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Monday, January 31, 2011

KOSOVO, USA-India e MEDITERRANEO



Kosovo: l’Ufficio della Del Ponte distrusse i documenti sui crimini contro i serbi

Stefano Vernole 28 gennaio 2011
*Stefano Vernole, redattore di “Eurasia”, è autore di “La questione serba e la crisi del Kosovo”, Ed. Noctua, Molfetta, 2008.

Sono passati quasi 12 anni dall’aggressione della NATO all’allora Federazione Jugoslava di Serbia e Montenegro, ma gli strascichi di quell’azione vergognosa non accennano a finire. Questa settimana ne abbiamo avuto conferma: “E’ un falso di qualità il caccia militare invisibile cinese J-20, evidentemente copiato dal più noto stealth Lockheed F-117 Nighthawk americano.” Lo ha scritto la stampa statunitense, rivelando che la clamorosa copia militare dell’aereo invisibile americano si e’ potuta realizzare grazie a un programmato lavoro di intelligence che i cinesi avrebbero compiuto sul terreno, nel cuore dell’Europa, durante la guerra del Kosovo.
Nel 1999, secondo Washington, diversi agenti cinesi sono stati notati aggirarsi nei Balcani. Cosa era successo per giustificare l’invio di così tante spie cinesi in Europa? Uno “Stealth” americano da combattimento era stato abbattuto da un missile antiaereo delle forze serbe durante la guerra del Kosovo. L’abbattimento da parte dell’antiaerea dell’esercito serbo vicino al villaggio serbo di Budanovci, il 27 marzo 1999, divenne motivo di giubilo per i serbi, che mostrarono alle telecamere pezzi del velivolo ed esibirono anche diversi cartelli con commenti sarcastici, come ”Scusate, non sapevamo che fosse invisibile”. Oggi fonti d’intelligence hanno fatto sapere alla stampa americana che proprio in quei giorni ”agenti cinesi battevano l’area dove l’F-117 era caduto, spingendosi addirittura a comprare pezzi d’ aereo dai contadini del luogo”. In verità furono proprio i cinesi, estremamente interessati alla guerra del Kosovo per studiare le dinamiche militari della NATO, a rinforzare la contraerea serba che sul finire del conflitto andò addirittura migliorando la propria capacità di reazione. Per questa ragione l’Ambasciata cinese a Belgrado venne bombardata e distrutta dagli aerei statunitensi durante quel conflitto. Ci sono evidentemente voluti oltre dieci anni per sviluppare una magnifica replica del micidiale aereo americano, gioiello delle forze aeree a stelle e strisce. Lo “Stealth” e’ chiamato l’aereo invisibile perché sfugge quasi completamente al controllo del radar. Quello colpito nei Balcani e’ stato il primo in assoluto a poter essere studiato – seppure a pezzi – da ingegneri non americani. Anche fonti militari serbe hanno confermato che alcuni dei pezzi del caccia sono stati presi dalla popolazione locale, spesso tenuti come souvenir di guerra e che ”sicuramente alcuni pezzi sono finiti nelle mani di militari stranieri”. Altre parti dell’F-117, come l’ala sinistra o i caschi dei piloti, sono esposti nel museo dell’aviazione di Belgrado. Proprio nei giorni scorsi sono state diffuse le prime foto dello Stealth cinese, che sta già compiendo dei voli di prova anche se gli esperti ritengono che non potrà essere veramente operativo prima del 2017. In ogni caso il J-20 preoccupa la difesa americana che fino ad oggi era l’unica al mondo a possedere l’aereo invisibile.
La Cina, al contrario, respinge al mittente le accuse di aver copiato il suo aereo da combattimento da uno americano, stando a quanto riferisce il “Global Times”. Funzionari del Ministero della difesa cinese hanno fatto sapere che l’aereo da combattimento J-20, appena sviluppato da Pechino, e’ il risultato di una tecnologia innovativa e non una copia del caccia americano F-22Raptor, così come denunciato da Washington. La Cina ha presentato con successo il nuovo aereo a Chengdu, nella provincia del Sichuan, all’inizio di gennaio. Il test di volo e’ stato effettuato negli stessi giorni in cui il sottosegretario americano alla difesa, Robert Gates, era in visita a Pechino. Ma, assicurano dal Ministero cinese, si e’ trattato di una semplice coincidenza. Xu Yongling, uno dei principali piloti del paese, ha detto al “Global Times” che il J-20 possiede una tecnologia estremamente avanzata in termini di capacità supersonica. ”Diverso dai suoi predecessori J-7 e J-8 – ha continuato Xu – il J-20 e’ un capolavoro dell’innovazione tecnologica cinese”. Negli ultimi anni gli Usa hanno intensificato l’attività contro lo spionaggio cinese. L’FBI ha aumentato il numero dei suoi agenti impegnati a controllare un presunto spionaggio cinese, da 150 nel 2001 a oltre 350 nel 2007. Secondo Li Daguang, analista esperto di questioni militari, le accuse rivolte alla Cina sono senza alcun fondamento. ”La Cina non solo ha la libertà di sviluppare sue tecnologie – ha detto – ma ha anche la capacità di svilupparle in maniera indipendente”.
Venendo alla situazione del terreno, la Kfor, la Forza della Nato in Kosovo, ha trasferito in questi giorni alla polizia kosovara le funzioni di controllo della frontiera con la Macedonia. ”Il passaggio di responsabilità fa seguito agli sviluppi positivi e ai progressi nel campo della sicurezza registratisi in Kosovo nel corso dell’ultimo anno”, ha detto il comandante della Kfor, il generale tedesco Erhard Buehler, che ha ricordato come lo scorso aprile la stessa cosa era avvenuta con il controllo della frontiera fra Kosovo e Albania. La Kfor tuttavia, ha aggiunto Buehler, e’ pronta a sostenere in ogni momento la polizia kosovara nei suoi nuovi compiti di controllo delle frontiere. Il “miglioramento” della situazione generale sul terreno in Kosovo ha indotto la Nato a disporre un graduale ridimensionamento della propria presenza in termini di truppe: il numero dei militari e’ sceso dai circa 14 mila dello scorso anno ai meno di novemila attuali. Il numero dei militari della Kfor, la Forza della Nato in Kosovo, verrà poi ulteriormente dimezzato entro il primo marzo prossimo, quando gli effettivi passeranno da 9.000 a 5.000. Il Segretario generale della NATO, Rasmussen, che ha parlato a Bruxelles, ha sottolineato al tempo stesso che la riduzione delle truppe Nato non avrà ripercussioni negative sulla stabilità e la sicurezza in Kosovo. Anche perché il potere, a Pristina, si trova in mani “sicure”.
