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Sunday, February 13, 2011

AFRICA: La nuova scalata nella militarizzazione delle relazioni internazionali




Dall’inizio di questo decennio, osserviamo avvenimenti che indicano che il sistema di relazioni internazionali si presenta di fronte a un gradino più alto. Le cause che potrebbero essere il motivo delle azioni intraprese dagli USA, sarebbero i dubbi sulla loro egemonia mondiale, le debolezze presentate dalla loro economia dopo quasi un decennio di crescita abbastanza favorevole negli anni 90, la lotta per il controllo delle fonti di risorse naturali strategiche, così come la pretesa di tornare ad imporre al mondo i loro diktat in materia di economia e politica, tra gli altri motivi (1).
In questa direzione si iscrivono le guerre d’aggressione degli USA contro l’Afghanistan e l'Iraq, ma negli ultimi mesi il numero di azioni belliche sono in aumento cosa che ci permette di sostenere che esiste una nuova scalata nel processo di militarizzazione delle relazioni internazionali. La rivitalizzazione della IV flotta in America del Sud, l'istituzione di sette basi militari statunitensi in Colombia, il tacito appoggio alla corrente principale del colpo di stato in Honduras ed la segnalazione del governo venezuelano “come leader” anti-statunitense nel QuadrennialDefense Review Report (Rapporto Quadriennale della Difesa, N.d.E.), elaborato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, sono alcune delle manifestazioni in America Latina (2). Ma, alcuni analisti hanno richiamato l’attenzione sui passi aggressivi intrapresi dall’amministrazione Obama in altre regioni del mondo e si collocano come i seguenti esempi:
-La vendita di 6,4 miliardi di dollari in armi a Taiwan, che ha generato un contenzioso con la Cina che potrebbe avere conseguenze imprevedibili,
-La vendita di missili a terra-aria alla Polonia per essere dispiegati a circa 35 miglia dal confine con la Russia,
-La vendita di sistema di difesa anti missili a Bahrain, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti perché siano usati nelle vicinanze dell' Iran.
Secondo Dan Simpson, l’unica spiegazione a questo approcio si riassumerebbe nel fatto che Obama si è piegato alle pressioni dei militari e degli appaltatori del complesso militare-industriale statunitense e questo ci permette di capire come l'economia in una situazione critica in cui si trova, approvi un bilancio militare di 708 miliardi di dollari. (3) Da parte sua, l’analista cubano Manuel Yepe ci ricorda che queste non sono le uniche attuazioni della principale potenza mondiale negli ultimi tempi. Si profila anche “una nuova guerra contro lo Yemen, senza che sia scomparsa la minaccia di un prossimo conflitto contro l’Iran di grande rilevanza”. (4)
Nel Rapporto Quadriennale della Difesa già citato si può leggere: “Gli interessi ed il ruolo degli Stati Uniti nel mondo richiedono forze armate con capacità ineguagliabili e la volontà della nazione di usarle nella difesa dei nostri interessi e del bene comune. Gli USA rimangono la unica nazione capace di proiettare e sostenere operazioni su grande scala attraverso grandi distanze”. Così, il bilancio propone un aumento del 6% per le operazioni delle forze speciali, per un totale di 6.3 miliardi ed un aumento di 2.800 soldati (5). Per questi scopi, la grande potenza mondiale ha ampliato il numero di basi militari in tutto il mondo. Manuel Yepe cita Turse Nick, un membro del Centro Studi Sugli Stati Uniti e la Guerra Fredda, dell'Università di New York, che afferma: "Il numero esatto delle basi militari statunitensi all'estero supera largamente il migliaio e il numero di impianti di altre nazioni che oggi utilizzano gli Stati Uniti non può mai essere conosciuto"(6).
E in tutto questo processo di aumento della dimensione militare nella politica estera statunitense, l’Africa non poteva essere lasciata fuori. Se, all'inizio del decennio, l'approccio militare statunitense per il continente era collegato con l'obiettivo di dislocare gradualmente la Francia e il Regno Unito come i fornitori di armi e di consigli militari agli eserciti e alle forze della polizia, dopo si è aggiunta la preoccupazione per la sicurezza delle installazioni petrolifere, principalmente nel Golfo della Guinea - che la principale potenza mondiale desidera trasformare in una fonte più sicura e stabile per l' approvvigionamento di risorse energetiche- e in tempi più recenti si aggiunge il pretesto della teorica estensione del terrorismo e del narcotraffico nel continente africano. Questo è il periodo nel quale si lancia la creazione di un comando africano (AFRICOM) che mostra la relativa importanza data all’Africa da parte degli Stati Uniti.
Il coinvolgimento militare più o meno diretto degli Stati Uniti nel continente africano si è manifestato nelle discrete visite di militari di quel paese a diversi paesi africani, ma, principalmente, per alcune dichiarazioni della Segretaria di Stato durante le sue visite africane l’anno scorso quando ha promesso il suo appoggio al Governo Federale di Transizione della Somalia nella sua lotta contro i gruppi oppositori, e a quello della Nigeria con lo scopo di risolvere il conflitto latente nel Delta del Niger. Nel primo caso è noto che il governo USA ha facilitato una spedizione di 40 tonnellate di armi e munizioni e ha dato 2 milioni di dollari in contanti al governo somalo perché acquistasse armi. Altre informazioni hanno indicato l'impegno di inviare altre 40 tonnellate di armi al paese del Corno. Se questi passi dell’amministrazione statunitense non fossero sufficientemente convincenti, le cifre che si pensa di destinare all’Africa con il bilancio del Dipartimento della Difesa per l’anno 2010 richiesto da Obama, per addestrare gli eserciti africani e per sviluppare diversi programmi di lotta contro il terrorismo e altri fini sono altamente eloquenti.
Particolarmente suggestiva è la grande varietà di azioni che gli Stati Uniti si propone di sviluppare in Africa, che comporterà un significativo aumento delle spese realizzate l’anno scorso. Per il Programma del Finanziamento Militare all’estero (FMF) saranno assegnati 25 milioni di dollari, per il Programma di Educazione e Addestramento Militare Internazionale (IMET) circa 16 milioni, per le Alleanze Trans Sahariane Antiterroriste circa 20 milioni, per l’Iniziativa Strategica Regionale dell’Africa Orientale altri 10 milioni, per l'attuazione degli Accordi Estesi della Pace nel sud del Sudan un totale di 42 milioni, per la creazione di forze armate professionali di 2000 membri in Liberia circa 10 milioni, per la continuazione delle operazioni nella Repubblica Democratica del Congo, inclusa la creazione di una forza di risposta veloce nell’Est del Congo e la riabilitazione della base militare del Kisangani 21 milioni, per il Programma di Stabilizzazione dei Conflitti e della Sicurezza delle Frontiere dell’Africa 3,6 milioni, come sostegno alla missione dell’Unione Africana in Somalia 67 milioni e per il Programma di Operazioni di Contingenza e Aiuto per l’Addestramento (ACOTA) 96,8 milioni, per i Programmi per il Controllo Internazionale dei narcotici e per il Compimento della Legge 24 milioni.
Altri elementi importanti sono la destinazione di 278 milioni di dollari per le Operazioni dell’AFRICOM e l’Operazione Rafforzamento della Pace-Alleanza Trans Sahariana Antiterrorista, 263 milioni per l’Appoggio alle forze di lavoro, trasporto aereo e comunicazioni aggiuntive per l’AFRICOM, 60 milioni per il finanziamento delle operazioni CJTF-HOA, 249 milioni per l’Operazioni della base Camp Lemonier a Djibouti e per le modifiche di impianti, altri 41,8 milioni per progetti di costruzione d’importanza nella base, 1,9 miliardi di dollari per l’acquisto di tre navi da combattimento, 373 milioni per l’acquisto di due imbarcazioni ad alta velocità per operare al largo delle coste dell’Africa, 10,5 milioni per finanziare i movimenti navali in Africa occidentale e centrale, e 10 milioni per quelli che si producono in Africa Orientale (7).
Usando come pretesto il fatto che hanno osservato una certa instabilità politica nella regione del Sahel, il sequestro di un cittadino francese da parte di militanti di Al Qaeda del Magreb, la rivolta dei tuareg nel nord del Niger, le vociche la regione del Sahel è un’importante zona per il traffico di armi, droghe e persone, gli Stati Uniti cercano di ottenere il sostegno di alcuni paesi africani che confinano con la regione per lo sviluppo delle azioni anti-terrorismo.
Molti analisti hanno mostrato la chiara linea di continuità tra le amministrazioni di Clinton, G.W. Bush e adesso Obama in relazione all’Africa, che è una nuova dimostrazione del consenso bipartitico in materia di politica estera verso il continente. Le azioni statunitensi sono arrivate fino allo sviluppo di scenari di guerra come quello realizzato a Maggio del 2008 nella Scuola di Guerra di Carlisle, Pennsylvania, che simulava una crisi nel governo nigeriano che sfociava in una situazione di ingovernabilità che colpiva la produzione petrolifera nella regione del Delta del Niger e, di conseguenza, le forniture di petrolio alla principale potenza mondiale (8).
Alberto Moncada ci ricorda che questa tendenza alla militarizzazione delle relazioni internazionali esibita dall’amministrazione Bush si siede sui concetti ideologici del Progetto del Nuovo Secolo Americano. Ed in relazione a questo indica alcune caratteristiche di questa tendenza:
-La politica di installazione delle basi si allarga dal Medio Oriente all’Asia Centrale, un altro luogo petrolifero importante.
-Le basi militari sostituiscono alle Ambasciate e al dominio coloniale.
-A volte i capi dei Comandi si permettono di fare dichiarazioni pubbliche, alcune piene di allusioni.
-La militarizzazione della politica nord americana si esprime nell’importanza dell’industria militare, che è una parte speciale di questo gruppo di grandi aziende che decidono le elezioni, sostenendo finanziariamente i candidati.
-Un’altra importante conseguenza della militarizzazione sono le nuove leggi patriottiche dettate a partire dell’11 settembre (9). Come è stato espresso da alcuni specialisti nel recentemente concluso XII Incontro Internazionale della Globalizzazione e sui Problemi dello Sviluppo, tenutosi a La Habana dal 1 al 5 marzo, il ricorso alla militarizzazione delle relazioni internazionali sebbene è una manifestazione della debolezza dell’imperialismo nordamericano, non può essere visto come se questo fosse in una situazione d'impotenza. Paradossalmente, invece di assegnare più fondi per la ripresa dell'economia, vengono destinati alle spese militari e questo spiega il dinamismo costante mostrato da questo settore anche nei momenti di crisi. Questo rivela che è il complesso militare-industriale a governare veramente negli USA.


Silvio Baró CEPRID 08 febbraio 2011
Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da Vanesa
Silvio Baró è co-direttore del Centro di Studi per l'Africa e il Medio Oriente di L'Avana (Cuba)

Riferimenti:
(1) Cooke, S.:“
Another U.S. War? Obama Threatens China and Iran”, Global Research, 01.02.10.
(2) Eva Golinger:“
US Intelligence Report Classifies Venezuela as “Anti-US Leader”, Global Research, 03-02-10 y Rodríguez S.: “Estados Unidos presenta presupuesto militar récord: Obama reflota la doctrina Monroe”, 09-02-10.
(3) Simpson, D.:“
The Pentagon Runs Amok: Obama is letting the generals and contractors roll over him”, Global Research, 3 Febbraio 2010.
(4) Manuel E. Yepe. “Las Guerras pírricas del imperio”, 08.02.2010.
(5) Dan Simpson, art. cit.
(6) Manuel E. Yepe.“
El American way de hacer guerras”, 15.02.2010.
(7) Volman, D.:“Obama moves ahead with AFRICOM”, Numero 461, 10-12-09.
(8) Ibid.
(9) Moncada, A.:“
La militarización de la política americana” 04-08-09.
Traffico di organi sui civili serbi: denunce anche sul ruolo dei croati e dei musulmani bosniaci

