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Sunday, January 16, 2011

NATO

Gigantesco piano di aiuti militari NATO all’Afghanistan
Antonio Mazzeo 07/01/2011
Quando il 2011 si concluderà, la NATO avrà speso 20 miliardi di dollari negli ultimi due anni per addestrare le forze armate afgane e fornire armamenti e tecnologie di guerra. Mai l’Alleanza atlantica aveva fatto tanto: la cifra corrisponde approssimativamente a quanto speso in “aiuti militari” dallo scoppio del conflitto in Afghanistan sino alla fine del 2009. “Il programma è finalizzato a sviluppare le capacità delle forze di sicurezza afgane e a pagare le esercitazioni e la fornitura di equipaggiamento e infrastrutture”, annuncia il generale statunitense William Caldwell, a capo delle operazioni di addestramento delle forze NATO nel paese asiatico. Presto avverranno le prime consegne di armamenti: si tratta di elicotteri ed aerei e di un’ampia gamma di fucili, mortai e visori notturni.
“Resta ancora percentualmente alto l’analfabetismo tra gli appartenenti alle forze armate locali ed è ancora scarsa la presenza di addestratori specializzati”, aggiunge il generale Caldwell. “Per preparare i militari afgani a superare gli ostacoli e potere assumere il pieno controllo della nazione entro il 2014, termine previsto dalla NATO per ritirare le proprie forze da combattimento, la missione di addestramento alleata resterà in Afghanistan almeno sino al 2016, quando si concluderà il programma di sviluppo della forza aerea”.
Con il nuovo piano di “aiuti”, entro la fine del 2011 verranno incorporate nelle forze armate afgane 70.000 nuove unità. Oggi sono 149.500 gli uomini in forza all’esercito, 134.000 i poliziotti e 4.100 gli avieri in guerra contro i Talibani. Si affiancano ai 131.730 militari della International Security Assistance Force (ISAF), la forza militare multinazionale sotto comando NATO dall’agosto del 2003. Al contingente ISAF contribuiscono 48 nazioni, anche se l’apporto quantitativo e qualitativo determinante è assicurato da appena 7 paesi, Stati Uniti (90.000 militari), Gran Bretagna (9.500), Germania (4.887), Francia (3.850), Italia (3.770), Canada (2.913) e Polonia (2.488). Nonostante le dichiarazioni ufficiali di “disimpegno” e di “ritiro progressivo” dell’ISAF, è in atto una nuova escalation della presenza militare straniera in Afghanistan. A fine dicembre il Presidente Obama ha fatto sapere che gli Stati Uniti sono pronti ad inviare 30.000 militari in più e che i primi rientri in patria non avverranno prima del luglio 2011. Mille uomini della 26th Marine Expeditionary Unit, una forza di riserva riattivata nelle acque dell’Oceano Indiano e del Golfo Persico, hanno raggiunto nei giorni scorsi la provincia meridionale di Helmand per “rafforzare per tre mesi i progressi raggiunti nella lotta contro Talibani”, secondo quando dichiarato dall’US Central Command. Sul fronte NATO, ancora il generale William Caldwell annuncia l’arrivo di 397 nuovi “militari specializzati” per addestrare il personale afgano, mentre entro la fine di gennaio verranno dislocati a Kabul 450 uomini degli Allied Rapid Reaction Corps (ARCC), i corpi d’armata di reazione rapida a guida britannicache la NATO ha attivato una decina di anni fa per condurre missioni fuori-area. Il personale ARCC supporterà l’International Security Assistance Force nella pianificazione delle future operazioni alleate in Afghanistan.