Il premier albanese Hashim Thaci sarebbe uno dei ”pesci grossi” della criminalità organizzata in Kosovo, secondo informazioni riservate della Nato riferite dal quotidiano britannico “Guardian”. Il giornale di Londra aggiunge che un altro dei maggiori esponenti del crimine organizzato in Kosovo sarebbe Dzavit Haliti, uno dei più stretti collaboratori di Thaci. I documenti in possesso del giornale inglese, ha riferito da parte sua la tv pubblica serba Rts, sono la prova che gli americani e le altre forze occidentali sono stati a lungo a conoscenza dei contatti di Thaci con la criminalità kosovara. Ma che la situazione dei diritti umani in Kosovo resti precaria e non sia migliorata certo dopo il verdetto dello scorso luglio, col quale la Corte internazionale di giustizia dell’Aja stabilì che la proclamazione unilaterale di indipendenza da parte di Pristina non viola il diritto internazionale, è confermato addirittura da “Human Rights Watch” (Hrw) nel suo ultimo rapporto annuale.
In Kosovo le minoranze – compresi serbi, rom, ashkali e egiziani – sono ancora vittime di discriminazioni, emarginazione e intimidazioni, denuncia l’osservatorio mondiali per i diritti Umani, che sottolinea come nei primi otto mesi dello scorso anno in Kosovo si siano registrati 40 incidenti interetnici, compresi quattro omicidi. Le indagini sui crimini di guerra e sulla criminalità organizzata restano lente e poco incisive, nonostante la presenza della missione europea, Eulex, che ha il compito di aiutare lo sviluppo delle istituzioni pubbliche e dello stato di diritto. Sottolineando come il numero dei rimpatri volontari in Kosovo resti ancora molto basso, Hrw denuncia poi le minacce e gli attacchi contro i giornalisti in Kosovo. A questo riguardo vengono citati i casi di Vehbi Kajtazi del quotidiano di Pristina “Koha Ditore”, e di Caslav Milisavljevic, direttore di “Radio Kosovska Mitrovica”, obiettivi di intimidazioni il primo e di un attentato dinamitardo il secondo. Fra i paesi dei Balcani, la situazione peggiore in fatto di protezione dei testimoni si registra proprio in Kosovo. Ne e’ convinto anche il monegasco Jean Charles Gardetto, relatore del Consiglio d’Europa, secondo il quale la protezione dei testimoni e’ fondamentale per far luce su tanti episodi ancora oscuri nelle vicende travagliate dei Balcani. In Kosovo, ha detto Gardetto in una intervista al quotidiano belgradese “Vecernje Novosti”, non esiste alcuna legge che regola la protezione dei testimoni e chi decide di testimoniare corre grossi rischi.La vita di tanti testimoni in Kosovo e’ in pericolo, mentre minacce e attacchi nei riguardi di testimoni restano il più delle volte impuniti. Secondo Gardetto – che è intervenuto su questo tema all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa – le unità della missione europea in Kosovo Eulex, preposte alla difesa dei testimoni, non hanno risorse sufficienti o forze di polizia adeguate a questo scopo. Per il relatore del Ce, fra i paesi dei Balcani la situazione migliore per la protezione dei testimoni si registra in Croazia, seguita da Serbia e Bosnia-Erzegovina. I testimoni vanno protetti meglio, afferma Gardetto, poiché questo e’ il solo modo per arrivare alla verità, necessaria a chiudere definitivamente il capitolo tragico dei conflitti armati nella ex Jugoslavia. Pur sottolineando che la Serbia non ne riconoscerà mai l’indipendenza, il governo di Belgrado ha nominato ufficialmente Borko Stefanovic a capo del team che prenderà parte ai colloqui sul Kosovo. Stefanovic attualmente e’ direttore politico al Ministero degli Affari Esteri serbo. I colloqui tra Belgrado e Pristina sono stati annunciati lo scorso anno ma non e’ ancora stata fissata una data per l’inizio del dialogo. Sulle trattative, infatti, continuano a pendere minacce atlantiste di stampo mafioso.
Il procuratore capo del Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi), Serge Brammertz, ritiene che i servizi segreti serbi facciano troppo poco per rintracciare e catturare Ratko Mladic, uno dei due ultimi “criminali di guerra” serbi ricercati dalla giustizia internazionale. A riferirlo al quotidiano “Blic” e’ stato il vicepremier responsabile per l’integrazione europea, Bozidar Djelic, secondo cui Brammertz nei giorni scorsi ha incontrato un gruppo di eurodeputati a Strasburgo. Con loro, ha detto Djelic, Brammertz si e’ lamentato del fatto che la Serbia non mette a disposizione mezzi sufficienti nella ricerca di Mladic. Principali responsabili, a suo avviso, sono i servizi segreti, che non sono abbastanza veloci e tempestivi ad agire dopo che hanno ottenuto informazioni e suggerimenti. ”Questa constatazione di Brammertz e’ il maggiore freno alla concessione alla Serbia dello status di Paese candidato all’adesione alla Ue, e sopratutto per l’inizio delle trattative con Bruxelles”, ha detto Djelic a Blic. ”Noi come governo abbiamo dimostrato che la Serbia sta facendo tutto quello che può (per arrivare alla cattura di Mladic), ma e’ il procuratore che scrive poi il rapporto all’Onu, e lui ha un parere diverso”, ha aggiunto il vicepremier serbo. A suo avviso, la prima opportunità per ridurre tale divario di posizioni sarà la visita che Brammertz effettuerà a Belgrado in febbraio. ”E’ importante fare in modo che le sue osservazioni siano basate sui fatti e non su impressioni generiche”, ha detto Djelic. In ogni caso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha chiesto l’apertura di inchieste internazionali sui crimini commessi all’indomani del conflitto del Kosovo ed in particolare sui numerosi indizi secondo i quali organi umani sarebbero stati prelevati ai detenuti in territorio albanese per essere trasportati all’estero a fini di trapianto. Adottando una risoluzione basata sul rapporto di Dick Marty – il relatore svizzero che aveva accusato anche l’attuale premier Hashim Thaci di coinvolgimento in traffici di organi ed altri gravi crimini – l’Assemblea ha chiesto l’avvio di inchieste sugli indizi che rivelano l’esistenza di centri di detenzione segreti sotto il controllo dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) e sulle scomparse legate alla guerra del Kosovo, oltre che sulla “collusione, spesso denunciata, tra ambienti mafiosi e politici”.
L’assemblea – si legge ancora sul sito del Consiglio – ha chiesto che EULEX, la missione dell’Unione europea in Kosovo, venga dotata di un mandato chiaro oltre che delle risorse e del sostegno politico ad alto livello di cui necessita per compiere “la sua missione straordinariamente complessa e importante”. La risoluzione approvata dai parlamentari dei 47 paesi membri invita quindi le autorità albanesi e l’amministrazione del Kosovo a cooperare “senza riserve” con Eulex o qualunque altra istanza giudiziaria internazionale incaricata di fare luce sui crimini legati al conflitto in Kosovo, quale che sia l’origine dei sospetti e delle vittime. Belgrado ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione da parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, oggi a Strasburgo, del rapporto sui traffici illegali di organi alla fine degli anni novanta in Kosovo e Albania, presentato dal relatore svizzero Dick Marty. Il Ministro serbo per le questioni del Kosovo, Goran Bogdanovic, ha parlato di un passo avanti per scoprire la verità su quello che e’ effettivamente accaduto in Kosovo. Spetta ora agli inquirenti porre in atto un’indagine dettagliata e imparziale sulle affermazioni di Marty, ha detto.