Stefano Vernole 11 febbraio 2011
Stefano Vernole è redattore di “Eurasia”, è coautore di “La lotta per il Kosovo”, All’Insegna del Veltro, Parma, 2007 e autore di “La questione serba e la crisi del Kosovo”, Noctua, Molfetta, 2008
Prima degli albanesi, anche i Croati ed i musulmani di Bosnia avrebbero espiantato gli organi dei prigionieri serbi e degli zingari catturati o uccisi durante il conflitto degli anni Novanta. In un comunicato ufficiale trasmesso dal Ministro Ratko Licina, il Governo ed il Parlamento in esilio della Repubblica serba di Krajina hanno anche rimproverato i mezzi d’informazione della Serbia, perché dal 2005 tutte le loro denunce su questi crimini sono state censurate. Stando a quanto racconta Licina, Dick Marty (definito “uomo di grande moralità”) avrebbe cooperato con le autorità della Repubblica Srpska, ricevendo le prove sui crimini commessi dai soldati musulmani bosniaci e croati che, (per vendere gli organi alle cliniche nel mondo intero) avrebbero assassinato civili serbi e zingari a Bosanski Brod nel 1992.
Questi crimini sarebbero stati compiuti addirittura su bambini o comunque su persone in giovane età. I civili zingari e serbi (bambini compresi) sarebbero stati caricati su bus dell’esercito musulmano bosniaco e croato e portati a Sijekovac, Bosanska Dubocca e ad un posto sconosciuto in Croazia, dove sarebbero stati assassinati per rimuovere i loro organi. Gli organi espiantati sarebbero poi stati trasportati in un elicottero bianco all’aeroporto di Slavonski Brod, in Croazia. Un ufficiale croato, alle prese con una crisi di coscienza, avrebbe deciso di testimoniare alle autorità della Repubblica Srpska su queste atrocità orribili.
Le autorità musulmano bosniache e croate hanno sostenuto che la fossa comune in cui i corpi di questi civili sfortunati sono stati trovati, sarebbe un cimitero di morti della Seconda Guerra Mondiale e non della guerra 1990 – 1995. Tuttavia, i medici inviati da Londra per verificare la testimonianza hanno rifiutato la versione di Zagabria ed hanno scritto in un rapporto che quella fossa comune conterrebbe i corpi di civili assassinati nel 1992. Bosanski Brod non sarebbe l’unico posto in cui i Croati hanno assassinato dei serbi ed espiantato i loro organi, da vendere successivamente alle cliniche occidentali. Durante il conflitto tra la Croazia e la Repubblica serba di Krajina, i soldati croati avrebbero assassinato i serbi ed espiantato gli organi dai loro corpi, nelle seguenti località: Vukovar e Osijek nel 1991, Miljevacki Platou nel giugno 1992, in Dalmazia il 22 febbraio 1993, Medacki Džep nel settembre 1993. Inoltre, durante l’aggressione croata sulla zona serba di Kupres della Bosnia-Erzegovina il 3 aprile 1992, quando i serbi hanno espulso le forze d’occupazione croate, una fotografia che dimostra come gli organi siano stati espiantati dal corpo di un civile serbo sarebbe stata trovata vicino ad un ufficiale croato ucciso. Le forze croate avrebbero tagliato i corpi dei civili e dei soldati serbi morti in vari pezzi, così che i serbi non potessero accorgersi dell’espianto degli organi. Si auspica, ovviamente, che anche queste accuse vengano verificate dallo stesso Marty.
Nel frattempo, la diplomazia italiana è intervenuta ufficialmente: “sulla denuncia contenuta nel rapporto del Consiglio d’Europa sul presunto traffico di organi in Kosovo serve un’indagine internazionale approfondita”. A dichiararlo e’ stato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, nel corso della conferenza stampa congiunta tenuta a Belgrado con l’omologo serbo Vuk Jeremik. “Mi aspetto – ha poi dichiarato Frattini, parlando del prossimo avvio di colloqui tra Belgrado e Pristina – che il dialogo inizi appena vi sarà un governo del Kosovo e che inizi con la più ampia e buona disponibilità di entrambe le parti”. “La presenza di questo dialogo – ha tuttavia sottolineato il capo della diplomazia – non può far dimenticare la necessità di una indagine internazionale, approfondita ed indipendente su elementi che emergerebbero dal rapporto del relatore del Consiglio d’Europa Dick Marty”. Questo, ha aggiunto, “per non lasciare alcun elemento privo di riscontri per l’accertamento della verità”. Frattini ha quindi assicurato che, nel caso ve ne fosse la necessità, non vi sarebbe “alcuna incertezza circa la collaborazione da parte delle autorità italiane”. Dal canto suo il ministro degli Esteri serbo si e’ detto d’accordo sulla necessità di avviare “quanto prima” il dialogo con Pristina, ma anche di “indagare per accertare la verità attraverso un’indagine internazionale, indipendente e credibile”.
Eulex, la missione europea in Kosovo, e’ pronta ed e’ autorizzata a indagare sulle accuse di traffico di organi umani in Kosovo e Albania alla fine degli anni Novanta, contenute nel rapporto del relatore del Consiglio d’Europa Dick Marty. Lo ha detto pochi giorni fa a Pristina il capo di Eulex, Xavier Bout de Marnhac, che ha inviato al riguardo una lettera al ministro degli Esteri albanese, Edmond Haxhinasto. Nella lettera si afferma tra l’altro che Eulex continua a incoraggiare le autorità albanesi a fornire agli investigatori europei informazioni sulle accuse o prove su di esse. Eulex e l’Albania – ha detto de Marnhac – hanno espresso la disponibilità a cooperare per risolvere i problemi sollevati con le accuse di Dick Marty, il cui rapporto sul traffico di organi e’ stato approvato il mese scorso dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
Anche il Vaticano, grande sostenitore dell’indipendenza croata agli inizi degli anni Novanta, ha nominato un delegato apostolico in Kosovo, specificando però che “questa assume carattere prettamente intraecclesiale, restando del tutto distinta da considerazioni riguardanti situazioni giuridiche e territoriali o da ogni altra questione inerente all’attività diplomatica della Santa Sede”. ”La missione di un delegato apostolico – si legge ancora nella nota vaticana – non e’ di natura diplomatica, ma risponde all’esigenza di sovvenire in modo adeguato alle esigenze pastorali dei fedeli cattolici”. ”Ritengo improbabile che al Vaticano venga chiesto di nuovo di pronunciarsi sul Kosovo prima dell’inizio del dialogo fra Belgrado e Pristina e indipendentemente dal suo esito”, ha detto il nunzio apostolico a Belgrado, Mons. Orlando Antonini, in una intervista oggi al quotidiano serbo “Politika”. Il nunzio ha fatto notare che la nomina di un delegato apostolico non e’ cosa rara nella pratica vaticana, e ha sottolineato che tale decisione non ha alcuna conseguenza sulla posizione della Santa Sede sul Kosovo: staremo a vedere … vista la nota ingerenza della Chiesa cattolica sulle vicende interne della Chiesa ortodossa serba e i suoi precedenti passaggi diplomatici nell’ex Jugoslavia.
Dopo i risultati ufficiali, arrivati in forte ritardo a causa dei brogli e della necessità di ripetere le elezioni in diverse località del Kosovo, il premier albanese uscente, Hashim Thaci, avrebbe raggiunto un accordo per la formazione di un nuovo governo di coalizione che sarebbe presieduto dallo stesso Thaci. Come ha riferito a Pristina la Radio Televisione del Kosovo (Rtk), ad accordarsi sul nuovo governo sarebbero stati il Partito democratico del Kosovo (Pdk) di Thaci, uscito vincitore dalle elezioni legislative del 12 dicembre, l’Alleanza per il Nuovo Kosovo (Akr) del ricco imprenditore Behgjet Pacolli (l’ex marito della cantante Anna Oxa), il partito che si ispira all’ex presidente Ibrahim Rugova e gran parte delle forze che rappresentano le minoranze, compresi i serbi del Kosovo. Citando fonti vicine al Pdk, la tv ha precisato che il futuro governo potrebbe contare sul sostegno di 65 dei 120 deputati del parlamento nazionale. Il Pdk dispone di 34 seggi, l’Akr otto, il partito di Rugova uno, i partiti delle minoranze 22. Sembra che Pacolli abbia posto come condizione per entrare nel governo di ricevere la poltrona di presidente del Kosovo. Nulla da ridire neanche da parte dei principali sponsor di Pristina: con l’incoronazione dell’ex marito della Oxa sarebbe un paese davvero all’insegna dell’americano “Sex, Drugs and Rock and Roll” …

Le cause della rivoluzione tunisina vanno ben oltre Ben Ali e la sua fazione
Intervista a Mohamed Hassan
Grégoire Lalieu e Michel Collon 1 febbraio 2011

Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova
Mohamed Hassan è uno specialista di geopolitica e del mondo arabo. Nato ad Addis Abeba (Etiopia), ha partecipato ai movimenti studenteschi nel quadro della rivoluzione socialista del 1974 nel suo paese. Ha studiato scienze politiche in Egitto, prima di specializzarsi nel campo dell’amministrazione pubblica a Bruxelles. Negli anni '90, come diplomatico del suo paese di origine ha operato a Washington, Pechino e Bruxelles. Co-autore de “L'Irak sous l'occupation” (EPO, 2003), ha anche partecipato alla redazione di pubblicazioni concernenti il nazionalismo arabo e i movimenti islamici, e sul nazionalismo fiammingo. Hassan è uno dei più profondi conoscitori contemporanei del mondo arabo e musulmano.
I Tunisini hanno fatto cadere il dittatore Ben Ali. Oggi continuano la lotta contro i suoi uomini alla testa del governo di transizione. In questo nuovo capitolo della nostra serie “Capire il mondo musulmano”, Mohamed Hassan ci spiega in questa intervista cosa è in gioco nella rivoluzione tunisina e le sue cause profonde: come il nazionalismo liberista tanto magnificato da Bourguiba abbia sottomesso la Tunisia agli interessi dell’Occidente, affondando il popolo nella precarietà; come uno Stato repressivo si sia imposto per mantenere questo sistema; perché le dittature del mondo arabo siano destinate ad essere abbattute; e come l’islamismo sia divenuto il preservativo dell’imperialismo.
Nel dicembre 2010, rivolte popolari hanno scosso la Tunisia. Un mese più tardi, il presidente Ben Ali ha abbandonato il paese, dopo ventitrè anni di potere. Quali sono le cause di questa rivoluzione? E perché questo movimento popolare è arrivato a detronizzare il dittatore, quando altri tentativi avevano fallito?
Perché avvenga una rivoluzione, bisogna che la popolazione rifiuti di vivere nelle condizioni a cui è sottoposta, e che la classe dirigente al potere non sia più in grado di governare come in precedenza. Il 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, un giovane venditore di frutta e verdura, si è immolato per disperazione dopo che alcuni poliziotti gli avevano confiscato la merce e il carretto di vendita e le autorità locali gli avevano impedito di lavorare. Le condizioni per lo scoppio di una rivoluzione in Tunisia si erano da tempo coagulate, e il suicidio con il fuoco di Bouazizi è stato l’elemento scatenante.
Sicuramente, i Tunisini non volevano vivere più come prima: non accettavano più la corruzione, la repressione poliziesca, la mancanza delle libertà, la disoccupazione, ecc. Inoltre, la classe dirigente non poteva più governare come prima. La corruzione sotto Ben Ali aveva assunto dimensioni fenomenali, mentre la maggior parte della popolazione doveva affrontare la precarietà. Per mantenere questa situazione, la repressione poliziesca doveva farsi più forte, ma aveva raggiunto il limite sopportabile. L’élite al potere era completamente distaccata dal popolo, per cui non esisteva alcun interlocutore. Di conseguenza, nel momento dell’esplosione delle rivolte popolari, la classe dirigente non aveva altra scelta che reprimerle nella violenza. Ma, a fronte della determinazione del popolo, la repressione si dimostrava assolutamente non adeguata. Qui sta una delle chiavi del successo della rivoluzione popolare tunisina: la rivoluzione è giunta a toccare tutti i segmenti della società, compresi alcuni settori dell’esercito e della polizia che hanno simpatizzato con i manifestanti. Dunque, l’apparato repressivo non poteva più funzionare come aveva fatto fino a quel momento. Se si verifica un moto rivoluzionario, che però non sia in grado di combinare i differenti segmenti della società, questo movimento non potrà sfociare in una effettiva rivoluzione.
Comunque, dopo la fuga di Ben Ali, continuano le proteste. Dunque, la situazione che i Tunisini rifiutano non è il frutto di un solo uomo?
I manifesti con “Ben Ali dégage”, “Ben Ali sgombra! vattene!”, sono stati sostituiti da manifesti con “RCD dégage” [RCD; Rassemblement Constitutionnel Démocratique]. I Tunisini stanno attaccando il partito politico del presidente, in quanto temono di vedere uno dei suoi uomini prendere il potere. Ma in realtà, le cause profonde che hanno condotto i Tunisini alla rivolta vanno ben oltre Ben Ali e il suo partito RCD. Non basta cacciar via il presidente perché il popolo conquisti la sua libertà e migliori le condizioni della sua esistenza. La corruzione, la disoccupazione, le disuguaglianze sociali…Sono questi gli effetti della dominazione imperialista dell’Occidente sulla Tunisia. Visto che la Tunisia, dopo la sua indipendenza, è divenuta un progetto degli Stati Uniti!
Cosa intende lei per imperialismo?
L’imperialismo è il processo per cui le potenze capitaliste esercitano il dominio politico ed economico su paesi stranieri. Le multinazionali occidentali saccheggiano le risorse dei paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. Le multinazionali vi trovano mercati per i loro capitali e ne sfruttano a buon mercato la manodopera. Io affermo che le multinazionali saccheggiano perché loro non acquistano le risorse al loro giusto valore e le popolazioni locali non ricevono profitto da queste ricchezze. E questo saccheggio non sarebbe possibile se nei paesi sfruttati non esistessero dirigenti pronti a difendere gli interessi delle multinazionali. Questi dirigenti si arricchiscono al volo. Costoro costituiscono ciò che viene definito “borghesia compradora”. Non possiedono alcuna visione di prospettive politiche per il loro paese, non producono ricchezza e non sviluppano una reale economia. Invece, costoro si arricchiscono personalmente mercanteggiando le risorse del loro paese con le multinazionali. Evidentemente, in tutto questo, ad essere la grande vittima è il popolo!
Per contro, se voi siete dei nazionalisti anti-imperialisti, la vostra intenzione sarà quella di sviluppare il vostro paese. Verranno nazionalizzati quei settori chiave della vostra economia, piuttosto di lasciarli in gestione a società straniere. Quindi, nel paese si svilupperà un’economia nazionale e al paese verrà consentito di crescere su fondamenta di indipendenza. Questo è ciò che definisco una rivoluzione nazionale democratica: nazionale, perché indipendente dalle potenze imperialiste, democratica, perché contro i feudatari e gli elementi reazionari del paese. Per tutto questo, Bourguiba, il primo presidente della Tunisia, veniva considerato come un socialista. E sotto il suo regime, lo Stato giocava un ruolo molto importante nell’economia del paese. Il partito politico di Bourguiba, di socialista aveva solo il nome! Se lo Stato giocava un ruolo importante, questo avveniva solo a vantaggio di una élite. Si trattava di quello che viene definito “capitalismo di Stato”. Di più, Bourguiba ha sistematicamente eliminato tutti gli elementi progressisti e anti-imperialisti presenti in seno al suo partito. In un modo tale che questo partito è diventato il partito di un solo uomo, completamente sottomesso all’imperialismo degli Stati Uniti.
Perché la Tunisia rivestiva importanza per gli Stati Uniti?
Per ben comprendere l’importanza di questo paese nella strategia degli Stati Uniti, dobbiamo analizzare il contesto politico del mondo arabo negli anni ’50 e ’60. Nel 1952, in Egitto alcuni ufficiali rovesciavano la monarchia del re Farouk e proclamavano la repubblica. Con Nasser alla sua guida, l’Egitto diviene la base del nazionalismo arabo con idee rivoluzionarie ispirate al socialismo. Come attestato dalla nazionalizzazione del canale di Suez, l’arrivo al potere di Nasser rappresenta un colpo duro per l’Occidente, in quanto la politica del presidente egiziano è in contrasto totale con gli obiettivi egemonici delle potenze occidentali nel Vicino e nel Medio Oriente.
Peggio ancora: le idee anti-imperialiste di Nasser fanno scuola nella regione. Ad esempio, nello Yemen nel 1962 una rivoluzione divide il paese, ed il Sud di questo paese diviene un bastione del movimento rivoluzionario arabo. In quel anno medesimo, l’indipendenza d’Algeria invia un segnale forte all’Africa e al Terzo Mondo, mettendo in allerta le potenze imperialiste. Ugualmente bisogna sottolineare il colpo di Stato in Libia da parte di Kadhafi nel 1969. Questo colonnello assume il potere e nazionalizza importanti settori dell’economia, a grave scapito dell’Occidente. Dieci anni più tardi, in Iran la rivoluzione islamica detronizza lo Scià, uno dei pilastri più importanti della strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente.
In breve, in questo periodo, un movimento anti-imperialista molto forte sfida gli interessi strategici degli Stati Uniti nel mondo arabo. Per fortuna per Washington, non tutti i paesi della regione seguono la via di Nasser. Questo è il caso della Tunisia. Nel 1957, un anno dopo l’indipendenza tunisina, Bourguiba è uno dei principali dirigenti arabi a scrivere nella prestigiosa rivista statunitense, Foreign Affairs. Il titolo dell’articolo? Il nazionalismo, miglior antidoto del comunismo. Per gli Stati Uniti, che volevano contrastare l’influenza di Nasser, questa era musica celestiale! Nel suo articolo Bourguiba scrive: “Per quel che ci riguarda, la Tunisia ha scelto senza equivoci di compiere il suo cammino nel mondo libero dell’Occidente”. Siamo in piena Guerra Fredda. I Sovietici sostengono Nasser la cui influenza si sta allargando nella regione. E gli Stati Uniti hanno bisogno di agenti filo-imperialisti come Bourguiba per non perdere il controllo strategico sul mondo arabo.

