconhecida. Quem não estivesse em condições de continuar caminhando, era executado a tiros", conta. Milhares de corpos ficaram ao longo da rota da morte. Para eles, a libertação chegou muito tarde.

 
Birgit Görtz (rw)
 

Tuesday, January 26, 2010

O pensamento do Presidente do Tribunal Constitucional




rui ferreiraEm Outubro de 2000, o actual Presidente do Tribunal Constitucional (TC), Dr. Rui Ferreira (RF), proferiu no Centro de Imprensa Aníbal de Melo (CIAM) uma palestra sobre a "Garantia e Controlo do Cumprimento da Constituição.
Na altura o causídico Rui Ferreira ainda não sido escolhido por JES para ser o Presidente do TC, o que só viria a acontecer em Junho de 2008.
Pelo seu conteúdo a palestra de Rui Ferreira, passados que são já mais de 9 anos, mantém todo o seu interesse e actualidade.
Em vésperas do aguardado acórdão que o TC foi "convidado" a pronunciar sobre o texto da nova constituição que acaba de ser aprovada pelo parlamento no meio de uma intensa polémica, decidimos revisitar o pensamento constitucional do académico Rui Ferreira.
Para o efeito deixamos aqui à vossa consideração algumas passagens da referida intervenção, com a certeza de que ela continua a reflectir fielmente o pensamento de RF sobre esta matéria.
Se não for este o caso, o interessado que nos faça chegar os necessários esclarecimentos.
(...)
Desde estes tempos longínquos, até aos nossos dias, a questão de fundo que mais preocupa e ocupa os constitucionalistas é, como diz LOEWENSTEIN, " a busca de limitações ao poder absoluto exercido pelos detentores do poder, o esforço de criação de instituições para limitar e controlar o poder político"
GEORGES BURDEAU, um eminente constitucionalista francês dá mesmo uma receita, porventura a mais geral, quando sugere que "a função governamental deve ser exercida por vários órgãos de maneira a que ao lado do titular de um poder de decisão esteja uma outra autoridade encarregue de o controlar."
(...)
- Em África é grande a tendência de pessoalização do poder, de concentração ilegítima das funções do Estado e do poder real de decisão política, seja por razões culturais (nas sociedades tradicionais africanas o poder é monopolizado pelo Chefe da tribo, do clã ou do grupo), como pela experiência Político-Constitucional do pós-independência e do estádio de desenvolvimento do processo de estruturação do Estado;
(...)
- A generalidade dos sistemas de Governo constitucionalmente conformados nos Países da África Austral acentua as competências e responsabilidades do Presidente da República o que, não sendo em si um mal para a democracia, faz contudo, redobrar de importância os mecanismos de checks and balances, de equilíbrio de poderes e de controlo do seu exercício.
- Vários são os Países da África Austral que conhecem ainda alguma instabilidade política, espirais de violência e insegurança, crises económico-sociais profundas, uma situação que acarreta o perigo de crises e vazios de autoridade e, consequentemente (prova a história), o advento de "pulsos de ferro" que, em nome do "bem comum" e da necessidade de ordem, advoguem esquemas totalitários de exercício de poder político.
- Por tudo isto há que aquilatar da bondade e do mérito das soluções técno-jurídicas escolhidas nestas Constituições para defendê-las destes perigos, para assegurar a sua observância e, por esta via, afiançar ou não a precariedade das intenções de democracia declaradas no discurso político e nos textos normativos.
(...)
Não esqueçamos nunca que a experiência universal mostra que poderes sem limites, poderes não sujeitos a controlo acabam por, mais cedo ou mais tarde, redundar em arbitrariedades e abusos de poder.
A propensão ao abuso de poder, à "corrupção da Constituição e da Lei" é uma tendência habitual na dinâmica da actuação do poder do Estado.
Não se espere assim que por auto-limitação voluntária os titulares do poder, por muito franca e bem intencionada que seja a sua vontade democrática sejam capazes de livrar a sociedade e os governados do que LOEWENSTEIN considerou de "tragédia de abuso do poder" ou "caracter demoníaco do poder".
Nem se espere que as instituições de controlo nasçam e operem automaticamente. Elas têm de ser discutidas, debatidas, previstas e inseridas na Constituição.
E o momento para fazer esse debate é o actual em que estamos todos como angolanos, à espera da oportunidade de contribuir na elaboração e aprovação da futura Constituição de Angola. (cont)
(Rui Ferreira in Palestra sobre a "Garantia e Controlo do Cumprimento da Constituição" proferida em Outubro de 200 n0 CIAM em Luanda)
Wilson Dadá