Il presidente del parlamento serbo Slavica Djukic-Dejanovic ha detto, da parte sua, che l’opinione pubblica in Serbia si attende che la comunità internazionale, in particolare Kfor e Eulex, adotti tutte le misure opportune per arrivare alla verità sui fatti denunciati da Dick Marty. Anche Dragljub Micunovic, capo delle delegazione parlamentare serba presente oggi a Strasburgo, si e’ detto soddisfatto e ha espresso gratitudine a Dick Marty per il suo coraggioso rapporto. I fatti in esso denunciati, ha detto, sono stati tenuti sotto silenzio per troppo tempo, poiché molti credevano che la verità non sarebbe mai emersa. Dopo l’adozione da parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del rapporto di Dick Marty sul traffico illegale di organi e di una risoluzione che chiede un’inchiesta, anche il presidente kosovaro ad interim, Jakup Krasniqi, ha detto che Pristina ”e’ interessata alla verità”. ”Noi siamo interessati affinché in questa vicenda emerga la verità, qualunque essa sia”, ha detto Krasniqi incontrando i giornalisti a Pristina. ”Anche se essa (la verità) e’ dolorosa, fatecela sapere”, ha aggiunto il presidente che ha invitato la missione europea in Kosovo Eulex a ”reagire rapidamente e a indagare sulle accuse di Dick Marty”. Nella risoluzione approvata a larghissima maggioranza dal Consiglio d’Europa si chiede una ”inchiesta seria e indipendente” sulle denunce di Marty relative a un traffico illegale di organi umani avvenuto alla fine degli anni novanta in Kosovo e Albania ai danni di prigionieri dell’Uck (indipendentisti kosovari albanesi), in massima parte serbi. Il Kosovo e’ pronto a collaborare all’inchiesta, ha affermato Krasniqi, secondo il quale comunque le accuse di Marty non potranno in alcun modo essere provate. Il presidente ha poi detto di ritenere che l’adozione del rapporto Marty e della risoluzione sull’inchiesta non avrà alcuna influenza negativa sul processo di riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, proclamata il 17 febbraio 2008 e riconosciuta finora da 72 paesi. Una “propaganda anti-Kosovo e un tentativo di bloccare il processo di riconoscimento dell’indipendenza di Pristina” è stato, invece, il commento di Dzavit Haliti, stretto collaboratore del premier kosovaro Hashim Thaci e alto rappresentante del suo Partito democratico del Kosovo (Pdk).
Parlando a Strasburgo, Haliti ha sottolineato la disponibilità del governo kosovaro a collaborare con la comunità internazionale per far luce sulle denunce di traffici di organi. Ma il rapporto di Marty – ha detto – e’ solo propaganda contro il Kosovo. Il nome di Haliti, d’altronde, e’ menzionato nel rapporto Marty in varie occasioni. In particolare Haliti viene indicato come uno dei leader del Gruppo di Drenica, la formazione dell’Uck guidata allora dall’attuale premier Thaci e ritenuta la principale responsabile dei traffici di organi umani. Il relatore del Consiglio d’Europa, Dick Marty, ha nuovamente criticato il Tribunale penale internazionale dell’Aja per i crimini nella ex Jugoslavia (Tpi) che ha distrutto, a suo dire, alcuni documenti relativi a tali traffici illegali di organi.
In un’intervista comparsa sull’ultimo numero del settimanale serbo “Nin”, Marty afferma di non voler accusare il Tpi di complotto, ma di ritenere che tale Tribunale abbia commesso un errore nel distruggere alcuni documenti di prova relativi alle indagini condotte nel 2004 nel villaggio albanese di Ripa, presso Burel. Per Marty si tratta di una procedura del tutto anormale per qualsiasi tribunale al mondo. ”Quando si raccolgono documenti e si pensa di non avere a disposizione prove sufficienti o di non disporre dell’autorità (?) per continuare nelle indagini, la documentazione non si distrugge mai, ma si conserva dal momento che prima o poi possono emergere nuove prove in grado di dare nuovo significato a quelle vecchie”, ha detto Marty. ”Non sto accusando il Tpi di cospirazione, ma ritengo che abbia commesso un errore”, ha affermato il senatore svizzero nell’intervista a “Nin”. Riferendosi quindi al suo rapporto sul traffico di organi adottato a Strasburgo, Dick Marty ha osservato come non si tratti di un lavoro investigativo come quello di un giudice o di un procuratore ma piuttosto di un ”lavoro politico da parte di una istituzione (il Consiglio d’Europa, ndr) che difende i diritti umani. Pertanto il rapporto non e’ un’accusa ma piuttosto la raccolta di elementi sulla base dei quali gli organi competenti devono avviare un’ inchiesta”.
Alla domanda sul perché nel suo rapporto non si fanno i nomi delle fonti, Marty ha risposto affermando che i testimoni (in Kosovo e in Albania) rischiano la loro vita e non hanno alcuna garanzia di protezione. La Commissione europea, dal canto suo, ha ribadito il suo invito al senatore del Consiglio d’Europa Dick Marty, di fornire le prove delle sue affermazioni a Eulex, la missione dell’Ue in Kosovo. Questa è la richiesta della portavoce dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune, la britannica Catherine Ashton, in seguito alla richiesta dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa di aprire inchieste internazionali sul caso. Al momento, infatti, ha ribadito Maja Kocijancic, non ci sono prove “ammissibili da parte di nessun tribunale” delle affermazioni fatte da Marty. “Abbiamo bisogno di prove solide prima di potere intraprendere una qualunque azione”, ha sottolineato la portavoce, ricordando che “Eulex, di sua iniziativa, ha già inviato due lettere al senatore Marty, a cui non e’ mai stata data risposta”.
Se il Consiglio d’Europa ha delle prove relative al coinvolgimento di Thaci nel traffico internazionale d’organi e dei relativi crimini commessi in Kosovo all’indomani del conflitto, e’ quindi “pregato di fornirle a Eulex”, ha concluso la Kocijancic, forse in maniera ironica, pensando alla distruzione dei documenti decisa dal Tribunale dell’Aja … Ovviamente questo genere di prove non venne richiesto al Comando generale della NATO e agli Stati Uniti quando decisero, il 24 marzo 1999, di distruggere con i bombardamenti la Serbia e il Montenegro, per fermare “un genocidio” mai avvenuto. E siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, la verità sulla gigantesca farsa inscenata ormai da 20 anni dalla “giustizia” occidentale finanziata dallo speculatore George Soros, una “giustizia” che utilizza la NATO come polizia giudiziaria, inizia a rivelarsi. Fu, infatti, proprio l’Ufficio dell’ex procuratore capo del Tribunale penale internazionale dell’Aja (Tpi), Carla Del Ponte, a ordinare nel 2005 la distruzione di documenti relativi al traffico illegale di organi umani alla fine degli anni novanta in Kosovo e Albania. Lo ha detto al quotidiano belgradese “Blic”, Frederick Swinnen, consigliere dell’attuale procuratore capo del Tpi Serge Brammertz. ”Tutto sarebbe stato forse (?) più semplice se avessimo conservato tali materiali. E’ stata una decisione infelice”, ha osservato Swinnen, secondo il quale foto del materiale distrutto - in gran parte bottiglie e siringhe – erano state inviate alla procura serba per i crimini di guerra. Cosa questa che “Blic” afferma di aver constatato.