È possibile essere nello stesso tempo nazionalisti e filo-imperialisti?
Bourguiba era un nazionalista liberista con idee anti-comuniste che lo hanno portato a ricongiungersi con il campo imperialista dell’Occidente. Perciò, io considero Bourguiba come il George Padmor arabo. Padmor era un leader panafricano originario dei Carabi. Nel 1956, ha scritto un libro dal titolo Panafricanisme ou communisme : le combat à venir en Afrique. Assolutamente come Bourguiba, Padmor nutriva delle idee anti-comuniste e nello stesso tempo si dichiarava nazionalista, la sua visione politica era largamente asservita agli interessi delle potenze imperialiste. Il nazionalismo in effetti serviva da copertura, la loro politica era ben lontana dall’essere indipendente. Padmor ha esercitato una grande influenza sul primo presidente del Ghana, Kwame Nkrumah, uno degli istigatori dell’Unione Africana. Le sue idee filo-imperialiste hanno potuto diffondersi su tutto il continente con i risultati che oggi stanno sotto i nostri occhi: in Africa si festeggiano un po’ dappertutto i cinquantenari di indipendenza, ma molti Africani si rendono conto che non sono mai divenuti indipendenti. In seguito, il presidente Nkrumah si dichiarava pentito di avere seguito i consigli di Padmor.
In Tunisia è avvenuto lo stesso, la sottomissione agli interessi imperialisti si è ben presto fatta sentire e ci si è resi consapevoli che il nazionalismo magnificato da Bourguiba non era che di facciata. Ad esempio, negli anni ’70, il presidente aveva fatto passare tutta una serie di misure ritenute idonee per attirare gli investitori esteri: esonero fiscale da imposte sui profitti delle società per la durata di dieci anni, esenzione per venti anni da ogni forma di tassazione, esenzione dall’imposta sui redditi da valori immobiliari, ecc. Quindi, la Tunisia diveniva un vasto laboratorio delle multinazionali occidentali, queste ultime poi incameravano e portavano all’estero i profitti realizzati.
Comunque, la Tunisia sotto Bourguiba non ha conosciuto discreti apprezzabili progressi?
Certamente, ci sono stati progressi positivi: nel campo dell’istruzione, della condizione femminile, ecc. Anzitutto, perché la Tunisia contava all’interno della sua élite elementi attivi progressisti, che però ben presto sono stati messi all’angolo. E poi, perché la Tunisia doveva apparire nelle sue vesti migliori. In definitiva, questo paese giocava un importantissimo ruolo nella strategia degli Stati Uniti per ostacolare l’influenza del comunismo nel mondo arabo. Ma cosa esisteva dall’altra parte? Dei movimenti rivoluzionari progressisti che avevano fatto crollare monarchie arretrate e che beneficiavano del sostegno popolare. Non era possibile contrastare questi movimenti sostenendo sistemi feudali. L’Arabia Saudita ha potuto resistere a tutto ciò grazie alle sue possibilità di utilizzare il denaro dal suo petrolio. Ma la Tunisia, non potendo contare su risorse di tal fatta, doveva fornire una qualche immagine progressista. Nella lotta contro il comunismo, la Tunisia era destinata a rappresentare la bella affermazione di un paese del Terzo Mondo, che aveva fatto la scelta del nazionalismo liberista.
Ma il rovescio della medaglia era meno lusinghiero. Come ho già detto, Bourguiba ha sistematicamente eliminato gli elementi progressisti che non lo seguivano nel suo percorso. Gli elementi anti-imperialisti che volevano una Tunisia indipendente tanto sul piano economico che sul piano politico, coloro che volevano affermare le loro precise posizioni nel Terzo Mondo e sul conflitto israelo-palestinese, tutti costoro sono stati combattuti. In buona sostanza, la Tunisia è stata utilizzata dalle potenze imperialiste come un laboratorio. E quella che doveva rappresentare l’affermazione del nazionalismo liberista si è trasformata in una dittatura.
Quando Ben Ali è successo a Bourguiba nel 1987, ha proseguito sullo stesso cammino?
Completamente. È possibile anche affermare che la sottomissione agli interessi occidentali si è accentuata. Ben Ali era un puro agente dell’imperialismo statunitense. Nel 1980, quando ricopriva la carica di ambasciatore in Polonia, era lui a costituire il punto di collegamento fra la CIA e Lech Walesa, il dirigente sindacalista che si batteva contro l’Unione Sovietica. Nel 1987, quando Ben Ali assunse la presidenza della Tunisia, il paese era fortemente indebitato a causa della crisi capitalista del 1973. In più, in quel periodo, le teorie economiche di Milton Friedman e dei suoi Chicago Boys andavano per la maggiore. Questi economisti ultraliberisti pensavano che il mercato era un’entità in grado di autoregolarsi e soprattutto che lo Stato non doveva immischiarsi in problemi economici. L’élite tecnocratica tunisina proveniva in gran parte da scuole statunitensi ed era molto influenzata dalle idee di Friedman. Allora, Ben Ali abbandona il capitalismo di Stato in vigore dall’inizio dell’era Bourguiba. Sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, egli mette mano ad un programma di privatizzazioni molto più massiccio di quello che il suo predecessore aveva già annunciato negli anni ’70.
Quali sono stati gli effetti di questa nuova politica economica?
Prima di tutto, la privatizzazione dell’economia tunisina ha permesso a Ben Ali e alla famiglia di sua moglie, i Trabelsi, di arricchirsi personalmente. La corruzione raggiungeva un livello molto elevato e la Tunisia diveniva un paese totalmente soggetto all’imperialismo, diretto da una “borghesia compradora”. Chiaramente, Ben Ali e il suo clan non disponevano di materie prime da svendere alle multinazionali occidentali. Ma hanno approfittato del sistema dell’istruzione istituito da Bourguiba per sviluppare un’economia di servizi. In effetti, la manodopera tunisina è costituita da soggetti molto istruiti, e però a buon mercato. Per questo attira gli investitori stranieri.
Ugualmente, il turismo si è fortemente sviluppato al punto da diventare il pilastro dell’economia tunisina. Qui vediamo la mancanza di visione politica delle élite. In effetti, non esiste paese che possa sviluppare la sua economia sulla base del solo turismo, se non ha sviluppato nello stesso tempo una base economica nazionale. L’industria del turismo consuma enormemente ma rende molto poco al popolo tunisino. Pensate solo a questo: mentre i turisti occidentali consumano ettolitri d’acqua per godersela nelle piscine, nelle vasche jacuzzi per idromassaggi o per innaffiare i campi da golf, i poveri contadini del sud del paese devono affrontare l’aridità dei terreni.
Ma non sono solo i contadini che soffrono per questo tipo di politica. Globalmente, le condizioni sociali del popolo tunisino si sono degradate, mentre l’entourage del presidente ha ammassato una colossale fortuna. Tutti sapevano che il regime era corrotto. Allora, per mantenere in piedi questo sistema, il regime era costretto ad impedire qualsiasi contestazione. Sotto Ben Ali, la repressione è divenuta ancora più brutale: non erano più autorizzati la semplice critica o perfino il desiderio di modernità e di aperture. Una tale situazione non poteva portare che alla rivolta popolare. Per di più, volendo monopolizzare per il suo clan le ricchezze del paese, nel contempo Ben Ali si è attirato anche i fulmini di una parte della borghesia tradizionale della Tunisia.
Lei afferma che la repressione politica era molto forte. Allora, esistono attualmente delle forze di opposizione in grado di guidare la rivoluzione del popolo, ora che Ben Ali è caduto?
Autentici partiti di opposizione erano fuori legge sotto Ben Ali. Comunque, alcuni hanno continuato ad esistere in clandestinità. Ad esempio, il primigenio Partito Comunista di Tunisia non poteva operare alla luce del sole ed organizzarsi come un qualsiasi partito politico in democrazia. Ma ha continuato a funzionare in segreto attraverso associazioni della società civile (professori, coltivatori diretti, medici, prigionieri …). Anche il PTPD (Partito del Lavoro Patriottico Democratico, un partito di sinistra radicale) ha potuto costruire una sua base sociale e ha tratto una solida esperienza da questo periodo. Nel mondo arabo, questo è eccezionale! Io penso che due sfide importanti attendono ora i partiti di opposizione. Prima di tutto, devono uscire dall’ombra e farsi conoscere dal grande pubblico in Tunisia. E poi, devono insieme organizzare un grande fronte di resistenza all’imperialismo. In effetti, le potenze imperialiste cercano di mantenere il sistema Ben Ali senza Ben Ali. Si tenta di realizzare questo con il governo di unità nazionale, che però i Tunisini rigettano, e questo rifiuto è decisamente positivo. Ma le potenze imperialiste non vogliono arretrare di un passo. Esse esigono di imporre una commissione elettorale internazionale per appoggiare i candidati che andranno a difendere al meglio i loro interessi. Dunque, è necessario resistere all’ingerenza con la creazione di un fronte unito per costruire una effettiva democrazia.
I partiti di opposizione sono in grado di superare le loro divergenze per creare questo fronte?
Io sono a conoscenza che alcune formazioni politiche erano reticenti all’idea di associarsi al movimento islamico nazionalista Ennahda. Questo movimento ha fatto la sua comparsa negli anni ’80. Ha predicato una linea anti-imperialista e di fatto ha subito la repressione politica. Perché non associare Ennahda in un fronte di resistenza all’ingerenza delle potenze straniere? La Tunisia è un paese musulmano. Dunque, è normale che in questo paese emerga una forza politica con una tendenza islamo-nazionalista. Non è possibile impedire questo.
Ma ciascuno di questi movimenti deve potere essere analizzato separatamente, con le sue proprie specificità. Questo è quello che hanno fatto i comunisti del PTPD. Hanno studiato con metodo scientifico le condizioni oggettive che si applicano alla Tunisia. La loro conclusione è che i comunisti e gli islamo-nazionalisti sono stati vittime della repressione politica e quindi, anche se i loro programmi divergono, essi condividono una piattaforma comune: vogliono la fine della dittatura e l’indipendenza della Tunisia. Perciò, i comunisti hanno proposto un’alleanza con gli islamo-nazionalisti già da molto tempo. Per certo, il PTPD non vuole fare della Tunisia uno Stato islamico. Il suo programma politico differisce da quello di Ennahda. Ma è il popolo tunisino che dovrà emettere democraticamente un giudizio su queste differenze. Le elezioni dovranno essere una competizione aperta a tutti. Ecco la vera democrazia!
Giusto, i partiti di opposizione si sono riuniti nel fronte “14 gennaio” per lottare contro il governo provvisorio di Mohamed Ghannouchi, un soggetto della fazione dell’ex presidente Ben Ali. Un segnale incoraggiante?
Incoraggiante del tutto; la Tunisia è su una buona strada: tutti i partiti di opposizione fuori legge fino a questo momento hanno creato un fronte per impedire che il sistema Ben Ali possa conservarsi anche senza Ben Ali. Bisogna sottolineare anche il ruolo giocato dalla base del sindacato UGTT (Union Générale Tunisienne du Travail). La dirigenza al vertice di questo sindacato autorizzato sotto Ben Ali era corrotta e collaborava con lo Stato di polizia. In seguito, la base del sindacato ha esercitato pressioni sui dirigenti, e i membri dell’UGTT che facevano parte del governo di transizione sono stati costretti alle dimissioni. Anche se rimane molto da fare, la democrazia conquista le istituzioni tunisine sotto la pressione del popolo. Le potenze occidentali si oppongono a tutto questo. Vogliono imporre in Tunisia una democrazia a bassa intensità, in cui solo i “buoni” candidati avrebbero il diritto di presentarsi alle elezioni. Se voi gettate lo sguardo sul tipo di democrazia che gli Stati Uniti apprezzano, voi cadrete sull’Etiopia. Per l’anno 2010, il governo degli Stati Uniti ha fornito a questo paese del Corno d’Africa 983 milioni di dollari. Sempre nel 2010, il primo ministro Meles Zenawi, in carica da 16 anni, è stato rieletto con il 99,5 per cento dei voti! Ancora meglio di Ben Ali! Questa è la realtà: dietro ai loro bei discorsi di sostegno al popolo tunisino, le potenze occidentali continuano a sostenere attivamente molti altri Ben Ali nel mondo.
Gli Stati Uniti non potrebbero sostenere altri candidati filo-imperialisti, ma che, agli occhi dei Tunisini, non sarebbero associati all’era Ben Ali?
Sarebbe difficile. Esiste sì una parte della “borghesia compradora” che è stata danneggiata dal sistema corrotto di Ben Ali. Ma questa élite non è così forte da poter controllare il movimento popolare e non è tanto ancorata all’establishment per imporsi. Gli Stati Uniti avevano pensato anche ad una diversa strategia: qualche mese fa, quando Ben Ali era ancora al potere, l’ambasciatore degli Stati Uniti ha fatto visita ad un leader comunista in prigione. Ufficialmente, una semplice visita di osservazione nel quadro del rispetto dei diritti umani. Ufficiosamente, gli Stati Uniti anticipavano la fuoruscita di Ben Ali e volevano saggiare il terreno. Il loro obiettivo era quello di mettere i comunisti contro gli islamo-nazionalisti, dividere la resistenza all’imperialismo per meglio indebolirla. Ma i comunisti tunisini non sono caduti nella trappola. Essi conoscevano molto bene questa strategia messa a punto per il Medio Oriente da Henry Kissinger negli anni ’80. Hanno pubblicato uno studio ben condotto sull’argomento e si dimostrano consapevoli che non devono ricevere ordini dall’esterno, né aderire ad ideologie fabbricate da potenze straniere.