La nostra missione resta sempre centralizzata alla conduzione delle operazioni di contro-insorgenza in partnership con le forze nazionali di sicurezza afgane (ANSF) e al supporto del Governo e della Comunità internazionale nel settore delle riforme del sistema della sicurezza, incluso la guida, l’addestramento e il sostegno operativo dell’esercito e della polizia nazionale”, ha spiegato il 16 dicembre 2010 il Segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen. “Si è però lanciato un processo di transizione finalizzato a che il governo afgano assuma gradualmente la leadership nella difesa del paese, provincia per provincia, distretto per distretto”. Predisposto durante la Conferenza internazionale tenutasi a Kabul nel luglio 2010, il “piano di transizione” è stato approvato al recente summit NATO di Lisbona. La sua implementazione è prevista a partire dalla primavera 2011 per concludersi entro la fine del 2014, quando l’ISAF dovrebbe ritirare definitivamente buona parte dei suoi contingenti per limitarsi ad un “ruolo di supporto e di sostegno a lungo termine” delle forze armate afgane e di quelle del Pakistan.
Al vertice di Lisbona, l’Alleanza Atlantica ha anche approvato le linee-guida per le missioni da realizzare a medio termine in Afghanistan. “La NATO deve potenziare le linee di comunicazione delle rotte stradali esistenti ai confini tra il Pakistan e l’Afghanistan”, si legge nel documento finale. “La rotta settentrionale è stata sviluppata nell’ambito degli accordi realizzati con la Federazione russa relativi al transito terrestre di attrezzature non letali. Accordi per il transito sono stati firmati pure con Bielorussia, Kazakistan, Tajikistan, Ucraina ed Uzbekistan. Il primo convoglio NATO attraverso la rotta settentrionale è partito da Riga, Lettonia il 14 maggio 2010 ed è giunto in Afghanistan il 9 giugno”. La NATO punta a rafforzare la cooperazione con la Russia anche nel settore dell’“addestramento anti-droga” del personale afgano e delle forze armate di altri paesi dell’Asia centrale. “Sin dall’avvio del programma alla fine del 2005, più di mille ufficiali sono stati formati presso il Centro di addestramento anti-droga di Domededovo. Al summit di Lisbona, il NATO-Russia Council ha stabilito l’avvio di un secondo centro addestrativo a San Pietroburgo. Durante il summit ci si è pure accordati per creare nel 2011 un fondo congiunto NATO-Russia per la manutenzione degli elicotteri e aiutare le forze armate afgane ad operare in modo più efficiente con la loro flotta elicotteri”. La NATO amministrerà inoltre un fondo per “accrescere la sicurezza dei depositi munizioni dell’esercito nazionale afgano (ANA) e supportare lo sviluppo delle capacità d’immagazzinamento delle munizioni dell’ANA”. Il programma sarà finanziato dalle nazioni ISAF e dalla NATO Maintenance and Supply Agency (NAMSA).
Se c’è scetticismo sul ritiro definitivo della NATO entro il 2016, è certo invece che le forze armate degli Stati Uniti d’America si stiano preparando a una presenza “duratura” in terra afgana. Al Senato è stata presentata recentemente una mozione che chiede all’amministrazione Obama di prendere seriamente in considerazione la realizzazione di “basi aeree permanenti” nel paese. Nel 2009 il Pentagono ha ottenuto dal Congresso lo stanziamento di 924 milioni di dollari per costruire in Afghanistan “basi di proiezione avanzata”, alloggi per le truppe, scali aerei operativi, depositi di munizioni e carburante. Buona parte dei fondi (560 milioni di dollari) è stata destinata al potenziamento di Camp Bastion, la grande base aerea aperta nel 2006 in un’area semi-desertica della provincia nord-occidentale di Helmand. I lavori prevedono la costruzione di un centro di comando e controllo, numerose palazzine-alloggio per il personale militare USA, britannico e afgano, un grande ospedale, piste aree e hangar per accogliere caccia, elicotteri “Apache” e “Chinook”, aerei da trasporto C-17 e C-130. Uno stanziamento di oltre 37 milioni di dollari è stato previsto invece per l’espansione della base ISAF-USA di Camp Phoenix, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Kabul. L’infrastruttura è attualmente sede dell’855° Squadrone di trasporto aereo dell’US Air Force.