Non l’ha presa bene il premier albanese, Sali Berisha, che ha duramente attaccato Dick Marty per il suo rapporto sul traffico di organi umani che sarebbe avvenuto alla fine degli anni novanta in Kosovo e Albania, affermando che si tratta di un documento razzista e propagandistico anti-albanese. ”Voglio ribadire ancora una volta che il rapporto di Dick Marty e’ razzista. Voglio inoltre sottolineare che queste accuse non rappresentano nulla di nuovo. Cominciarono con la propaganda (sic) di Slobodan Milosevic dopo gli attacchi della Nato contro il Saddam dei Balcani”, ha detto Berisha citato dalla “Tanjug”. ”Su tali accuse vi sono state delle indagini ed e’ stato provato (da chi?) che sono false”, ha aggiunto il premier albanese. Berisha ha quindi detto che Tirana e’ disposta a mettere ogni centimetro del suo territorio a disposizione delle indagini in relazione alle accuse di Dick Marty. Cosa che, peraltro, l’Albania non ha ancora fatto, come sottolineato nel rapporto del relatore svizzero … giustificandosi col fatto di non aver partecipato al conflitto del 1999! In questi giorni, però, Berisha si trova alle prese con problemi interni tutt’altro che facili da risolvere, perché i suoi burattinai di Washington pare abbiano deciso di scaricarlo. L’ennesima lezione per quanti non hanno ancora capito che con il padrone non si tratta.
La retorica dell'amicizia USA-India
Melkulangara Bhadrakumar (India) Strategic Culture 27.01.2011
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Di prima facie, il famoso volo di prova di diciotto minuti del caccia stealth J-20 su un aeroporto nella città sud-occidentale cinese di Chengdu, una quindicina di giorni fa, sta portando all'India una manna. Gli esperti Indiani sono appassionati dai paragoni strategici con la Cina. 
Il fatto è che, in una decisione a sorpresa dell'ultimo minuto, gli Stati Uniti potrebbero infatti mostrare al prestigioso air show dell'India, Aero India 2011 di Bangalore, nel mese di febbraio, due aerei F-22 Raptor, i caccia stealth statunitensi e l'unico aereo da caccia di quinta generazione operativo al mondo. Questa sarà solo la terza volta che l'F-22 appare a una manifestazione aerea all'estero. 
Il più grande partecipante ad Aero India 2011 saranno gli Stati Uniti, che si prevede porterà diversi aerei, tra cui 10 caccia, aerei da trasporto C-17 Globemaster III ed il WC-130J Weatherbird. Non c'è bisogno di indovinare che gli Stati Uniti hanno deciso di proporre all'India un massiccio programma di approvvigionamento di armi, che si stima sarà pari a 60 miliardi di dollari, nel breve termine. 
In un altro sviluppo, Washington ha rimosso 9 aziende indiane aerospaziali e militari dalla sua cosiddetta 'Entity List', eliminando il requisito della licenza di esportazione per la vendita di beni ad alta tecnologia. Una delegazione commerciale ad alto profilo, guidata dal segretario al Commercio statunitense Gary Locke, arriverà in India, alla vigilia di Aero India 2011
Locke ha descritto la decisione degli Stati Uniti, di rimuovere l'India dalla categoria di "paese di preoccupazione" nell'esportazione di prodotti tecnologici a duplice uso degli Stati Uniti, come "una pietra miliare significativa nel rafforzare il partenariato strategico USA-India e portare avanti le riforme del controllo delle esportazioni, che faciliterà gli scambi e la cooperazione nell'alta tecnologia". Non sorprende che la delegazione di Locke comprenda 24 imprese degli Stati Uniti che si occupano di commercio high-tech, tra cui colossi aerospaziali come Boeing eLockheed Martin
Locke ha detto ai media che intende fare un passo deciso con la leadership indiana, per una gara da 10 miliardi di dollari per l'acquisto di 126 aerei da combattimento multi-ruolo per la forza aerea indiana, che è nella fase finale del processo decisionale di Delhi. Come diceva lui, "La percezione degli onerosi controlli alle esportazioni degli Stati Uniti, certamente è stato un ostacolo agli scambi dell'alta tecnologia [con l'India], nel corso degli anni. Così il nostro obiettivo era rimuovere l'India delle categorie rientranti in tali normative sul duplice uso, che connotano i paesi per quanto riguarda le preoccupazioni sulla proliferazione." 
La dimostrazione degli F-22 Raptor su suolo indiano, Locke e gli uomini d'affari aerospaziali che viaggiano assieme , il via libero per il trasferimento di tecnologia militare statunitense all'India - sono tutti modelli collegati tra loro in una complessa pantomima decisamente. I bonzi della strategia, dicono che gli Stati Uniti vogliono costruire l'India come un grande potenza militare opposta alla Cina. Funzionari e pensatori degli Stati Uniti hanno lavorato sodo per assecondare l'idea dell'India quale "rivale" della Cina. 
Durante la scorsa settimana, il segretario di stato statunitense per l'Asia centrale e meridionale, Robert Blake, ha fatto due grandi discorsi politici sull'India - alla James Baker Institute for Public Policy di Houston e presso la Syracuse University di New York. I funzionari statunitensi hanno "fatto trapelare" che mettendo da parte i protocolli, il segretario di Stato USA avrà un pranzo la settimana prossima a Washington, con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Indiano in visita, come segno dell'importanza attribuita dagli statunitensi al "partenariato indispensabile" con l'India nel 21° secolo. 
Blake proiettata le aspettative di Washington di lavorare "sempre più vicino" con l'India, “per promuovere la sicurezza e la prosperità globale." Se il 2010 è risultato essere l'anno fondamentale dello statunitense "reset" con la Russia, il 2011 promette a sua volta di essere storico per l'India. Blake citava l'India come partner essenziale degli Stati Uniti in Asia centrale - una regione che si trova a un "bivio critico, al confine tra Afghanistan, Cina, Russia e Iran", dove gli Stati Uniti sono determinati ad "ampliare il nostro impegno e la nostra cooperazione".
Ha aggiunto: "e in Asia meridionale, con l'India come sua fiorente ancora, è una regione di crescente importanza strategica e commerciale per gli Stati Uniti, nella critica zona dell'Oceano Indiano... Dato questo contesto dinamico regionale, noi [gli USA] abbiamo tre obiettivi principali nell'Asia centrale e del Sud: sostenere gli sforzi internazionali in Afghanistan; costruire un partenariato strategico con l'India e sviluppare relazioni più durature e stabili con gli Stati dell'Asia centrale". Blake ha elogiato l'economia dell'India come la "il motore della crescita dell'Asia centrale e del Sud". 