Perché gli Stati Uniti hanno abbandonato Ben Ali? Si era spinto troppo avanti nel processo di arricchimento personale? In un cablogramma Wikileaks, l’ambasciatore statunitense si dimostrava molto critico nei confronti del sistema quasi-mafioso del presidente tunisino, la corruzione organizzata poteva ostacolare gli investimenti delle imprese straniere.
Non è questo il problema. Gli Stati Uniti non si inquietano per la corruzione. Al contrario, questa costituisce un elemento del sistema di dominio degli Stati Uniti sui paesi del Sud del mondo. In realtà, Washington si rendeva conto della situazione interna alla Tunisia e sapeva che Ben Ali non sarebbe stato più in grado di governare. Attualmente, gli Occidentali devono essere ben sicuri che il rimpiazzo di Ben Ali continuerà a difendere i loro interessi. La posta in gioco è di assoluto rilievo. La crisi capitalista causa seri problemi in Occidente. Accanto a ciò, la Cina vede aumentare la sua potenza economica ed oggi accorda più prestiti della Banca Mondiale e delle potenze imperialiste messe insieme. Per giunta, la Cina vuole assumere una parte importante del debito dell’euro-zona, da un canto perché ha interessi economici con i paesi europei, e d’altra parte per creare divisioni fra le potenze imperialiste, visto che l’Unione Europea è storicamente associata agli Stati Uniti. In questo contesto, il movimento popolare tunisino, sotto l’egida di una leadership rivoluzionaria, potrebbe insediare un governo indipendente e approfittare di questa situazione di un mondo multipolare. Le potenze imperialiste temono che i paesi che tradizionalmente stavano sotto il loro dominio diventino economicamente indipendenti da loro, rivolgendosi verso la Cina. La Tunisia potrebbe costruire relazioni con il gigante asiatico sviluppando i suoi porti commerciali. E così rimetterebbe seriamente in ballo il concetto di dialogo mediterraneo, questa estensione della NATO ai paesi del Mediterraneo, che non è un dialogo ma un puro strumento di dominio occidentale.
Un altro paese che sembra paventare la democrazia in Tunisia e nella regione: Israele. Poco dopo la caduta di Ben Ali, il vice primo ministro Silvan Shalom ha dichiarato che lo sviluppo della democrazia nei paesi arabi costituirebbe una minaccia per la sicurezza di Israele. Questo paese, spesso qualificato come la sola democrazia del Medio Oriente, avrebbe timore della concorrenza?
Sotto una parvenza di democrazia, Israele è uno Stato fascista, uno Stato di apartheid. Quindi, nella regione non può che stringere alleanze con Stati dittatoriali repressivi, diretti da “borghesie compradore” che indeboliscono il corpo della nazione araba. Attualmente, questi Stati arabi sono dei paesi ricchi abitati da genti povere. Ma se fra questi Stati emerge un governo democratico, nel senso completo del termine, sarà la nazione araba nel suo complesso ad essere rafforzata economicamente. E questo sviluppo economico produrrà un’alleanza dei paesi arabi contro lo Stato razzista che opprime i Palestinesi. Evidentemente, Israele ha il terrore di tutto ciò. Per di più, a proposito del conflitto israelo-palestinese, esiste una forte divaricazione fra le posizioni ufficiali delle dittature arabe e il sentimento popolare. Dopo che nel 1977 il presidente egiziano Sadat si è recato in Israele, questa è la posizione dell’Egitto: “Noi vogliamo la pace!”. Ma si trattava di una posizione imposta con la forza alla popolazione. E l’attuale governo egiziano non si accontenta di intrattenere relazioni pacifiche con Tel-Aviv, ma partecipa attivamente allo strangolamento di Gaza, quando invece la maggioranza degli Egiziani è solidale con i Palestinesi.
Questo vale anche per l’allineamento delle dittature arabe sulla politica di Washington. La Tunisia, l’Arabia Saudita o l’Egitto sono alleati degli Stati Uniti, quando le popolazioni di questi paesi sono anti-imperialiste. Mi trovavo in Egitto quando Mountazer al-Zaïdi, il giornalista iracheno, ha lanciato le sue scarpe contro Georges W. Bush. La popolazione egiziana lo ha celebrato come un eroe. Ho inteso dei padri che auspicavano che la loro figlia potesse sposarsi con uno come il giornalista. Al contrario, il presidente egiziano Hosni Moubarak è uno degli alleati più fedeli di Washington.
Lei pensa che la rivoluzione tunisina, per effetto domino, potrebbe innescare la caduta di altre dittature nel mondo arabo?
Il 70% della popolazione dei paesi arabi ha meno di trenta anni e non conosce altro che la disoccupazione, la repressione poliziesca e la corruzione. Ma tutti questi giovani vogliono vivere. E per vivere hanno bisogno di cambiamenti. Questa è la realtà di tutti questi paesi. Non c’è bisogno di un effetto domino, le condizioni oggettive concorrono a che altre rivoluzioni si scatenino.
Le popolazioni non vogliono più vivere come prima. Ma, d’altro canto, le loro classi dirigenti sono in grado di governare in modo diverso?
Evidentemente, no. Lo si può riscontrare nell’Egitto attuale. In questo paese ci sono poliziotti dappertutto. Ma è impossibile controllare tutto. Uno Stato di polizia impone delle limitazioni, e nel mondo arabo questi limiti sono stati superati. In più, oggi l’informazione gioca un ruolo molto importante. I Tunisini, gli Egiziani e i popoli del Terzo Mondo sono meglio informati, da una parte grazie ad Al-Jazeera e d’altro canto attraverso Internet e le sue reti sociali. L’evoluzione delle tecnologie dell’informazione ha aumentato il livello dell’istruzione e di presa di coscienza delle persone. Il popolo non è più una massa di contadini analfabeti. Voi potete trovare molti giovani decisamente scaltri, dotati di un certo senso pratico, capaci di aggirare la censura e di mobilitarsi su Internet.
Esistono in questi paesi delle forze di opposizione in grado di guidare rivoluzioni popolari?
Perché la repressione sarebbe tanto importante se questi dittatori non si sentissero in pericolo? Perché questa “borghesia compradora”, talmente avida, dispenserebbe tanto denaro nell’apparato repressivo se non avesse il terrore di essere rovesciata? Se non esisteva una opposizione, tutto ciò non sarebbe stato necessario! Dal punto di vista degli osservatori occidentali, molti temono che la caduta di questi regimi favorisca l’imporsi dell’islamismo. Come riassume tutto ciò in modo tanto… fine ed arguto Christophe Barbier, il direttore della redazione dell’Express: “Meglio tenersi Ben Ali che i barbuti!”.
Questi timori per un islamismo emergente sono fondati?
L’islamismo è divenuto il preservativo dell’imperialismo. Le potenze occidentali giustificano la loro strategia di dominio sul mondo arabo-musulmano mediante la copertura della lotta contro l’islamismo. Oggigiorno si trovano islamisti dappertutto. Fra poco, si troveranno tracce di Al-Quaïda perfino su Marte, se questo potrà essere di utilità agli imperialisti! In realtà, l’Occidente ha sempre avuto bisogno di inventarsi un nemico per giustificare le sue mire egemoniche e le sue incredibili spese militari (finanziate dai contribuenti). Dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la scomparsa del nemico comunista, a giocare il ruolo di brutti e cattivi sono stati individuati l’islamismo e Al-Quaïda.
Ma l’Occidente non ha alcun problema con l’islamismo. Si adatta molto bene a questa tendenza religiosa e politica in paesi come l’Arabia Saudita. Inoltre, per un certo periodo, è stato l’Occidente a favorire l’ascesa dei movimenti islamici per contrastare il nazionalismo arabo. Per l’Occidente, l’effettivo problema è costituito dall’anti-imperialismo. È per questo che tenta di gettare il discredito su qualsiasi movimento popolare nel mondo arabo che tenti di opporsi ai suoi interessi, appioppandogli l’etichetta di “islamista”.
Infine, non è necessario essere troppo maligni per pensare che le dittature arabe costituiscono dei baluardi contro l’ascesa del fanatismo religioso. Al contrario, questi regimi repressivi hanno condotto una parte della popolazione a radicalizzarsi. Chi potrebbe permettersi di affermare che questo o quel paese non ha diritto alla democrazia? In un paese realmente democratico, possono affermarsi differenti forze politiche. Ma la “borghesia compradora” al potere nelle dittature arabe non può convincere la popolazione. E nemmeno può affrontarla direttamente. Per difendere gli interessi imperialisti, bisogna dunque impedire ad altre forze politiche di emergere, altrimenti queste sarebbero in grado di convincere il popolo ad affrontare le élite corrotte. L’Occidente ha sempre cercato di mantenere stabili le dittature al servizio dei suoi interessi, agitando lo spauracchio dell’islamismo. Però, i popoli arabi hanno fame di democrazia. Oggi la reclamano e nessuno potrà contrastare le loro rivendicazioni.