Sul bilancio per l’anno fiscale 2011, il Pentagono è riuscito a strappare ben 604 milioni di dollari per vecchie e nuove basi militari in Afghanistan. Tra gli interventi d’eccellenza, ancora Camp Bastion (46,8 milioni di dollari), lo scalo militare di Kabul (126,8 milioni), Camp Scorpion (13 milioni), il “Sia Sang Intelligence School training center” (10 milioni), l’Università della Difesa di Qargah-Kabul (60 milioni), la base aerea di Bagram (43 milioni). Bagram, in particolare, è tra le candidate più accreditate per divenire una delle maggiori basi operative “permanenti” degli Stati Uniti in Afghanistan. Lo scalo, a una decina di chilometri dalla città di Charikar (provincia di Parwan), è oggi sede della 101^ divisione aviotrasportata dell’US Army e del 455 Air Expeditionary Wing dell’US Air Force che opera in missioni di combattimento, trasporto e rifornimento aereo, intelligence, sorveglianza e riconoscimento.
Secondo il General Accountability Office (GAO) degli Stati Uniti d’America, al febbraio del 2009 erano già stati spesi per la ricostruzione delle infrastrutture in Afghanistan più di 38 miliardi di dollari. “Ciononostante – ha denunciato il GAO – la sicurezza in Afghanistan è significativamente peggiorata negli ultimi tre anni, impedendo agli Stati Uniti e ai suoi partner internazionali di ottenere successi nella ricostruzione del paese”. Ad analoghe amare conclusioni sono giunte pure 29 organizzazioni umanitarie afgane ed internazionali (tra esse Oxfam, Afghanaid, la Afghan Independent Human Rights Commission). In un report-appello intitolato “Nowhere To Turn”, pur continuando a condividere la missione ISAF in Afghanistan, le ONG denunciano gravi carenze del personale alleato nell’addestramento e nel controllo delle forze nazionali di sicurezza afgane. “Il passaggio delle responsabilità per la sicurezza alle forze afgane deve affrontare enormi difficoltà”, dichiarano gli estensori del documento. “C’è il serio rischio che le forze nazionali di sicurezza commettano abusi diffusi, dal furto all’estorsione, dalla tortura all’uccisione indiscriminata di civili. I paesi membri della NATO, che addestrano, consigliano, finanziano ed equipaggiano queste forze, condividono la responsabilità di eventuali abusi e devono fare in modo che ciò non accada. Ma finora, sul campo, si sono viste poche azioni in questa direzione”.
Le 29 organizzazioni aggiungono che i soldati e i poliziotti afgani “sono scarsamente addestrati e che le catene di comando sono deboli” e che “le morti di civili causate dalle forze afgane non sono investigate o verificate in modo adeguato”. “La NATO – prosegue il report - deve abbandonare programmi pericolosi come le cosiddette “iniziative di difesa comunitaria”, che coinvolgono milizie locali nella lotta contro i Talibani. Le reclute sono valutate in modo sbrigativo, ricevono pochissimo addestramento e spesso rispondono solo ai comandanti locali. Ben lungi dall’aiutare a stabilizzare il paese, queste milizie ne aumenteranno probabilmente l’instabilità. Le forze internazionali devono immediatamente cessare di fornire armi a queste milizie comunitarie”. Bruxelles ha scelto la politica dello struzzo. Per i partner afgani belligeranti sono pronti 20 miliardi di dollari…



Turchia, Israele e il grande gioco nei Balcani
Giovanni Andriolo 7 gennaio 2011
*Giovanni Andriolo, dottore magistrale in Relazioni internazionali e tutela dei diritti umani (Università degli studi di Torino), collabora con la rivista Eurasia.

I rapporti tra Israele e Turchia, nell’anno appena trascorso, sembrano essere irrimediabilmente deteriorati.
Fin dal 1949, quando la Turchia fu il primo paese a maggioranza musulmana a riconoscere lo Stato di Israele, Ankara e Gerusalemme si sono mossi nella direzione di un costante avvicinamento reciproco, accelerato negli anni ’90 e culminato nel 1996 con il primo accordo di cooperazione militare.