Questa è roba inebriante e la sua tempistica è significativa - le relazioni USA-Pakistan sono in una situazione di stallo; il rapporto India-Pakistan rimane teso, i legami tra India e Iran sono guastati; i rapporti India-Cina rimangono incerti, e, naturalmente, l'India potrebbe avvicinarsi all'adesione alla Shanghai Cooperation Organisation. La scorsa settimana, il capo della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha anche citato il 2011 come "un anno importante per le partnership" dell'alleanza con paesi come l'India, che sono "gli attori principali... con i quali condividiamo le preoccupazioni sulla sicurezza comune e possono cooperare per il bene della sicurezza internazionale." Rasmussen ha elencato ciò come una delle tre priorità delle NATO nel 2011 - le altre due sono la guerra in Afghanistan e la riforma dell'Alleanza. 
Curiosamente, tuttavia, la retorica è stata unilaterale finora, con gli indiani ad ascoltare la instancabile glorificazione del loro paese da parte degli alti funzionari degli Stati Uniti, pur mantenendo i loro pensieri per sé stessi.
La propaganda degli Stati Uniti può essere vista nel contesto delle lucrose offerte, in cantiere, di armi per un valore di diversi miliardi di dollari. Naturalmente, c'è sempre un'angolatura assai commerciale in qualsiasi partnership strategica che gli Stati Uniti cercano con qualsiasi paese - sia l'Arabia Saudita e il Kuwait o Taiwan e la Corea del Sud. E l'India offre un altamente lucrativo, autofinanziantesi e remunerativo partenariato strategico, con la sua economia in crescita e un mercato di massa che si apre, in particolare alle vendite militari. 
Inoltre, queste offerte sono altamente remunerative, in quanto sono spesso effettuate in condizioni non trasparenti. Un importante giornale di Delhi, ha sottolineato la scorsa settimana che gli Stati Uniti vendono all'India 21 missili AGM-84L Harpoon Block II e cinque loro varianti per l'addestramento ATM-84L Harpoon Block II, ad un prezzo che è circa il 200 per cento più alto di quello che ha pagato il Pakistan 4 anni fa. Mentre il costo unitario medio dei missili per l'India, è un po meno di 8 milioni di dollari al pezzo, il Pakistan ha pagato solo circa 3 milioni di dollari. (L'azienda beneficiata dalla transazione sarà la Boeing, che fa parte della delegazione di Locke.) 
Il fatto della questione è che il prezzo che gli Stati Uniti offrono agli indiani, sotto la FMS (vendite estere militari) non è negoziabile. Washington invia una "lettera di offerta e accordo" e l'unica cosa veramente lascia agli zar di Delhi da fare, è accettarla. Qui è laddove la corrente magniloquente retorica di Blake diventa utile. Offuscata dalla bruttezza dell'avidità e dell'avarizia, distoglie la mente con vanagloriosi processi di pensiero e rende la vita semplice da vivere, facendo sembrare le cose molto più grandi di quanto effettivamente lo siano. 
Blake, infatti, s'è complimentato con gli indiani per la rapida acquisizione di una flotta di velivoli da trasporto C-130J, quasi solo adottato dagli Stati Uniti, e ha continuato a stimare che questo avvenimento, straordinario per la regione dell'Asia meridionale, significhi una "manifestazione altamente visibile della partnership USA-India nella difesa" e sia “emblematico delle ambizioni dell'India a svolgere un ruolo sempre più globale". 
Gli indiani sono ingenui? Dopo tutto, hanno visto crescere, declinare e cadere gli imperi - compreso i loro. Nel suo discorso sullo Stato dell'Unione a Washington, di martedì notte, Obama ha prestato poca attenzione alla politica estera, mentre si è concentrato quasi interamente sugli innumerevoli disturbi del corpo e dello spirito degli USA. In un passaggio pregnanti, il Presidente degli Stati Uniti d'America in realtà ha detto, alle élite al potere del suo paese: "Le infrastrutture da noi utilizzate sono le migliori - ma il nostro vantaggio è sceso. Le case della Corea del Sud hanno ora un maggiore accesso rispetto a noi. I paesi in Europa e la Russia investono di più nelle loro strade e ferrovie che noi. La Cina sta costruendo treni più veloci e aeroporti più nuovi. Nel frattempo, quando i nostri ingegneri hanno classificato le infrastrutture della nostra nazione, che ci hanno dato una 'D'. (appena sufficiente. NdT)
Con la sua parrocchia messa così male, l'India era ben lontana dai pensieri di Obama. Anche gli indiani più ottusi potrebbero capirlo.


UNO TSUNAMI DI COLPI DI STATO NEL MEDITERRANEO
Webster G. Tarpley - 16/1/2011
Traduzione di Gianluca Freda - Blogghete
Washington, DC, 16 gennaio 2011 – La comunità dei servizi segreti americani è in preda ad un autentico delirio di esaltazione in seguito al riuscito colpo di stato che ha rovesciato questa settimana il governo tunisino del presidente Ben Ali. Il Dipartimento di Stato e la CIA, attraverso i media ad essi fedeli, stanno impietosamente proponendo il colpo di stato in Tunisia dei giorni scorsi come prototipo di una seconda generazione di rivoluzioni colorate, colpi di stato postmoderni e azioni destabilizzanti gestite dagli Stati Uniti attraverso le masse popolari. A Foggy Bottom e a Langley, piani febbrili vengono elaborati per scatenare uno tsunami mediterraneo, con l’obiettivo di rovesciare buona parte degli attuali governi del mondo arabo e non solo. I pianificatori dell’imperialismo sono convinti di poter adesso rovesciare o indebolire i governi di Libia, Egitto, Siria, Giordania, Algeria, Yemen e forse anche altri, mentre gli sforzi incessanti della CIA per rimuovere il primo ministro italiano Silvio Berlusconi (a causa della sua amicizia con Putin e del suo sostegno al gasdotto Southstream) evidenziano che quest’orgia di destabilizzazione non riguarda solo il mondo arabo, ma ha un carattere pan-mediterraneo.
Rivoluzione della fame, non dei Gelsomini
I pianificatori imperialisti di Washington sono convinti di essere riusciti a perfezionare con successo il vecchio modello di rivoluzioni colorate e colpi di stato postmoderni targati CIA. Questo sistema di destituzione dei governi aveva perso parte del suo prestigio dopo il fallimento della tentata rivoluzione plutocratica dei Cedri in Libano, il capovolgimento dell’odiosa Rivoluzione Arancione in Ucraina targata FMI-NATO, l’ignominioso disastro della “
Twitter Revolution” Iraniana del giugno 2009 e l’ampio discredito che aveva colpito la Rivoluzione delle Rose in Georgia, sostenuta dagli USA, a causa della politica oppressiva e guerrafondaia del folle fascista Saakashvili. Il programma imperialista è che gli eventi tunisini possano ora fungere da apristrada per un nuovo modello di colpi di stato “popolari”, specificamente studiati per adeguarsi alla realtà odierna, che è quella della depressione economica globale, della crisi strutturale e della disintegrazione dell’economia-casinò globalizzata.