In Israele, stordito dalle proteste in Egitto, avanzano le tensioni sociali

13/02/2011
By admin
Jean Shaoul WSWS 11 febbraio 2011
Il governo di destra israeliano del ministro Benyamin Netanyahu è stordito dalle massicce manifestazioni e dall’ondata di scioperi che hanno inghiottito l’Egitto, il suo più importante alleato arabo nella regione, e dalla simultanea comparsa dell’opposizione sociale in Israele.
Nelle ultime settimane, ci sono state diverse manifestazioni nelle città prevalentemente arabe d’Israele, a sostegno delle proteste in Egitto, tra cui una piccola a Tel Aviv, con palestinesi ed ebrei israeliani. Inoltre, i giornali d’Israele hanno notato di sfuggita le espressioni di solidarietà pubblica verso le proteste di massa in Egitto, che chiedevano la fine del regime di Mubarak.
Non così il governo israeliano. Discorso dopo discorso, il primo ministro Benyamin Netanyahu ha avvertito che, in caso del crollo della dittatura di Mubarak, il caos avrebbe prevalso. Anche se i Fratelli Musulmani non hanno il sostegno della maggioranza e hanno messo bene in chiaro la loro intenzione di non guidare proteste contro Mubarak, Netanyahu solleva costantemente lo spettro della rivoluzione islamica in Iran: gli islamisti, cioè la Fratellanza Musulmana, prenderanno il controllo dell’Egitto, abrogando l’accordo di pace di Camp David del 1978-79, e marceranno su Israele. Implicitamente, Netanyahu sta suggerendo che la caduta della dittatura di Mubarak è un evento cui Israele potrebbe opporsi con la forza.
La paura della classe dominante israeliana, per gli eventi in Egitto, è duplice. In primo luogo, l’Egitto, con la sua economia di grandi dimensioni, la popolazione di quasi 80 milioni di abitanti e il controllo del Canale di Suez, è l’alleato chiave d’Israele nella regione. Esso ha svolto il ruolo cruciale nel strangolare la resistenza alla spoliazione dei palestinesi.
Altrettanto importante, le condizioni che hanno portato alla rivoluzione in Egitto prevalgono anche in Israele:  disoccupazione e sottoccupazione giovanile, spirale dei prezzi; crescente polarizzazione sociale e una classe dirigente corrotta e anti-democratica, impersonata da Netanyahu stesso. Israele è una polveriera sociale, caratterizzata da enormi disuguaglianze sociali e povertà, governato da una cleptocrazia corrotta e reazionaria.
Queste contraddizioni sociali recentemente sono venute alla ribalta quando la federazione dei sindacati israeliana, Histadrut, ha dichiarato una vertenza sindacale per i lavoratori del settore pubblico e per alcuni lavoratori del settore privato. Ciò gli ha dato il diritto legale di dichiarare uno sciopero generale in due settimane. Ci si chiede se Tel Aviv si muoverà rapidamente ad aumentare il salario minimo, a fare retromarcia sul prezzo del pane, taglio al costo dell’acqua, a por fine alla tassa sul carburante e a muoversi verso la riduzione dei costi delle abitazioni. Si tratta di un disperato tentativo di avvisare i circoli dominanti che la classe operaia d’Israele è sull’orlo della rivolta.
La soppressione degli scioperi e delle proteste dei lavoratori dell’Histradrut, ha svolto il ruolo più importante nella creazione in Israele di una disuguaglianza sociale dai livelli più alti al mondo. I sindacati segnalano, tuttavia, che essi sono profondamente preoccupati che il crescente malcontento sociale in Israele, che potrebbe esplodere.
Netanyahu ha annunciato che si stanno rapidamente preparando misure volte ad affrontare tali preoccupazioni. Fra queste, la riduzione dei prezzi del trasporto pubblici del 10 per cento, un aumento di 122 dollari del salario minimo mensile, ed ha cancellato la tassa sulla benzina recentemente imposta, che aveva alzato i prezzi della benzina a 8,50 dollari per gallone.
La paura dello sviluppo di una lotta unitaria contro la guerra e l’oppressione capitalista da parte dei lavoratori sia in Egitto che in Israele, guida le politiche di Netanyahu.
Mentre si prepara per la guerra con l’Egitto, Israele sta lavorando direttamente con le autorità egiziane nel reprimere le masse egiziane. Cooperare con Suleiman non è casuale. E’ l’uomo che ha collaborato con Israele nel reprimere i palestinesi, ed è la scelta di Tel Aviv a successore del presidente Mubarak, come i cablo degli Stati Uniti rilasciati da Wikileaks dimostrano. Il quotidianoMa’ariv, citando un funzionario dell’ufficio di Netanyahu, ha riferito che il primo ministro ha chiamato Suleiman per proporre che i servizi segreti israeliani fossero incaricati di eseguire delle operazioni speciali per porre fine alle manifestazioni.
La scorsa settimana, per la prima volta da quando gli Accordi di Camp David misero fuorilegge la presenza di truppe nel Sinai, Netanyahu ha accettato di lasciare che l’Egitto vi inviasse 800 soldati. Ciò a seguito della diffusione dei disordini a El Arish e nella penisola del Sinai, dove i beduini, che hanno da tempo intrapreso una ribellione contro il regime di Mubarak, hanno ucciso almeno 12 agenti di polizia in scontri armati, lo scorso fine settimana. Le truppe egiziane hanno combattuto  ripetutamente con le forze dei beduini, tra cui uno scontro di due ore sul confine di Gaza, il 7 febbraio.
I politici e i capi militari d’Israele si stanno preparando alla guerra nel caso in cui il regime di Mubarak cadesse e venisse sostituito da un governo non gradito a Tel Aviv. Netanyahu ha detto al parlamento, che Israele deve essere pronto a qualsiasi evenienza in Egitto, “rafforzando il potere dello Stato d’Israele.” Un funzionario della difesa ha detto al sito Ynet, che un fondamentale cambiamento di governo in Egitto potrebbe condurre a una “rivoluzione nella dottrina della sicurezza d’Israele“, perché il Accordi di Camp David erano un asset strategico “che consentono all’IDF [Forze di Difesa d'Israele] a concentrarsi su altri teatri“.
A seguito delle sconfitte dell’Egitto per mano di Israele, nelle guerre del 1967 e del 1973, e delle sollevazioni di massa a causa del prezzo del cibo, nel 1977, il presidente Anwar Sadat passò con Washington e firmò un accordo di pace con Israele a Camp David, nel 1978 e nel 1979. La firma di Sadat mise fine agli sforzi dell’Egitto per manovrare tra Mosca e Washington, e a ogni parvenza di indipendenza dall’imperialismo. Ciò provocò le ire delle forze islamiche che assassinarono Sadat nel 1981, aprendo la strada a Mubarak, il suo vice presidente, al potere e  a governare in virtù dei poteri di emergenza che sono stati continuamente rinnovati e ampliati.
La firma di Sadat era il necessario pagamento per avere il sostegno degli Stati Uniti al suo regime in difficoltà. Ciò ha portato alla fine dello stato di guerra, al riconoscimento dello stato di Israele e alla normalizzazione delle relazioni commerciali. La metà del gas ora fornito a Israele proviene dall’Egitto, e Israele ha il diritto di libero passaggio nel Canale di Suez, nel Mar Rosso e nello Stretto di Tiran. Il prezzo di ciò sono stati 60 miliardi di dollari di aiuti statunitensi, secondo solo a quelli forniti ad Israele.
Per Israele, il trattato di pace con l’Egitto ha permesso l’incorporazione illegale in un “Grande Israele“, di Cisgiordania, Gaza e alture del Golan. A partire dalla Conferenza di Madrid del 1991, il trattato di pace ha anche permesso a Israele di tagliare il suo massiccio bilancio della difesa, dal 30 per cento del PIL nel 1970 al 9 per cento di oggi, tagliando le sue forze armate nel Sinai, riducendo l’età massima dei riservisti e a concentrarsi sulla contro-insurrezione, piuttosto che sulla minaccia di un’invasione da parte di forze terrestri e aeree.
Non affrontando più una minaccia di guerra, Israele, che si vanta di essere la “sola democrazia” del Medio Oriente, ha insistito sul fatto che era costretto a lavorare con autocrazie brutali, come quella di Mubarak, a causa della minaccia globale a Israele del fondamentalismo islamico. Ora che milioni di persone sono uscite in strada per rovesciare il loro governo, la classe dirigente di Israele è costretta a rivelare la falsità delle sue affermazioni. In realtà, Israele sostiene le dittature arabe, perché aiutano lo stato israeliano a reprimere le masse lavoratrici arabe e israeliane.
Come ha scritto Amira Hass su Ha’aretz circa l’impatto degli eventi in Egitto sui palestinesi: “C’è un momento miracoloso nelle sommosse popolari, quando la paura della macchina della repressione non scoraggia il popolo nella sua massa, e la macchina della repressione comincia a disgregarsi nelle sue componenti, che sono anch’esse delle persone. Smettono di obbedire e iniziano a pensare. Dov’è quel momento per noi?”
Hass continua, “Cerchiamo di non illuderci. Non ci sarà confusione qui. Istruzioni precise, chiare e immediate, saranno date ai soldati israeliani. Le IDF dell’operazione “Piombo fuso” non rinunceranno al loro patrimonio. Anche se vi sarà una marcia di 200.000 civili disarmati, l’ordine sarà quello di sparare.”
Questi sono infatti i metodi che lo stato israeliano e i suoi sostenitori a Washington, sono abituati ad usare. Tuttavia, la classe dirigente israeliana avrebbe paura a rispondere con simili metodi brutali all’opposizione sociale della classe lavoratrice israeliano. È per questo che Netanyahu sta cercando di provocare una spaccatura tra i lavoratori ebrei e arabi, e impedire una lotta unificata per le loro rivendicazioni sociali e democratiche contro la guerrafondaia classe capitalista.

Le emergenti contro-rivoluzioni in Tunisia ed Egitto

12/02/2011
By admin
Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 12 Febbraio 2011
“Il presidente Hosni Mubarak ha deciso di dimettersi dalla carica di presidente dell’Egitto e ha designato il Consiglio superiore delle forze armate nel gestire gli affari del paese”, ha detto Suleiman in un breve discorso televisivo. “Che Dio ci aiuti tutti”.
Le urla si potevano sentire nelle strade del Cairo, prima ancora che Suleiman avesse smesso di parlare. E mentre non c’è modo di sapere se l’esercito rispetterà i suoi precedenti impegni nel salvaguardare le elezioni democratiche, la folla era euforica alla notizia che i 30 anni di governo autoritario di Mubarak sono finiti.
“L’Egitto è libero! Egitto è libero!” hanno urlato a piazza Tahrir. “Il regime è caduto!”

- The Washington Post (11 febbraio 2011)
Un faraone arrogante è decaduto. Gli egiziani possono gridare che il loro paese è libero, ma la loro lotta è tutt’altro che finita. La Repubblica araba unita d’Egitto non è ancora libera. Il vecchio regime e i suoi apparati sono ancora molto forti e in attesa che la polvere si depositi. L’esercito egiziano ha ufficialmente il controllo dell’Egitto e la contro-rivoluzione sta emergendo. Una nuova fase della lotta per la libertà è iniziata.
Il cosiddetto desiderato regime “di transizione” in Tunisia e in Egitto viene utilizzato per guadagnare tempo al fine di fare tre cose. Il primo obiettivo è quello di erodere e, infine spazzare le rivendicazioni popolari. Il secondo obiettivo è quello di lavorare per mantenere le politiche economiche neo-liberiste, che saranno utilizzate per sovvertire il sistema politico, e per costringere nella camicia di forza del debito estero. Infine,  terza motivazione e obiettivo è la preparazione della contro-rivoluzione.
Gli autonominatisi “saggi” egiziani
Figure non qualificate sono emerse, affermando di parlare per o di guidare il popolo arabo. Tra queste il cosiddetto comitato dei “saggi” dell’Egitto. Queste figure non elette, presumibilmente negoziano con il regime di Mubarak a nome della popolazione egiziana, ma non hanno alcuna legittimità come rappresentanti del popolo. Il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, è tra loro. Il Segretario Generale Moussa ha anche detto che è interessato a diventare ministro del futuro governo del Cairo. Tutte queste figure sono o insider del regime o agenti dello status quo.
Tra questi auto-eletti individui c’è anche il capo della Orascom Telecom Holding (OTH) SAE, il miliardario egiziano Naguib Sawiris. Bloomberg Newsweek ha avuto da dire questo su Sawiri: “La maggior parte degli uomini d’affari egiziani hanno mantenuto un basso profilo, in questi giorni. I manifestanti di Tahrir Square al Cairo, li biasimano per i mali dell’Egitto e le folle hanno anche saccheggiato alcune loro proprietà. Eppure, il magnate più importante d’Egitto, Naguib Sawiris, presidente di Orascom Telecom Holding, la più grande azienda dei telecomunicazioni del Medio Oriente, appare sul campo del Cairo a fare chiamate sul suo telefono cellulare, appare in TV, e (come membro di un comitato informale di “saggi”), negoziando con l’appena nominato Vice-Presidente Omar Suleiman, sul progressivo trasferimento del potere dal presidente Hosni Mubarak. Lungi dall’essere scoraggiato, il miliardario pensa che un’economia egiziana più vivace può emergere dalle rivolte”. [1]
I cosiddetti “saggi” in Egitto, sono coinvolti nella rivolta. A chi il potere deve  essere “gradualmente trasferito“? A un’altra figura non eletta, come Suleiman?
Qual è la natura delle trattative? Ci sarà la condivisione del potere tra un regime non eletto e un nuovo gruppo? Non c’è nulla da negoziare con i despoti non eletti. Il ruolo che i “saggi“  giocano è quello di una “opposizione produttiva“, che non mancherà di mantenere gli interessi che stavano dietro il regime di Mubarak, e anche a diluire i reali movimenti di opposizione in Egitto. 
Al-Mebazaâ prende poteri dittatoriali,. mentre i riservisti militari tunisini sono mobilitati
In Tunisia, riservisti militari sono stati convocati col compito di affrontare i manifestanti. [2] La mobilitazione dei militari tunisini è stata giustificato con il pretesto della lotta contro la illegalità e la violenza. Il regime tunisino stesso è dietro queste illegalità e violenza.
Allo stesso momento della mobilitazione dei riservisti tunisino, Fouad Al-Mebazaâ, il presidente ad interim della Tunisia, è stato dato di poteri dittatoriali. [3] Al-Mebazaâ era l’uomo che Ben Ali aveva scelto come presidente del parlamento della Tunisia, ed è una figura di spicco del Partito di Ben Ali, Raggruppamento costituzionale democratico (RCD). I manifestanti hanno pacificamente cercato di fermare i membri del Parlamento tunisino dal votare la concessione dei poteri dittatoriali a Al-Mebazaâ, bloccando l’ingresso al Parlamento tunisino.
I membri del Parlamento tunisino sono tutti membri del “vecchio regime“. Tra le proteste, il Parlamento tunisino è riuscito ad andare avanti con il piano: “I legislatori hanno poi aggirato i manifestanti all’accesso alla sala del voto, attraverso una porta di servizio, l’agenzia TAP ha riportato, Nel voto, con risultato 177 a 16, la camera bassa ha approvato il piano di dare poteri temporanei al presidente ad interim Fouad Mebazaâ, per varare leggi per decreto.” [4] Il giorno dopo, il Senato tunisino avrebbe approvato anche questo. [5]
Al-Mebazza ora può selezionare a piacimento i governatori e i funzionari, cambiare le leggi elettorali, dare l’amnistia a chi gli pare, e ignorare tutte le istituzioni statali tunisine, attraverso i suoi decreti. Il passaggio della mozione per dare Al-Mebazza ciò che equivale a dei poteri dittatoriali, è l’illustrazione degli aspetti della “democrazia cosmetica”. Questo atto dal parte del traballante Parlamento tunisino, è stato spacciato come un atto democratico di voto, ma in realtà tutti i suoi membri sono stati non-democraticamente scelti dal regime di Ben Ali.
I generali egiziani e il Vice-Presidente Suleiman sono una continuazione di Mubarak
In Egitto, i comandanti militari hanno dichiarato che non permetteranno che le proteste continuino ancora per molto. La leadership militare dell’Egitto è pesantemente coinvolta nel regime cleptocratico di Mubarak. Generali o alti ufficiali egiziani sono tutti ricchi membri della classe capitalista egiziana.  Senza distinzioni, la leadership delle forze armate egiziane e il regime di Mubarak sono la stessa cosa. Tutte le figure chiave del regime di Mubarak si trovano tra le fila dei militari.
Omar Suleiman, il neo vice-presidente dell’Egitto e  generale ex-capo dei servizi segreti dell’Egitto, ha iniziato a fare marcia indietro sulle promesse fatte dal regime di Mubarak e da lui stesso. Il New York Times ha riferito che “Omar Suleiman dice di non pensare che sia il momento di levare la legge di emergenza di 30 anni fa, che è usata per reprimere e incarcerare i leader dell’opposizione“. [6] Pochi giorni prima delle dimissioni di Mubarak, Suleiman ha anche affermato: “Lui non pensa che il presidente Hosni Mubarak abbia bisogno di dimettersi prima che finisca il suo mandato a settembre [2011]. E non pensa che [l'Egitto] sia pronto per la democrazia“. [7]
Delle battaglie sono state vinte, ma la lotta continua…
La posta in gioco è sempre più elevata. I popoli di Tunisia ed Egitto dovrebbero essere consapevoli che il governo degli Stati Uniti e dell’Unione europea scommettono politicamente sulla loro sconfitta. Sostengono la contro-rivoluzione dei vecchi regimi, ma stanno lavorando anche per cooptare e controllare i leder dei movimenti di protesta. In un altro sviluppo, gli Stati Uniti e la NATO stanno compiendo degli schieramenti navali nel Mediterraneo orientale. In particolare, con l’Egitto in mente, anche questo potrebbe avere lo scopo di aiutare la contro-rivoluzione, ma può anche essere usato per intervenire contro una rivoluzione riuscita.
Gli eventi in Tunisia ed Egitto hanno rivelato sbagliate tutte le false tesi sui popoli arabi. I popoli tunisino ed egiziano hanno agito in modo pacifico e intelligente. Hanno inoltre dimostrato che l’assunzione della cultura politica avanzata in Europa occidentale, Nord America o Australia, è solo una pura assurdità usata per giustificare la repressione di altri popoli.
Mahdi Darius Nazemroaya è un ricercatore associato il Centre for Research on Globalization (CRG).
NOTE[1] Stanley Reed, “Egypt’s Telecom Mogul Embraces Uprising,” Bloomberg Businessweek, 10 febbraio 2011.
[2] “Tunisia calls up reserve troops amid unrest,” Associated Press (AP), 7 febbraio 2011.
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Kaouther Larbi, “Tunisia Senate grants leader wide powers,” Agence France-Presse (AFP), 10 febbraio 2011.
[6] Helene Cooper e David E. Sanger, “In Egypt, US Weighs Push For Change With Stability,” The New York Times, 8 febbraio 2011, A1.
[7] Ibid.