Il nuovo millennio si era aperto con prospettive positive. Se l’invasione dell’Iraq, nel 2003, da parte della “Coalizione dei Volonterosi” aveva creato una certa ulteriore turbolenza nell’area mediorientale, questa si era ripercossa anche negli equilibri strategici dei paesi vicini. In un tale scenario, la Turchia fu considerata da Israele un importante attore di mediazione tra lo Stato ebraico e i paesi a maggioranza musulmana del Medio Oriente. In accordo con tale prospettiva, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si era impegnato nel 2008 in un notevole sforzo diplomatico come mediatore nella crisi ormai quarantennale tra la Siria e lo Stato di Israele.
Tuttavia, con la salita al potere, nel 2002, del “Partito per la giustizia e lo sviluppo”, di matrice islamico-conservatrice di centro-destra, sulla scia dei partiti cristiano-conservatori o cristiano democratici d’Europa, le relazioni tra i due paesi hanno subito un certo raffreddamento.
Se da un lato, infatti, la politica estera turca si è orientata verso un maggiore attivismo nei confronti dei vicini mediorientali, tra cui l’Iran, la Siria, e, recentemente, l’Egitto, questo fatto ha necessariamente comportato un rallentamento della cooperazione con Israele. Nel tentativo di mediare tra le istanze provenienti dall’Occidente europeo e dall’Oriente vicino, due poli che rappresentano, in ultima analisi, le due anime del tessuto storico e sociale turco, la Turchia ha cercato di ricoprire il ruolo che diversi attori si aspettavano da Ankara, ponendosi come vero e proprio ponte tra le due aree. Sotto questo punto di vista, il nuovo orientamento della politica turca ha richiesto un necessario allentamento dei rapporti con Israele, durante i primi anni del 2000.
Successivamente, alcuni eventi internazionali hanno accentuato un tale distacco. Così, se nel 2008 Erdogan era riuscito a mettere in contatto telefonico il Presidente siriano Assad e il Primo Ministro israeliano Olmert, la tragica operazione Piombo Fuso da parte delle forze israeliane verso Gaza, alla fine dello stesso anno, aveva interrotto bruscamente il tentativo di dialogo tra i due paesi, vanificando lo sforzo diplomatico turco e provocando ad Ankara delusione e disappunto.
Tuttavia, è nel 2010 che si consuma la rottura ufficiale tra i due paesi, con il grave incidente avvenuto in acque internazionali ai danni della nave Mavi Marmara, battente bandiera turca, e con l’uccisione da parte delle forze israeliane di sette attivisti turchi e di uno statunitense di origini turche. In quell’occasione, il Presidente turco Erdogan descrisse l’attacco israeliano come “terrorismo di stato” e ritirò il proprio ambasciatore da Israele. Da quel momento, i rapporti tra i due paesi hanno subito una brusca interruzione.
La Turchia si rivolge ad Est, Israele ad Ovest
L’attuale governo israeliano sembra aver trovato una soluzione all’aggravarsi della crisi con la Turchia. Perseguendo la politica, che tanto cara sembra essere allo Stato di Israele, di creazione di alleanze strategiche con paesi lontani a discapito dei rapporti con i paesi vicini, il Ministro degli Esteri Avigdor Liberman, assieme ai suoi collaboratori, si è impegnato nell’ultimo anno in una serie di incontri con Ministri e Capi di Stato di diversi paesi dell’area balcanica, con i quali ha inteso creare una serie di relazioni economiche, politiche e militari in funzione anti-turca.
Pertanto, se la Turchia sembra guardare verso Oriente e verso i paesi vicini ad est dei propri confini, Israele, d’altra parte, sembra rivolgersi al lato opposto, verso occidente. Questa volta, però, Israele si sta avvicinando ad un occidente nuovo, un occidente più vicino rispetto a quello oltreoceano, un occidente malleabile, e, soprattutto, situato a ridosso della Turchia. Si tratta della penisola balcanica, dell’area geografica che va dai Mari Adriatico e Ionio fino al Mar Egeo ed al Mar Nero, che partendo dalla linea Trieste – Odessa, a Nord, scende verso Sud fino a coprire tutta la Grecia.