I tumulti tunisini vengono definiti “
Rivoluzione dei Gelsomini” dalla stampa USA, ma sarebbe molto più corretto considerarli una variante della classica rivoluzione per fame. Il fermento tunisino non è partito dal desiderio della classe media di potersi liberamente esprimere, di poter votare e di tenere blog. E’ partito dall’impeto predatorio di Wall Street, che sta devastando l’intero pianeta: costi spaventosamente alti per il cibo e per il carburante provocati dalle speculazioni sui derivati, alti livelli di disoccupazione e di sotto-occupazione e disperazione economica generalizzata. Il detonatore della rivolta è stato il tragico suicidio di un venditore di ortaggi di Sidi Bouzid che era stato diffidato dalla polizia. Nel tentativo di conservare il potere, Ben Ali ha ben compreso quale fosse stata la causa della rivolta, come dimostra il suo ordine di abbassare i prezzi dei generi alimentari. Da parte sua, il governo giordano ha già abbassato i prezzi degli alimentari di circa il 5%.
Assange e Wikileaks, strumenti chiave della CIA per imbrogliare le folle giovanili 
Il carattere economico delle agitazioni in corso rappresenta un vero problema per gli imperialisti di Washington, poiché le linee guida del Dipartimento di Stato tendono a definire i diritti umani esclusivamente in termini politici e religiosi, mai come un problema di diritti economici o sociali. Controllo sui prezzi, politiche salariali, assegni per la disoccupazione, strumenti del welfare, diritto alla salute, politiche abitative, diritti sindacali, controllo sulle banche, tariffe doganali protezionistiche e altri strumenti di autodifesa nazionale non trovano alcuno spazio nei mantra ripetuti da Washington. In questa situazione, che cosa si può fare per ingannare le folle di giovani sotto i 30 anni che rappresentano ormai la realtà demografica fondante di gran parte del mondo arabo?
In questa contingenza, Julian Assange, l’androide predatore del cyberspazio creato dalla CIA, e la sua Wikileaks stanno garantendo un servizio indispensabile alla causa imperialista. In Islanda, nell’autunno 2009, Assange venne impiegato dai suoi sostenitori finanziari per deviare e distruggere un movimento che puntava a garantire la sopravvivenza della nazione alla moratoria del debito, il rifiuto delle interferenze del Fondo Monetario Internazionale e il rilancio dell’economia produttiva attraverso un ambizioso programma di sviluppo delle infrastrutture nazionali ed esportazione di beni ad alta tecnologia, particolarmente nel settore dell’energia geotermica. Assange riuscì a convincere molti islandesi che queste cause non erano abbastanza radicali e che dovevano impiegare le loro energie nella pubblicazione di una serie di documenti, accuratamente preselezionati, provenienti dal governo USA e da altre fonti; tutti questi documenti, in un modo o nell’altro, prendevano di mira figure politiche e governative che Londra e Washington avevano interesse ad indebolire e mettere in imbarazzo. In altre parole, Assange riuscì a imbrogliare gli ingenui attivisti, spingendoli a lavorare per Washington e per i finanziatori dell’imperialismo. Assange non aveva alcun programma, eccetto quello della “
trasparenza”, che è un costante ritornello della mafia dei diritti umani targata USA e UK ogni volta che essa cerca di rovesciare i governi presi di mira, soprattutto se impegnati nel settore dello sviluppo.
Yes we can!” o “I prezzi del cibo sono troppo alti!
La Tunisia è forse il primo caso in cui Wikileaks e Assange possano vantarsi a ragion veduta di essere stati il detonatore del colpo di stato. Molti resoconti giornalistici concordano sul fatto che alcuni dispacci del Dipartimento di Stato, i quali facevano parte delle recenti rivelazioni di Wikileaks e si concentravano sugli eccessi sibaritici e sullo smodato tenore di vita del clan Ben Ali, abbiano giocato un ruolo chiave nel portare in piazza la piccola borghesia tunisina. Grazie anche ad Assange, le TV occidentali hanno così potuto mostrare immagini delle folle tunisine mentre agitano striscioni che recitano “
Yes We Can!”, anziché un più realistico e populista “I prezzi del cibo sono troppo alti!”.
Ben Ali era rimasto al potere per 23 anni. In Egitto, il presidente Mubarak è al potere da quasi 30 anni. Anche il clan Assad in Siria è sulla breccia da circa tre decenni. In Libia, il colonnello Gheddafi è al potere da quasi 40 anni. Hafez Assad era riuscito a programmare la successione monarchica di suo figlio prima di morire 10 anni fa e Mubarak e Gheddafi stanno cercando di fare la stessa cosa. Poiché gli USA non gradiscono queste dinastie, l’ovvia tattica della CIA è quella di mettere in campo strumenti come
 Twitter, Google, Facebook, Wikileaks, ecc., per trasformare gli elementi di punta delle realtà giovanili in folle sciamanti, pronte ad abbattere questi regimi gerontocratici.
La CIA ha bisogno di nuovi burattini aggressivi per giocare contro Iran, Cina e Russia
Tutti questi paesi hanno certamente bisogno di serie riforme sociali e politiche, ma ciò che la CIA sta facendo con l’attuale infornata di destabilizzazioni non ha nulla a che fare con un cambiamento in positivo dei paesi coinvolti. Coloro che ne dubitassero, farebbero bene a rammentarsi gli orridi risultati politici ed economici dei burattini posti al potere dalle recenti rivoluzioni colorate; personaggi come gli ucraini Yushchenko e Timoshenko, cleptocrati targati FMI-NATO, oppure Saakashvili, il dittatore guerrafondaio mentalmente instabile andato al potere in Georgia, e così via. Le forze politiche così sciocche da accettare le idee di speranza e cambiamento proposte dal Dipartimento di Stato, si ritroveranno ben presto sotto il giogo di nuovi oppressori di questo tipo. Il pericolo è particolarmente grave in Tunisia, dove le forze che hanno eliminato Ben Ali non hanno né un leader visibile né una visibile struttura organizzativa di massa che possa aiutarli a sbarazzarsi delle interferenze esterne, come fece Hezbollah quando riuscì a dare scacco matto al tentato putsch dei Cedri in Libano. In Tunisia, la CIA ha campo libero per instaurare al potere un candidato di sua scelta, preferibilmente sotto la copertura delle solite “
libere elezioni”. Sfortunatamente, ventitrè anni di Ben Ali hanno lasciato la Tunisia in condizioni di profonda atomizzazione.