Rivoluzione in Egitto, Distruzione Creativa per il ‘Grande Medio Oriente’?

10/02/2011
By admin
La mappa G8 del Grande Medio Oriente di Washington si estende dritto ai confini di Cina e Russia e a Occidente fino al Marocco 
F. William Engdahl Global Research, 7 febbraio 2011 – Rense
Velocemente sulla scia del cambiamento di regime in Tunisia, s’è alzato il movimento di protesta popolare lanciato il 25 gennaio contro l’ordine radicato di Hosni Mubarak in Egitto. Contrariamente all’impressione coltivata con cura secondo cui l’Amministrazione Obama sta cercando di mantenere l’attuale regime di Mubarak, Washington, infatti, sta orchestrando i cambiamenti di regime egiziano e regionali, dalla Siria allo Yemen, alla Giordania e ben oltre, in un processo cui alcuni si riferiscono come “distruzione creativa“.
Il modello per tale cambiamento di regime sotto copertura è stata sviluppata dal Pentagono, dalle agenzie di intelligence degli Stati Uniti e dai vari think-tank come la RAND Corporation. nel corso di decenni, a partire dalla destabilizzazione del maggio 1968 della Presidenza de Gaulle in Francia. Questa è la prima volta dal cambiamento di regime sostenuto dagli USA in Europa orientale, circa due decenni fa, che Washington aveva avviato con operazioni simultanee in molti paesi di una regione. Si tratta di una strategia che nasce dalla disperazione e certo non è senza rischi significativi per il Pentagono e per l’agenda a lungo termine di Wall Street. Cosa ne risulterà per i popoli della regione e per il mondo, non è ancora chiaro.
Eppure, mentre il risultato finale della sfida delle proteste di piazza al Cairo e in tutto l’Egitto e il mondo islamico non è chiaro, le grandi linee di una strategia occulta degli Stati Uniti sono già chiare.
Nessuno può mettere in discussione le motivare genuine rimostranze di milioni di persone scese per le strade, a rischiare la vita. Nessuno può difendere le atrocità del regime di Mubarak e la tortura e la repressione del dissenso.  Nessuno può contestare l’aumento esplosivo dei prezzi alimentari, ad opera degli speculatori di materie prime di Chicago e Wall Street, e la conversione dei terreni agricoli americani per la folle coltivazione del mais per l’etanolo combustibile, che ha fatto schizzare i prezzi del grano. L’Egitto è il più grande importatore di grano al mondo, in gran parte dagli Stati Uniti. I futures del grano di Chicago sono aumentati di uno sbalorditivo 74% tra giugno e novembre 2010, portando ad un inflazione dei prezzi alimentari egiziani di circa il 30%, nonostante i sussidi governativi.
Ciò che è largamente ignorato da CNN, BBC e altri media occidentali, nella loro copertura degli eventi in Egitto, è il fatto che tutto qualsiasi siano i suoi eccessi interni, l’egiziano Mubarak costituisce un ostacolo rilevante all’interno della regione, alla maggiore agenda degli Stati Uniti.
Dire dei rapporti tra Obama e Mubarak sono stati congelati fin dall’inizio non è esagerato. Mubarak è stato fermamente contrario alle politiche di Obama sull’Iran e su come trattare il suo programma nucleare, sulle politiche di Obama verso gli Stati del Golfo Persico, la Siria e il Libano, nonché verso i palestinesi. [1] E’ stato una spina formidabile ai grandi ordini del giorno di Washington per l’intera regione, il progetto di Washington del Grande Medio Oriente, recentemente riproposta col meno inquietante titolo di “Nuovo Medio Oriente“.
Reale come i fattori che stanno spingendo milioni in piazza in tutto il Nord Africa e il Medio Oriente, ciò che non può essere ignorato è il fatto che Washington sta decidendo i tempi e come li vede, cercando di plasmare il risultato finale in un cambiamento di regime globale destabilizzazione tutto il mondo islamico. Il giorno delle straordinariamente ben coordinate manifestazioni popolari che chiedevano a Mubarak le dimissioni, i membri chiave del comando militare egiziano, incluso il capo di Stato Maggiore Gen. Sami Hafez Enan, erano tutti a Washington in qualità di ospiti del Pentagono. Neutralizzando opportunamente la forza decisiva dell’esercito nel fermare la protesta anti-Mubarak, crescente nei primi giorni critici [2].
La strategia era in vari dossier del Dipartimento di Stato e del Pentagono da almeno un decennio o più. Dopo che George W. Bush ha dichiarato la Guerra al Terrore, nel 2001, ciò è stato chiamato programma per il Grande Medio Oriente. Oggi è noto come il meno minaccioso titolo di progetto per il “Nuovo Medio Oriente”. Si tratta di una strategia per spezzare gli Stati della regione dal Marocco all’Afghanistan, la regione definita dall’amico di David Rockefeller, Samuel Huntington nel suo infame saggio Lo Scontro di Civiltà apparso su Foreign Affairs.
L’Egitto si solleva?
Lo scenario attuale per l’Egitto del Pentagono si legge come uno spettacolo hollywoodiano di Cecil B. DeMille, solo che questo ha un cast di milioni di giovani ben addestrati fanatici di Twitter, reti di operatori della Fratellanza musulmana, che operano con militari addestrati dagli USA. Nel ruolo di protagonista della nuova produzione, al momento, non è altro che un premio Nobel della Pace che convenientemente appare tirare tutti i fili dell’opposizione all’ancien régime, in quello che appare come una transizione senza problemi in un Egitto di nuovo sottoposto a un auto-proclamata rivoluzione liberal-democratica.
Alcuni retroscena sugli attori sul terreno sono utili, prima di guardare a ciò che sul piano strategico a lungo termine di Washington, potrebbe accadere al mondo islamico dal Nord Africa al Golfo Persico e, infine, alle popolazioni islamiche dell’Asia centrale, ai confini di Cina e Russia.
Le ‘rivoluzioni’ soft di Washington
Le proteste che hanno portato al brusco licenziamento dell’intero governo  egiziano da parte del Presidente Mubarak, sulla scia del panico per la fuga dalla Tunisia di Ben Ali, verso un esilio saudita, non sono affatto  “spontanee“, come la Casa Bianca di Obama, il Dipartimento di Stato della Clinton, o CNN, BBC e altri media importanti dell’Occidente pretendono siano. Sono stati organizzati nello stile high-tech elettronico ucraino, con grandi reti di giovani collegato tramite internet a Mohammed ElBaradei e ai torbidi e clandestini Fratelli Musulmani, i cui legami con servizi segreti e alla massoneria britannici e statunitensi, sono ampiamente indicati. [3] A questo punto il movimento anti-Mubarak sembra tutt’altro che una minaccia per l’influenza statunitense nella regione, anzi. Ha tutte le impronte di un altro cambio di regime appoggiato dagli USA, sul modello delle rivoluzioni a colori del 2003-2004 in Georgia e in Ucraina, e della fallita Rivoluzione verde contro l’Iran di Ahmadinejad, nel 2009.  La richiesta di uno sciopero generale egiziano e del giorno della rabbia del 25 gennaio, che ha scatenato le proteste di massa che esigono le dimissioni di Mubarak, sono state lanciate da una organizzazione basata su Facebook e che si fa chiamare Movimento 6 aprile. Le proteste erano così consistenti e ben organizzate che hanno costretto Mubarak a chiedere al suo governo di dimettersi e di nominare un nuovo vice-presidente, il generale Omar Suleiman, ex ministro dell’Intelligence.
Il 6 aprile è guidato da un tale Ahmed Maher Ibrahim, un ingegnere civile di 29 anni, che ha configurato il sito di Facebook per sostenere l’appello ai lavoratori per lo sciopero del 6 aprile 2008. Secondo il New York Times, dal 2009 circa 800.000 Egiziani, la maggior parte giovani, erano già allora membri di Facebook o Twitter. In un’intervista con la Carnegie Endowment di Washington, il capo del movimento 6 aprile Maher, ha dichiarato: “Essendo il primo movimento giovanile in Egitto ad avere l’uso delle modalità di comunicazione basate su Internet come Facebook e Twitter, ci proponiamo di promuovere la democrazia, incoraggiando il coinvolgimento del pubblico nel processo politico.”[4] Maher ha inoltre annunciato che il suo Movimento 6 aprile sostiene l’ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) delle Nazioni Unite, capo e dichiarato candidato presidenziale egiziano, ElBaradei assieme alla coalizione di ElBaradei, l’Associazione Nazionale per il Cambiamento (NAC). Il NAC include tra gli altri George Ishak, leader del Movimento Kefaya, e Mohamed Saad El-Katatni, presidente del controverso blocco parlamentare Ikhwan o Fratelli Musulmani [5].
Oggi Kefaya è al centro degli attuali avvenimenti egiziani. Non lontano, sullo sfondo vi sono i più discreti Fratelli Musulmani.
ElBaradei, a questo punto viene proiettato come figura centrale in un futuro cambiamento democratico parlamentare egiziano. Curiosamente, anche se egli non ha vissuto in Egitto negli ultimi 30 anni, ha avuto l’appoggio di ogni parte immaginabile dello spettro politico egiziano che va dai comunisti ai Fratelli Musulmani, da Kefaya ai giovani attivisti del 6 aprile.[6] A giudicare dal comportamento calmo che presenta ElBaradei in questi giorni verso gli intervistatori CNN, anche lui ha probabilmente il sostegno dei principali generali egiziani contrari al dominio di Mubarak per qualche motivo, così come di alcune persone molto influenti a Washington.
Kefaya è al centro delle mobilitazioni delle manifestazioni di protesta egiziane che supportano la candidatura di ElBaradei. Kefaya di traduce “basta!
Curiosamente, i progettisti della National Endowment for Democracy (NED) di Washington [7] e delle ONG connesse alla rivoluzione colorate, sono apparentemente prive di creatività riguardo degli accattivanti nuovi nomi per la loro Color Revolution egiziana. Nel novembre 2003 per al loro Rivoluzione delle Rose in Georgia, le ONG finanziate avevano scelto una parola attraente, Kmara!Al fine di identificare il movimento giovanile per il cambiamento di regime. Kmara!, anche in georgiano significa “basta!” Come KefayaKmara in Georgia è stata costruita da consiglieri del NED finanziati da Washington e di altri gruppi come la mal denominata Albert Einstein Institutiondi Gene Sharp, che utilizza ciò che Sharp aveva una volta identificato come “la non-violenza come metodo di guerra.” [8] Le diverse reti giovanili in Georgia come in Kefaya sono stati accuratamente addestrate come libera e decentrata rete di cellule, evitando deliberatamente una organizzazione centrale che poteva essere distrutto portando il movimento ad una battuta d’arresto. La formazione degli attivisti alle tecniche di resistenza non-violenta venne fatta in impianti sportivi, facendola apparire innocua. Gli attivisti erano stati assegnati a corsi di formazione in marketing politico, relazioni con i media, tecniche di mobilitazione e reclutamento.
Il nome formale di Kefaya è Movimento egiziano per il cambiamento. E’ stato fondata nel 2004 selezionando intellettuali egiziani presso Abu’ l-Ala Madi, leader del partito Al-Wasat, un partito creato dai Fratelli Musulmani [9]. Kefaya è stato creato come movimento di coalizione unito solo dall’appello per la fine del dominio di Mubarak. Kefaya come parte dell’amorfo Movimento 6 aprile, ha capitalizzato subito i nuovi media sociali e la tecnologia digitale come suoi principali mezzi di mobilitazione. In particolare, i blog politici, che postano senza censure videoclip e immagini fotografiche su youtube, sono molto abilmente e professionalmente utilizzati. In un raduna già effettuato nel dicembre 2009, Kefaya aveva annunciato il sostegno alla candidatura di Mohammed ElBaradei per le elezioni egiziane del 2011 [10].
RAND e Kefaya
Non di meno un centro di riflessione della dirigenza della difesa statunitense, quale la RAND Corporation, ha condotto uno studio dettagliato su Kefaya. Lo studio su Kefaya come la RAND nota, è stato “promosso da Ufficio del Segretario della Difesa, Stati Maggiori riuniti,  Comandi Operativi Unificati, Dipartimento della Marina Militare, Corpo dei Marines, organismi della difesa, e la la comunità d’intelligence della difesa“. [11] Un gruppetto di simpatici signori e donne più democraticamente orientati difficilmente potrebbe essere trovato.
Nella loro relazione del 2008 al Pentagono, i ricercatori della RAND ha rilevato quanto segue in relazione a Kefaya dell’Egitto: “Gli Stati Uniti hanno professato un interesse a una maggiore democratizzazione nel mondo arabo, in particolare dopo gli attentati del settembre 2001 da parte di terroristi provenienti da Arabia Saudita,  Emirati Arabi Uniti, Egitto e Libano. Questo interesse fa parte di uno sforzo per ridurre dei destabilizzanti violenza politica e terrorismo. In qualità di presidente, George W. Bush ha sottolineato in un discorso del 2003 al National Endowment for Democracy, “Finché il Medio Oriente rimane un luogo dove la libertà non fiorisce, rimarrà un luogo di stagnazione, risentimento e violenza pronta all’esportazione” (The White House, 2003). Gli Stati Uniti hanno utilizzato mezzi diversi per perseguire la democratizzazione, compreso un intervento militare che, anche se è stato lanciato per altri motivi, ha avuto l’installazione di un governo democratico come uno dei suoi obiettivi finali. Tuttavia, i movimenti di riforma indigeni sono nella posizione migliore per far avanzare la democratizzazione del proprio paese.”[12]
I ricercatori della RAND hanno speso anni per perfezionare le tecniche di cambio di regime non convenzionale sotto il nome di “brulichio“, un metodo di diffondere masse folli di gioventù collegata per via digitale e attuare forme di  protesta mordi-e-fuggi, muovendosi come sciami di api [13]. Washington e la scuderia di ONG dei “diritti umani“, della “democrazia” e “non violenza” che sovrintende, negli ultimi dieci anni o più, ha sempre più fatto affidamento su sofisticati movimenti di protesta indigena locale spontanei e che si “autoalimentano“, per creare un cambiamento di regime filo-Washington e far progredire l’agenda globale della Full Spectrum Dominance del Pentagono. Così lo studio della RAND afferma, nelle sue raccomandazioni conclusive del Pentagono, che Kefaya: “Il governo degli Stati Uniti già sostiene gli sforzi di riforma attraverso organizzazioni come l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale e il United Nations Development Programme. Data la corrente opposizione popolare contraria agli Stati Uniti nella regione, il sostegno degli Stati Uniti alle iniziative di riforma è meglio effettuato attraverso organizzazioni non governative e istituzioni senza scopo di lucro.”[14]
Lo studio del 2008 della RAND era ancora più concreto sul futuro sostegno degli Stati Uniti al governo egiziano e gli altri movimenti di “riforma“: “Il governo degli Stati Uniti dovrebbe incoraggiare le organizzazioni non governative offrendo una formazione ai riformatori, tra cui una guida per la costruzione della coalizione e come trattare le differenze interne nel perseguimento delle riforme democratiche. Istituzioni accademiche (o anche organizzazioni non governative associate a partiti politici statunitensi, come l’International Republican Institute o il National Democratic Institute for International Affairs) potrebbero effettuare tale formazione, equipaggiando i leader delle riforme, nel conciliare le loro divergenze in modo pacifico e democratico.
“In quarto luogo, gli Stati Uniti dovrebbero aiutare i riformatori ad ottenere e utilizzare le tecnologie dell’informazione, magari offrendo incentivi alle società statunitensi per investire nelle infrastrutture delle comunicazioni e nelle tecnologie dell’informazione regionali. aziende tecnologiche dell’informazione USA potrebbero anche contribuire a garantire che i siti dei riformatori possano rimanere in funzionamento, e potrebbero investire in tecnologie come l’anonymizer, che potrebbero offrire qualche riparo dal controllo del governo. Questo potrebbe essere raggiunto anche con l’impiego di tecnologie di sicurezza per impedire ai regimi di sabotare i siti web dei riformatori
.”[15]
Come la loro monografia su Kefaya afferma, è stata preparata nel 2008 dalla “RAND National Security Research -  Divisione per di iniziativa strategica alternativa”, patrocinata dal Rapid Reaction Technology Office presso l’Ufficio del Sottosegretario alla Difesa per l’acquisizione, la tecnologia e la logistica.
La iniziativa strategica alternativa, proprio per sottolineare il punto, comprende “la ricerca su un uso creativo dei media, della radicalizzazione dei giovani, dell’impegno civile per arginare la violenza settaria, la fornitura di servizi sociali per mobilitare settori danneggiati delle popolazioni indigene e, tema di questo volume, i movimenti alternativi.”[16]