È su quest’area che Israele ha concentrato i propri sforzi diplomatici nell’ultimo anno, attraverso una frequenza di visite e incontri ufficiali tutt’altro che sporadica, attraverso la conclusione di accordi di natura economico-militare con diversi paesi della regione, attraverso riferimenti diretti, nei discorsi ufficiali tenuti durante tali missioni, alla Turchia e al pericolo di reviviscenza del terrorismo islamico che i paesi balcanici starebbero correndo.
Le missioni israeliane del 2010 nei Balcani
Già dai primi giorni del 2010, l’apparato diplomatico israeliano ha mosso i primi passi verso l’area balcanica.
Così, il 5 gennaio il Ministro degli Esteri Liberman ha incontrato il Primo Ministro macedone Gruevski a Gerusalemme. Durante l’incontro, Liberman ha affermato che gli Stati balcanici rappresenterebbero la prossima destinazione della “
Jihad globale”, che mirerebbe a stabilire infrastrutture nella regione e centri di reclutamento di attivisti. Una settimana dopo, il 13 gennaio, Lieberman ha visitato Cipro, dal cui Presidente ha ottenuto una serie di accordi di carattere commerciale, mentre il 27 gennaio ha incontrato il Primo Ministro ungherese a Budapest. Il giorno seguente, il Vice Ministro degli Esteri israeliano Danny Ayalon si è recato in visita in Slovacchia, nell’intento dichiarato di creare un fronte di opposizione al Rapporto Goldstone. A febbraio, Ayalon ha siglato un protocollo di rinnovo degli accordi sul trasporto aereo con il Ministro dei Trasporti ucraino, stabilendo una serie di agevolazioni di carattere commerciale negli scambi tra i due paesi e abolendo l’obbligo del visto per le visite tra i cittadini di Israele e Ucraina. A marzo, si è svolto a Gerusalemme l’annuale incontro delle delegazioni greca e israeliana, occasione per ribadire i saldi rapporti tra i due paesi e per parlare di sicurezza nella regione mediterranea, in particolare della minaccia rappresentata dall’Iran. In aprile, Liberman si è impegnato in una visita di tre giorni in Romania, dove ha discusso con il Presidente Basescu di questioni di sicurezza, dilungandosi sulle minacce rappresentate da Iran e Siria. In maggio, si sono svolti incontri tra Liberman e rappresentanti dei governi di Macedonia, Croazia e Bulgaria, durante i quali sono stati discussi piani di cooperazione in ambito economico e commerciale. 
Fino a maggio, quindi, gli incontri tra il Ministro israeliano e i suoi colleghi dei diversi paesi balcanici sembravano presentare finalità perlopiù economico-commerciali e di creazione di un consenso in funzione anti-iraniana. Dopo l’attacco alla Freedom Flottilla, avvenuto nel maggio del 2010, e la conseguente rottura delle relazioni con la Turchia, i toni degli incontri di Liberman con i leader balcanici sono cambiati.