Perché Washington è così ossessionata dall’idea di rovesciare questi governi? La risposta ha molto a che fare con Iran, Cina e Russia. Per quanto riguarda l’Iran, è noto che il Dipartimento di Stato sta tentando di mettere insieme un fronte unitario dei paesi arabi occupati e dei regimi sunniti contro l’Iran sciita e i suoi vari alleati nella regione. Questa strategia non sta funzionando bene, come dimostra l’incapacità degli USA di instaurare il loro fantoccio preferito, Allawi, al potere in Iraq, dove sembra che il filoiraniano Maliki riuscirà a mantenere le redini del governo nel prevedibile futuro. Gli USA sono alla disperata ricerca di una nuova generazione di traballanti demagoghi “democratici”, più disponibili a guidare i propri paesi contro l’Iran di quanto abbia dimostrato di voler fare l’immobilismo dei regimi attuali. C’è poi la questione dell’espansione dell’economia cinese. Possiamo star certi che tutti i nuovi leader instaurati dagli USA includeranno nei propri programmi la rottura delle relazioni economiche con la Cina, a partire dalla riduzione delle esportazioni di petrolio e materie prime, sulla falsariga di ciò che il boss della “
Twitter Revolution”, Mir-Hossein Mousavi, stava preparando per l’Iran nel caso in cui avesse conquistato il potere nell’estate 2009, all’apice delle sommosse in affitto che avevano come slogan “Morte alla Russia, morte alla Cina”. Inoltre, l’ostilità degli USA verso la Russia non è affatto diminuita, nonostante l’effetto cosmetico della recente ratifica dello START II. Ad esempio, se una rivoluzione colorata dovesse colpire la Siria, potremmo star certi che la presenza navale russa nel porto di Tartus, che infastidisce molto i progettisti NATO, verrebbe rapidamente eliminata. Se i nuovi regimi mostreranno ostilità verso Iran, Cina e Russia, vedremo ben presto scomparire le questioni interne dei diritti umani dalle priorità degli Stati Uniti.
Funzionari della destabilizzazione nel regime di Obama
Per coloro che tengono il conto, sarà utile fare il nome di alcuni dei principali agenti della destabilizzazione operanti all’interno dell’attuale regime statunitense. E’ ovviamente scontato che l’attuale ondata di colpi di stato contro i paesi arabi sia stata scatenata dal Segretario di Stato Hillary Clinton, con l’ acclamato discorso tenuto la scorsa settimana a Doha, in Qatar, in cui la Clinton avvisava i leader arabi di riformare le loro economie (secondo le regole del FMI) ed eliminare la corruzione o affrontare la destituzione politica.
Visto il ruolo chiave svolto da Assange e da Wikileaks nell’attuale fase, lo zar degli affari regolatori della Casa Bianca, Cass Sunstein, deve essere incluso nel novero dei principali progettisti dei colpi di stato. Ricordiamo che il 24 febbraio 2007 Sunstein pubblicò sul Washington Post un articolo intitolato “
Brave New Wikiworld”, in cui annunciava: “Wikileaks.org, fondata da dissidenti con base in Cina e in altre nazioni, sta progettando di pubblicare documenti governativi segreti e di proteggerli dalla censura con software criptati”. Fu questo l’inizio del grande successo pubblicitario di Assange, nonché il debutto di Wikileaks sulla stampa americana a larga diffusione; tutto grazie a Sunstein, attuale funzionario della Casa Bianca. Non si può forse ipotizzare che Sunstein sia l’uomo incaricato dalla Casa Bianca di tenere i contatti con Wikileaks e di gestire l’intera operazione?
Ogni albero della foresta araba rischia di cadere
Un’altra figura degna di menzione è Robert Malley, noto agente USA, attualmente a capo del Gruppo Internazionale di Crisi (ICG) per il Medio Oriente e il Nord Africa, un’organizzazione che si ritiene viva sui finanziamenti erogati da George Soros e su strategie immaginate Zbigniew Brzezinski. Malley fu al centro di una controversia durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2008 a causa delle sue posizioni anti-israeliane, ideali per imbrogliare i leader arabi che costituiscono il suo bersaglio. Sul
 Washington Post del 16 gennaio 2011, Malley ha dichiarato che ogni albero della foresta araba potrebbe essere in procinto di cadere. “Potremmo scorrere la lista dei leader arabi che in questo momento si guardano allo specchio e scoprire che ben pochi di loro non sono su quella lista”. I governi arabi siano avvertiti di tenere d’occhio i funzionari della ICG all’interno dei loro paesi.
Lo zar Cass Sunstein è attualmente sposato con Samantha Power, la quale lavora presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca come Senior Director (capo) dell’Ufficio Affari Multilaterali e Diritti Umani, cioè nell’epicentro burocratico delle operazioni di destabilizzazione come quella attuata in Tunisia. La Power, proprio come Malley, è una veterana dell’intelligence statunitense nel settore “
diritti umani”, che è maestro nello sfruttare legittime denunce contro la repressione governativa per rimpiazzare i vecchi amici degli Stati Uniti con nuovi burattini, in un processo senza fine di sovversione politica. Sia Malley che la Power furono costretti a rassegnare formali dimissioni durante la campagna presidenziale di Obama del 2008, Malley per aver parlato con Hamas e la Power per un’oscena reprimenda contro Hillary Clinton, che è ora la sua rivale burocratica.
Avvertimento ai governi arabi, alle forze politiche, ai sindacati
Il mondo arabo ha bisogno di imparare alcune fondamentali lezioni riguardo i meccanismi delle rivoluzioni colorate della CIA, se non vuole ripetere le tragiche esperienze dell’Ucraina, della Georgia e di tante altre nazioni. In un mondo impoverito dalla depressione economica, un programma di riforme in grado di proteggere gli interessi nazionali contro le forze rapaci della globalizzazione finanziaria costituisce l’imperativo numero uno.
Di conseguenza, i governi arabi devono immediatamente espellere tutti i funzionari del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e di tutto il sottobosco delle istituzioni di credito. I paesi arabi che si trovano in questo momento sotto il giogo delle condizioni imposte dal FMI (in particolare l’Egitto e la Giordania tra i paesi arabi e il Pakistan tra i paesi musulmani) devono cacciarli immediatamente e unilateralmente, ripristinando la propria sovranità nazionale. Ogni stato arabo dovrebbe proclamare unilateralmente e immediatamente una moratoria del debito sotto forma di congelamento illimitato di tutti i pagamenti di debiti e interessi alle istituzioni internazionali, seguendo il modello argentino, a partire dalle somme dovute alla Banca Mondiale e al FMI. Le aziende multinazionali estere che operano in regime di monopolio, soprattutto le compagnie petrolifere, dovrebbero essere confiscate come la situazione richiede. I generi alimentari di base e i carburanti dovrebbero essere assoggettati al controllo dei prezzi, con pene draconiane contro la speculazione, inclusa quella attuata tramite derivati. Misure dirigiste come dazi protezionistici e sussidi alimentari dovrebbero essere introdotte al più presto. La produzione di generi alimentari deve essere implementata attraverso incentivi alla produzione e all’importazione, nonché attraverso accordi di scambio internazionali. Occorre costituire rapidamente scorte di cereali per il fabbisogno nazionale. Saranno necessari controlli sul capitale e sugli scambi per impedire manovre speculative sulle valute nazionali da parte di hedge fund stranieri che agiscano con il fine aggiuntivo di rovesciare governi nazionali. Cosa più importante, la banche centrali devono essere nazionalizzate e riconvertite ad una politica di credito al tasso dello 0% per la realizzazione di infrastrutture interne, per il sostegno all’agricoltura, per la costruzione di abitazioni e per la produzione di beni materiali, con particolare riguardo al potenziamento delle esportazioni. Una volta avviate queste riforme, verrà anche il momento di prendere in considerazione l’idea di un’integrazione economica del mondo arabo, come comunità di sviluppo in cui i profitti ricavati dagli stati produttori di petrolio nel commercio con l’estero potranno essere sfruttati per generare reciproci vantaggi in termini di infrastrutture e di investimenti nella produzione di beni materiali, nell’ambito di tutto il mondo arabo.