Nel maggio del 2009 poco prima del viaggio al Cairo di Obama per incontrare Mubarak, la segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton ha ospitato una serie di giovani attivisti egiziani a Washington, sotto gli auspici della Freedom House, un’altra ONG dei “diritti umani” con sede a Washington e una lunga storia di coinvolgimento in cambi di regime sponsorizzati dagli USA, dalla Serbia alla Georgia all’Ucraina e ad altre rivoluzioni colorate. Clinton e l’assistente al Segretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente, Jeffrey Feltman, hanno incontrato sedici attivisti al termine di una ‘visita’ di due mesi organizzata dal programma New Generation della Freedom House [17].Freedom House e la ONG dei cambi di regime, finanziata dal governo di Washington, National Endowment for Democracy (NED), sono al centro delle rivolte che ora attraversano il mondo islamico. Esse si adattano al contesto geografico di ciò che George W. Bush ha proclamato, dopo il 2001, come il suo Progetto di Grande Medio Oriente per portare la “democrazia” e una riforma economica “liberale e per il libero mercato” nei paesi islamici, dall’Afghanistan al Marocco. Quando Washington parla di introdurre la “riforma liberale del libero mercato” la gente dovrebbe guardare fuori. E’ poco più di un codice per portare quelle economie sotto il giogo del sistema del dollaro, e di tutto ciò che esso comporta.
La NED di Washington fa parte di un’agenda più grande
Se facciamo un elenco dei paesi della regione che sono sottoposti a movimenti di protesta di massa dagli eventi tunisino ed egiziano, e li riportiamo su una mappa, troviamo una quasi perfetta convergenza tra i paesi oggi coinvolti nelle proteste e la mappa originale del progetto di Washington per un Grande Medio Oriente che fu per prima presentato durante la presidenza di George W. Bush, dopo il 2001. La NED di Washington era tranquillamente impegnata nella preparazione di un ondata di destabilizzazioni dei regimi in tutto il Nord Africa e Medio Oriente, dopo l’invasione militare degli Stati Uniti, nel 2001-2003, di Afghanistan e Iraq. L’elenco dei luoghi dove la NED è attiva, è rivelatore. Il suo sito web elenca Tunisia, Egitto, Giordania, Kuwait, Libia, Siria, Yemen e Sudan e, curiosamente, Israele. Casualmente questi paesi sono quasi tutti soggetti oggi a “spontanee” insurrezioni popolari per un cambio di regime.
L‘International Republican Institute e il National Democratic Institute for International Affairscitati dal documento della RAND su Kefaya sono organizzazioni affiliate alla National Endowment for Democracy, di Washington e finanziata dal Congresso USA. La NED è l’agenzia di coordinamento di Washington per la destabilizzazione e il cambiamento dei regimi. E’ attiva dal Tibet all’Ucraina, dal Venezuela alla Tunisia, dal Marocco al Kuwait nel ridisegnare il mondo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, in quello che George HW Bush, in un discorso del 1991 al Congresso, proclamò trionfalmente essere l’alba di un Nuovo Ordine Mondiale. [18] Mentre l’architetto e primo capo del NED, Allen Weinstein ha detto al Washington Post nel 1991 che, “molto di quello che facciamo oggi è stato fatto di nascosto 25 anni fa dalla CIA“. [19] Il Consiglio di Amministrazione della NED comprende o ha incluso, l’ex Segretario alla Difesa e vice capo della CIA, Frank Carlucci del Carlyle Group, il generale in pensione della NATO Wesley Clark; il neo-conservatore Warhawk Zalmay Khalilzad, che fu architetto dell’invasione afghana di George W. Bush e più tardi ambasciatore in Afghanistan, nonché nell’occupato Iraq. Un altro membro del consiglio della NED, Vin Weber, ha co-presieduto una task force indipendente importante sulla politica degli Stati Uniti verso le riforme nel mondo arabo, con l’ex Segretaria di Stato statunitense Madeleine Albright, e fu uno dei membri fondatori dell’ultra-aggressivo think-tank Progetto per un Nuovo Secolo Americano con Dick Cheney e Don Rumsfeld, che auspicava un forzato cambio di regime in Iraq, già nel 1998 [20].
La NED si suppone sia una fondazione privata, non governativa, senza scopo di lucro, ma riceve uno stanziamento annuale per i suoi lavori internazionali dal Congresso degli Stati Uniti. Il National Endowment for Democracy dipende dal contribuente statunitense per il finanziamento, ma perché la NED non è un ente governativo, non è soggetta alla normale supervisione del Congresso. Il denaro della NED è incanalato ai paesi di destinazione attraverso quattro “basi centrali“, ilNational Democratic Institute for International Affairs, legato al Partito Democratico, l’International Republican Institute legato al Partito Repubblicano, l’American Center for International Labor Solidarity legata alla federazione del lavoro statunitense AFL-CIO e al Dipartimento di Stato statunitense, e il Center for International Private Enterprise legato alla liberista libero Camera di Commercio statunitense.
La defunta analista politica Barbara Conry aveva osservato che, “La NED ha approfittato del suo presunto status privato per influenzare le elezioni all’estero, attività che è oltre la portata dell’AID o della USIA, e sarebbe altrimenti possibile solo attraverso una operazione segreta della CIA. Tali attività, si può anche notare, sarebbero illegali per dei gruppi esteri che operassero negli Stati Uniti.”[21] Significativamente la NED dettaglia i suoi vari attuali progetti nei paesi islamici, tra cui oltre all’Egitto, Tunisia, Yemen, Giordania, Algeria, Marocco, Kuwait, Libano, Libia, Siria, Iran e Afghanistan. In breve, la maggior parte dei paesi che attualmente sentono gli effetti del terremoto delle proteste per una riforma radicale in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, è un obiettivo della NED [22].
Nel 2005 il presidente statunitense George W. Bush ha pronunciato un discorso alla NED. In un lungo discorso incoerente che equiparava il “radicalismo islamico“, con il malvagio comunismo, quale nuovo nemico, e usando un termine più volutamente morbido di “più vasto Medio Oriente” invece di Grande Medio Oriente, che aveva suscitato molto disturbo nel mondo islamico, Bush aveva dichiarato, “Il quinto elemento della nostra strategia nella guerra al terrore è quello di negare future reclute ai militanti, sostituendo l’odio e il risentimento con la democrazia e la speranza attraverso un più vasto Medio Oriente. Si tratta di un lungo e difficile progetto, ma non c’è nessuna alternativa ad esso. Il nostro futuro e il futuro di quella regione sono collegate. Se il più vasto Medio Oriente viene lasciato crescere nell’amarezza, se i paesi rimangono in miseria, mentre i radicali suscitano il risentimento di milioni, allora quella parte del mondo sarà una fonte infinita di conflitto e pericoli montanti, per la nostra generazione e per quella successiva. Se i popoli di quella regione potranno scegliere il proprio destino, e far avanzare la loro energia, con la partecipazione di uomini e donne liberi, gli estremisti saranno marginalizzati, e il flusso del radicalismo violento verso il resto del mondo sarà rallentato, e alla fine finito… Stiamo incoraggiando i nostri amici in Medio Oriente, compreso l’Egitto e l’Arabia Saudita, a prendere la strada delle riforme, per rafforzare la propria società nella lotta contro il terrorismo, rispettando i diritti e le scelte del proprio popolo. Appoggiamo i dissidenti e gli esiliati contro i regimi oppressivi, perché sappiamo che i dissidenti di oggi saranno i leader democratici di domani… “[23]
Il Progetto degli Stati Uniti per un ‘Grande Medio Oriente
La diffusione di operazioni di cambio di regime di Washington dalla Tunisia al Sudan, dallo Yemen all’Egitto e la Siria, sono assai ben visti, nel contesto della lunga strategia del Pentagono e del Dipartimento di Stato verso l’intero mondo islamico da Kabul in Afghanistan, a Rabat in Marocco. I rozzi lineamenti della strategia di Washington, in parte basata sulle sue riuscite operazioni di cambio regime nell’ex Patto di Varsavia, il blocco comunista dell’Europa orientale, sono state elaborate dall’ex consulente del Pentagono e neo-conservatore Richard Perle, e poi dall’assistente di Bush Douglas Feith, in un Libro bianco elaborato per l’allora nuovo regime del Likud israeliano di Benjamin Netanyahu, nel 1996. Tale raccomandazione politica è stata intitolata Un taglio netto: Una nuova strategia per assicurare il Reame. Fu la prima che uno scritto del think-tank Washington chiedeva apertamente la rimozione di Saddam Hussein in Iraq, un atteggiamento militare aggressivo nei confronti dei palestinesi, di colpire la Siria e gli obiettivi siriani in Libano. [24] Secondo quanto riferito, il governo Netanyahu in quel momento seppellì la relazione di Perle Feith, in quanto troppo rischioso.
Con gli eventi dell’11 settembre 2001 e il ritorno a Washington degli ultrafalchi neoconservatori del gruppo di Perle, l’amministrazione Bush diede priorità assoluta alla versione allargata del piano di Feith-Perle, chiamandolo Progetto per un Grande Medio Oriente. Feith fu nominato da Bush Sottosegretario della Difesa. Dietro la facciata delle annunciate riforme democratiche dei regimi autocratici in tutta la regione, il Grande Medio Oriente era ed è un progetto per estendere il controllo militare degli Stati Uniti e spezzare le economie stataliste in tutto l’arco degli stati dal Marocco fino ai confini della Cina e della Russia.
Nel maggio 2003, prima che le macerie del bombardamento statunitense di Baghdad fossero tolte, George W. Bush, un presidente che non sarà ricordato come un grande amico della democrazia, proclamò la politica di “diffondere la democrazia” in tutta la regione ed aveva esplicitamente sottolineato cosa ciò significava: “La creazione del Medio Oriente come area di libero scambio con gli Stati Uniti entro un decennio.” [25]
Prima del Summit dei G8  del giugno 2004 a Sea Island, Georgia, Washington aveva pubblicato un documento di lavoro, “G8-Greater Middle East Partnership“. Sotto la sezione intitolata opportunità economiche vi era un drammatico appello di Washington per “una trasformazione economica simile, in grandezza, a quella intrapresa dai paesi ex comunisti dell’Europa centrale e orientale”. Il documento statunitense aveva detto che la chiave di ciò era il rafforzamento del settore privato come strada per la prosperità e la democrazia. E sosteneva, in modo fuorviante, che ciò sarebbe stato fatto attraverso il miracolo della microfinanza, come il documento chiariva, “solo 100 milioni di dollari all’anno per cinque anni saranno creerebbero 1.2 milioni di imprenditori (750.000 dei quali donne), uscendo dalla povertà, attraverso prestiti di 400 dollari a ciascuno.”[26] (Et Voilà, ecco il perché del nobel a Muahmmad Yunus, ideatore della microfinanza per i poveracci… NdT)
Il piano statunitense prevedeva l’acquisizione di banche regionali e finanziarie da parte delle nuove istituzioni apparentemente internazionale ma, come la Banca Mondiale e il FMI, di fatto controllate da Washington, tra cui il WTO. L’obiettivo del progetto a lungo termine di Washington, è quello di controllare completamente il petrolio,  controllare completamente i flussi di entrate dal petrolio, controllare completamente le intere economie della regione, dal Marocco fino ai confini della Cina, e tutto ciò che sta in mezzo.  E’ un progetto ardito quanto è disperata. Una volta che il documento del G8 degli Stati Uniti era trapelato nel 2004, su Al-Hayat, l’opposizione ad essa si diffuse in tutta la regione, con una grande protesta per la definizione statunitense del Grande Medio Oriente. Un articolo del francese Le Monde Diplomatique di aprile 2004, aveva osservato che “oltre ai paesi arabi, si estende a Afghanistan, Iran, Pakistan, Turchia e Israele, il cui unico comune denominatore è che si trovano nella zona in cui l’ostilità verso gli Stati Uniti è più forte, in cui il fondamentalismo islamico nella sua forma anti-occidentale è più diffuso.”[27] Va notato che la NED è attiva anche all’interno di Israele, con un certo numero di programmi. In particolare, nel 2004 vi è stata la  veemente opposizione da due leader del Medio Oriente, l’egiziano Hosni Mubarak e il re dell’Arabia Saudita, che hanno costretto i fanatici ideologi dell’amministrazione Bush a mettere temporaneamente il progetto per il Grande Medio Oriente nel dimenticatoio.
Funzionerà?
In questo scritto non è chiaro quale sia il risultato cui porterà finale delle ultime teleguidate destabilizzazioni USA in tutto il mondo islamico. Non è chiaro quale sarà il risultato per Washington e i sostenitori di un Nuovo Ordine Mondiale dominato dagli USA. La loro agenda è chiaramente sia la creazione del Grande Medio Oriente sotto la presa salda degli Stati Uniti, come un maggior controllo dei futuri flussi di capitali e flussi di energia verso Cina, Russia e Unione Europea, che potrebbero portare, uno di questi giorni, all’idea di allontanarsi da questo ordine statunitense. Essa ha enormi implicazioni potenziali per il futuro di Israele. Come un commentatore statunitense ha ammesso, “Il calcolo israeliano di oggi è che se ‘Mubarak se ne va’ (che di solito viene indicato con ‘Se gli USA permettono che Mubarak vada via’), l’Egitto andrà via. Se va via la Tunisia (stessa storia), anche il Marocco e l’Algeria andranno. La Turchia è già andata (per la quale gli israeliani devono solo incolpare se stessi). La Siria è andata (in parte perché Israele ha voluto escluderla dall’accesso all’acqua del  mare di Galilea). Gaza è andata ad Hamas e l’Autorità palestinese potrebbe presto pure andarsene (con Hamas?). Lasciando Israele tra le rovine della politica del dominio militare della regione.” [28]
La strategia di Washington di “distruzione creativa“, sta chiaramente causando notti insonni non solo nel mondo islamico, ma anche a Tel Aviv, e infine da ora anche a Pechino e a Mosca e in tutta l’Asia centrale
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F. William Engdahl è autore di Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order. Il suo libro A Century of War: Anglo-American Oil Politics and the New World Order è stato appena ristampato in una nuova edizione. 
Può essere contattato tramite il suo sito web, Engdahl.oilgeopolitics.net.
Note 
[1] DEBKA, Mubarak believes a US-backed Egyptian military faction plotted his ouster, 4 Febbruaio 2011. DEBKA è aperto circa i sua buoni legami con l’intelligence e le agenzie di sicurezza di Israele. Mentre i suoi scritti devono essere letti con questo in mente, alcuni rapporti che pubblica spesso inducono a interessanti ulteriori indagini.
[2] Ibid.
[3] The Center for Grassroots Oversight, 1954-1970: CIA and the Muslim Brotherhood ally to oppose Egyptian President Nasser. Secondo il defunto Miles Copeland, un funzionario della CIA di stanza in Egitto durante il periodo di Nasser, la CIA si alleò con i Fratelli Musulmani che si opponevano al regime laico di Nasser, così come all’opposizione  dell’ideologia nazionalista alla fratellanza pan-islamica.
[4] Jijo Jacob, What is Egypt’s April 6 Movement?, 1 Febbraio 2011
[5] Ibidem.
[6] Janine Zacharia, Opposition groups rally around Mohamed ElBaradei, Washington Post, 31 gennaio 2011.
[7] National Endowment for Democracy, Middle East and North Africa Program Highlights 2009
[8] Amitabh Pal, Gene Sharp: The Progressive Interview, The Progressive, 1 marzo 2007.
[9] Emmanuel Sivan, Why Radical Muslims Aren’t Taking over Governments, Middle East Quarterly, December 1997, pp. 3-9
[10] Carnegie Endowment, The Egyptian Movement for Change (Kifaya)
[11] Nadia Oweidat, et al, The Kefaya Movement: A Case Study of a Grassroots Reform Initiative, Prepared for the Office of the Secretary of Defense, Santa Monica, Ca., RAND_778.pdf, 2008, p. iv.
[12] Ibidem.
[13] Per altre discussioni dettagliate sulle tecniche del “brulichio” della RAND:  F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totalitarian Democracy in the New World Order, edition.engdahl, 2009, pp. 34-41.
[14] Nadia Oweidat et al, op. cit., p. 48.
[15] Ibid., p. 50.
[16] Ibid., p. iii.
[17] Michel Chossudovsky, The Protest Movement in Egypt: “Dictators” do not Dictate, They Obey Orders,  29 gennaio 2011
[18] George Herbert Walker Bush, State of the Union Address to Congress, 29 gennaio 1991. Nel discorso, Bush a un certo punto ha dichiarato con aria trionfante di celebrazione del collasso dell’Unione Sovietica, “Ciò che è in gioco è più di un paese piccolo, è una grande idea, un nuovo ordine mondiale …”
[19] Allen Weinstein, in David Ignatius, Openness is the Secret to Democracy, Washington Post National Weekly Edition, 30 Settembrw 1991, pp. 24-25.
[20] National Endowment for Democracy, Board of Directors 
[21] Barbara Conry, Loose Cannon: The National Endowment for Democracy, Cato Foreign Policy Briefing No. 27, 8 Novembre 1993
[22] National Endowment for Democracy, 2009 Annual Report, Middle East and North Africa
[23] George W. Bush, Speech at the National Endowment for Democracy, Washington, DC, 6 ottobre 2005
[24] Richard Perle, Douglas Feith et al, A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, 1996, Washington and Tel Aviv, The Institute for Advanced Strategic and Political Studies
[25] George W. Bush, Remarks by the President in Commencement Address at the University of South Carolina, White House, 9 Maggio 2003.
[26] Gilbert Achcar, Fantasy of a Region that Doesn’t Exist: Greater Middle East, the US plan, Le Monde Diplomatique, 4 Aprile 2004
[27] Ibid.
[28] William Pfaff, American-Israel Policy Tested by Arab Uprisings