Durante l’estate, Liberman ha ricevuto a Gerusalemme il Primo Ministro greco Papandreou. In quell’occasione, il Ministro israeliano ha ringraziato apertamente la Grecia per aver cooperato con Israele in occasione dei recenti fatti della Freedom Flottilla e ha invitato l’Unione Europea a prendere posizione proattiva nei confronti di Libano, Siria e Turchia, affinché questi paesi evitino dannose provocazioni future. L’inclusione della Turchia tra i paesi ostili, a fianco di Libano e Siria, segna da un lato il fallimento del progetto di mediazione, da parte di Erdogan, tra Gerusalemme e Damasco e sancisce, dall’altro, la rottura ufficiale con Ankara. A luglio, si è riunito a Gerusalemme il Comitato Economico Israelo-Ucraino, durante il quale rappresentanti dei due paesi hanno discusso di questioni di carattere economico e commerciale. Con il Ministro degli Esteri ucraino Gryshchenko, poi, Liberman ha firmato un accordo di cancellazione del visto per le visite reciproche dei cittadini dei due paesi. All’inizio di settembre, Liberman si è recato a Cipro e in Repubblica Ceca per discutere con i Ministri degli Esteri locali delle relazioni tra i rispettivi paesi e della sicurezza nella regione. Ad ottobre, Liberman ha siglato un trattato sull’aviazione con il Ministro degli Esteri greco Droutsas. Il trattato prevede, tra l’altro, l’estensione del numero delle rotte aeree tra i due paesi e nuovi meccanismi di negoziazione delle tariffe reciproche. A dicembre, i giornali bulgari hanno mostrato le foto di un incontro a Sofia tra il Primo Ministro bulgaro Borisov e il capo dei servizi segreti israeliani Meir Dagan. Il Presidente bulgaro Borisov avrebbe infatti chiesto, subito dopo la propria elezione, di incontrare Netanyahu per offrire la cooperazione del proprio paese ad Israele in diversi campi: da sicurezza e intelligence al permesso per i piloti israeliani di svolgere esercitazioni sui cieli della Bulgaria. In cambio, Borisov auspicherebbe di ottenere l’aiuto israeliano nello sviluppo di più moderne tecnologie per il proprio paese e l’incremento verso la Bulgaria del flusso di turisti israeliani, che sembrano finora preferire la Turchia. Anche la Grecia avrebbe accordato all’aeronautica israeliana il permesso di esercitarsi sui propri cieli, e altrettanto avrebbe concesso la Romania.
Sempre a dicembre, Liberman ha incontrato in visite ufficiali i Capi di Stato di Bulgaria, Slovenia e Bosnia Erzegovina, ribadendo con tutti i solidi legami tra Israele e i rispettivi paesi. Inoltre, Israele ha fornito all’Albania una serie di aiuti per supportare il Governo locale nell’affrontare gli allagamenti che hanno colpito il paese all’inizio di dicembre.
I vantaggi per Israele e per i Balcani
Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, i paesi balcanici sarebbero favorevoli ad un avvicinamento con Israele per diversi motivi. Innanzitutto, la crisi nei rapporti tra Israele e Turchia aprirebbe per i Balcani diverse possibilità per insinuarsi e per sottrarre alla Turchia stessa le relazioni speciali che godeva con Gerusalemme. I paesi balcanici sono tendenzialmente insofferenti alla Turchia per diverse ragioni di carattere storico, religioso, culturale. Molti Stati della regione balcanica hanno subito per lunghi secoli la dominazione ottomana, alcuni (i paesi abitati da Bosniaci ed Albanesi) sarebbero preoccupati da una minaccia di diffusione del fondamentalismo islamico nei propri territori, altri hanno dispute di natura territoriale con la Turchia, altri ancora sperano di risollevare le proprie economie attraverso una stretta cooperazione con Israele.
 
In quest’ottica, la Bulgaria e la Grecia sembrano essere i due paesi più interessati ad approfondire i rapporti con Israele. La disputa con la Turchia in relazione al futuro di Cipro e la forte crisi economica che ha colpito la Grecia, spingerebbero il Presidente Papandreou verso una comunanza di interessi con Gerusalemme in funzione anti-turca e verso uno sbocco ad est di natura economico-commerciale. D’altra parte, Israele si trova a dover colmare il vuoto di alleanze strategiche lasciato dal deterioramento dei rapporti con la Turchia. La Grecia, in quest’ottica, risulta particolarmente attraente per Gerusalemme, poiché, oltre a presentare un’aperta ostilità nei confronti di Ankara e ad essere posizionata al confine con la Turchia, risulta essere membro dell’Unione Europea e, pertanto, potrebbe rivelarsi una risorsa strategica importante per Gerusalemme all’interno del Consiglio a Bruxelles, assieme ad altri paesi balcanici membri. Per questi motivi, Grecia e Israele hanno dichiarato il 2011 come l’anno della propria collaborazione strategica.