L’alternativa è una serie infinita di destabilizzazioni progettate da nazioni straniere e, con ogni probabilità, il caos terminale.

TER, 01 DE FEVEREIRO DE 2011 04:12   
Europa vê relações entre Angola e China na perspectiva neocolonialista

As relações comerciais entre Angola e China, baseadas no petróleo, são tidas pela Europa como neocolonialistas, perspectiva ditada pela percepção que se vê na imprensa e às vezes tais informações têm como base emoções e percepções em detrimento de factos que revelam a realidade do negócio desenvolvido pelas partes.
Essa perspectiva pode revelar um certo ciúme do ocidente pelas relações sino-angolanas. Por outro lado, tal visão pode ser desmistificada, através de pesquisas e estudos que visam a busca de dados e informações reais sobre em que assentam as parcerias estabelecidas entre os Estados.
Nessa senda, pesquisadores e académicos (nacionais e estrangeiros) têm concluído que os dois países são parceiros de negócios que se respeitam mutuamente e que a China actua em Angola numa condição não hegemónica, mas horizontal e sem imposições.
Segundo o investigador Markus Weimer, da Chatham House- uma instituição académica da Inglaterra, entrevistado hoje pela Angop, em Luanda, por ocasião da Conferência “A China em África: Desafios e oportunidades para Angola”, realmente a Europa tem uma visão neocolonialista da relação Angola/China ou China/África, mas a entidade que representa busca informações através de pesquisas para tirar ilações.
“Nas nossas pesquisas e relatórios, disse o interlocutor, pretendemos dar uma base da realidade das relações entre China e África e uma das coisas que constatamos é a inexistência de neocolonialismo, mas que os Estados africanos têm um papel muito importante em gerir esse relacionamento”.
Disse também que muitos países asiáticos falham por causa dessa visão, porque na verdade é uma relação de parceiros de negócios em que cada uma das partes apresenta as suas condições.
Concretamente sobre a relação Angola/China, o pesquisador referiu que o Governo angolano tem espaço suficiente para defender interesses do país.
Partilha da mesma opinião da pesquisadora do Instituto Sul-africano de Relações Internacionais (SAIIA) Ana Alves, segundo a qual a relação entre os dois Estados ou entre China e África não tem um pendor neocolonialista.
Para si, é ilegítimo chamar a China uma potência neocolonialista, porque a sua maneira de actuar difere em muito do modo como actuaram as potências coloniais em África.
Referiu que em alguns aspectos a china está a actuar semelhantemente como as potências coloniais que é explorar os recursos naturais e ter acesso ao petróleo, mas em contrapartida actua conforme as regras encontradas no mercado.
“Eu acho que a china está a aproveitar uma oportunidade que se abriu em África para ter acesso aos recursos naturais. Ela joga, ao contrário das potências, com as regras do mercado, não impõe condições”, justificou Ana Alves
Sobre a questão, o deputado angolano Lopo do Nascimento, um dos participantes do fórum, disse numas das suas intervenções discordar de alguma forma de como os chineses actuam em Angola com as suas empresas, mas acredita existir ciúmes do ocidente relativamente à presença da China em Angola.
Disse também que a África precisa de um novo paradigma nas relações com o ocidente e que os africanos estão a reagir mal em relação ao negócio com a China.
Por outro lado, manifestou o seu receio sobre eventual venda de terras a empresas chinesas para a produção de alimentos com objectivo de ser exportado para a Ásia.
“Quanto a essa questão os países africanos devem ter cuidados porque os chineses podem pretender comprar terras para produzir alimentos e exportar, aí podemos olhar já para uma questão mais séria”.
O evento foi organizado pelo Centro de Estudos e Investigação Científica da Universidade Católica de Angola (CEIC/UCAN), em parceria com a Universidade de Durham e o Instituto Sul-africanos de Assuntos Internacionais (SAIIA).
A Conferência visou, entre outros objectivos, ajudar os decisores políticos em Angola a compreenderem os desafios e oportunidades do envolvimento chinês para o planeamento do desenvolvimento nacional e as estratégias de reconstrução no pós-guerra, assim como facilitar e intensificar o diálogo entre os vários actores sobre os termos de parceria e as potencialidades e limites da cooperação.
Paulo André
ANGOP

O Tratado de Simulambuco foi assinado há 116 anos

O Tratado de Simulambuco assinado a 1 de Fevereiro de 1885 é considerado pelos Cabindas como um tratado de Direito Internacional que lhes dá a possibilidade de reivindicar a sua soberania, por ter sido acordado entre os príncipes e chefes tradicionais com a realeza portuguesa a protecção do enclave à luz das disputas de outras potências coloniais sobre a região.
O Tratado de Simulambuco foi assinado há 116 anos

02 FEV 2011 - O Tratado de Simulambuco assinado a 1 de Fevereiro de 1885 é considerado pelos Cabindas como um tratado de Direito Internacional que lhes dá a possibilidade de reivindicar a sua soberania, por ter sido acordado entre os príncipes e chefes tradicionais com a realeza portuguesa a protecção do enclave à luz das disputas de outras potências coloniais sobre a região.
Razão pela qual tem sido concebido como um símbolo de reivindicação contra Angola depois da independência em 1975.
Maior interesse tem sido actualmente manifestado por parte de jovens e estudantes na investigação da história do enclave, sobretudo no estudo dos tratados assinados entre Cabinda e os governos coloniais da Inglaterra, França, Holanda e Bélgica que também disputavam o território.
Roque Gaspar Borges, professor de História de Angola e de Investigação Científica na Universidade Privada de Angola, disse em entrevista à Voz da América que o interesse pela investigação da história dos tratados do enclave de Cabinda pelos mais jovens, decorre do facto desses tratados representarem a soberania de Cabinda.
Por José Manuel | Cabinda
VOA

1 comment:

Lyhwaku said...

Comenta a relaçao que existe entre Angola/China. De facto, a visao da Europa é injusta. Quando a crise belica Angolana terminou, Angola pediu ajuda aos paises doadores, para financiar a reconstrução nacional, destruida pela guerra, a Europa refutou. Angola teve que bater as portas da grande China e hojé as relações Angola/China, sao salutares. Nao estou a perceber o porque o Ocidente ve com maus olhos esta relaçao. Nao é neocolonialismo. Pode vir a ser se Angola permitir. Mas nao é o caso neste momento!