Alcune conclusioni
La regione balcanica assume per Israele, nella congiuntura attuale, un’importanza strategica fondamentale.
Gli ultimi eventi riguardanti Israele e l’uso della forza da parte del suo esercito (si vedano l’operazione
 Piombo Fuso a Gaza del 2008 o l’attacco alla Freedom Flottilla del 2010) hanno guastato l’immagine del paese sullo scenario internazionale e lo hanno privato di un importante alleato a maggioranza musulmana, la Turchia. Risulta pertanto necessario per Israele recuperare un certo consenso internazionale e colmare il vuoto lasciato ad ovest dall’alleato turco.
La politica del governo di Netanyahu sembra attestarsi, in tali circostanze, in linea con le strategie seguite dallo Stato israeliano fin dalla sua formazione. Piuttosto di instaurare un dialogo con i propri vicini, che nella fattispecie sarebbero rappresentati da Turchia ad ovest e dai paesi mediorientali suoi confinanti ad est, Israele sembra preferire l’avvicinamento con paesi più lontani, ma in grado di effettuare una certa pressione nei confronti dei paesi vicini. In quest’ottica, i paesi balcanici si configurano come l’obiettivo ideale per Israele.
Innanzitutto per motivi geografici: la regione balcanica, infatti, rappresenta il contatto territoriale della Turchia ad ovest del Bosforo con l’Europa. Il confine terrestre turco infatti tocca la Bulgaria e la Grecia, che abbiamo visto essere i principali interlocutori di Israele nei Balcani, e anche via mare la Turchia si affaccia ad ovest sulle coste greche e cipriote. Di fatto, i Balcani rappresentano la porta d’ingresso della Turchia in Europa. Sotto questo punto di vista, l’eventuale ostilità balcanica nei confronti della Turchia rappresenterebbe un ostacolo simbolico e reale non indifferente per le prospettive future del paese di Erdogan.
 

Il ruolo di ponte tra Occidente ed Oriente che Ankara ha assunto e che molti leader europei ed extraeuropei auspicano non può prescindere da buone relazioni tra Turchia e gli stati confinanti ad ovest come ad est. Tale ruolo è uno degli argomenti più importanti usato dalle voci che stanno promuovendo l’accesso della Turchia all’Unione Europea. Se, come è già stato sottolineato, il governo turco si è mosso negli ultimi anni verso un avvicinamento dei paesi mediorientali anche in chiave di mediazione (ne è esempio la telefonata del 2008 tra Assad e Olmert organizzata da Erdogan), un rafforzamento dei rapporti con l’Europa risulta di fondamentale importanza. In una tale ottica, uno svilimento delle relazioni tra la Turchia e la regione che rappresenta l’ingresso all’Europa, i Balcani, risulterebbe oltremodo dannosa per il processo di costituzione del ponte turco tra Oriente ed Occidente. Tra i paesi balcanici, la Slovenia, la Romania, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Bulgaria e la Grecia sono già membri dell’Unione Europea, mentre Croazia, Montenegro e Macedonia sono, assieme alla Turchia stessa, i principali candidati. L’ostilità, da parte di questi paesi, verso la Turchia e verso il suo ingresso nell’Unione Europea potrebbe compromettere la saldatura di Ankara con Bruxelles e far crollare uno dei due lati del ponte, quello occidentale.
In quest’ottica, Israele può soltanto guadagnare da un tale scenario. Se, infatti, il progetto del ponte turco fosse portato a termine e la Turchia diventasse veramente un mezzo di mediazione delle istanze occidentali ed orientali, l’importanza del consenso dello Stato di Israele nella regione passerebbe in secondo piano. Infatti, le pressioni da parte mediorientale e da parte europea, una volta coese dalla mediazione turca, risulterebbero insopportabili per Gerusalemme, che si troverebbe costretta ad accordare condizioni di pace, magari non così vantaggiose per Israele, ai palestinesi e ai paesi vicini, come la Siria, con cui sussistono ancora dispute territoriali

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