La Divisione dell’Egitto: minacce da Stati Uniti, Israele ed intervento militare della NATO?

08/02/2011
By admin
Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 7 febbraio 2011
Le proteste in Tunisia hanno avuto un effetto domino nel mondo arabo. L’Egitto, il più grande paese arabo, è oggi elettrizzato da tumulti popolari per rimuovere il regime di Mubarak al Cairo. Ci si deve chiedere quali effetti potrebbe avere questo evento? Stati Uniti, Israele e la NATO semplicemente staranno a guardare il popolo egiziano stabilire un governo libero?
La parabola dei dittatori arabi è come la tela del ragno. Anche se il ragno si sente al sicuro nella sua tela, in realtà la tela è una delle case più fragili. Tutti i dittatori e i tiranni arabi, dal Marocco all’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, sono ora impauriti. L’Egitto è sull’orlo di ciò che potrebbe divenire uno degli eventi geo-politici più importanti di questo secolo. Faraoni, antichi o moderni, tutti hanno i loro ultimi giorni. Mubarak ha i giorni contati, ma i poteri dietro di lui non sono stati ancora sconfitti. L’Egitto è una parte importante dell’impero globale degli USA. Il governo statunitense, Tel Aviv, l’UE e la NATO hanno tutti interessi rilevanti nel preservare in Egitto un regime fantoccio.
Gli Stati Uniti e Israele desiderano utilizzare i militari egiziani come una polizia del popolo egiziano
Quando le proteste sono iniziate in Egitto, i capi delle forze armate egiziane sono tutti andato negli Stati Uniti e hanno consultato i funzionari degli Stati Uniti per avere ordini. Gli egiziani sono ben consapevoli che il regime del Cairo è una pedina al servizio degli Stati Uniti e d’Israele. Questo è il motivo per cui gli slogan egiziani non solo sono diretti contro il regime di Mubarak, ma mirano anche contro gli Stati Uniti e Israele, a somiglianza di alcuni degli slogan della rivoluzione iraniana. Gli Stati Uniti sono coinvolti in ogni aspetto delle attività del governo egiziano. Cairo non ha fatto una sola mossa senza consultare sia la Casa Bianca che Tel Aviv. Israele ha anche autorizzato l’esercito egiziano a trasferirsi in aree urbane nella penisola del Sinai.
La realtà della situazione è che il governo degli Stati Uniti lavora contro la libertà nel mondo arabo e altrove. Quando il presidente Obama dice che ci dovrebbe essere un periodo di “transizione” in Egitto, significa che Mubarak e il regime egiziano dovrebbero rimanere integri. Gli Stati Uniti non vogliono che un governo del popolo al Cairo.
Martin Indyk, un ex funzionario dell’amministrazione Clinton al Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, con un’area di responsabilità sul Medio Oriente e il conflitto israelo-palestinese, è una persona strettamente legata all’amministrazione Obama, ha detto al New York Times che gli Stati Uniti devono lavorare per portare l’esercito egiziano a controllare l’Egitto, fino a quando una “moderata e legittima leadership politica [potrà] emergere.” [1] Non solo Indyk invoca un colpo di Stato militare in Egitto, ma ha anche usato il doppio linguaggio del Dipartimento di Stato USA. Che cosa intendano i funzionari statunitensi per “moderato” sono le dittature e i regimi come nell’Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, Giordania, Marocco e nella Tunisia di Ben Ali. Per quanto riguarda la legittimità, agli occhi dei funzionari degli Stati Uniti, significa che gli individui devono servire gli interessi degli Stati Uniti.
Tel Aviv è molto meno timida rispetto agli Stati Uniti sulla situazione in Egitto. Per paura di perdere Cairo, Tel Aviv ha incoraggiato il regime di Mubarak a scatenare tutta la forza dei militari egiziani contro i manifestanti civili. Ha anche difeso Mubarak a livello internazionale. A questo proposito, il ruolo primario dei militari egiziani è sempre stato quello di polizia del popolo egiziano e  mantenere il regime di Mubarak al potere. L’aiuto militare degli Stati Uniti all’Egitto è destinato esclusivamente a tale scopo.
Egitto Rivoluzionario: un secondo Iran in Medio Oriente?
Se il popolo egiziano riesce a imporre un vero e nuovo governo sovrano, sarà come un secondo Iran in Medio Oriente. Questo causerebbe una grande svolta geo-politica regionale e globale. Causerebbe anche un profondo turbamento e danneggiamento degli interessi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, Francia, UE e NATO, in quanto equivarrebbe a una perdita colossale, come quella dell’Iran nel 1979.
Se un nuovo governo rivoluzionario dovesse emergere al Cairo, la fasulla pace israelo-palestinese sarebbe finita, la fame dei palestinesi della Striscia di Gaza finirebbe, la pietra angolare della sicurezza militare israeliano sarebbe finita e la Awliyaa (Alleanza) iraniano-siriana potrebbe acquisire un nuovo importante componente.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso i timori di Tel Aviv su un Egitto che si allea con l’Iran e come nuova porta d’accesso all’influenza iraniana si aprirebbe, con un discorso che diceva: “Teheran è in attesa del giorno in cui scenderà il buio [sull'Egitto].” [2] Netanyahu è corretto su una cosa, il ministero degli esteri iraniano ha osservato gli eventi in Egitto con molto entusiasmo, e gli iraniani sono in attesa della costituzione di un nuovo governo rivoluzionario che potrebbe aderire  al Blocco dell’Iran e della Resistenza. Teheran è  felicissima e l’Iran è in fermento, con interventi di propri funzionari su ciò che ritengono essere un “risveglio islamico“.
Mentre i membri arabi del Blocco della Resistenza hanno reso dichiarazioni di basso profilo sulle proteste in Egitto, l’Iran, che non è arabo, ha dichiarato il suo sostegno ai manifestanti del mondo arabo. La Siria ha fatto osservazioni di basso profilo, a causa della sua paura di una rivolta interna.Hezbollah e Hamas hanno avuto posizioni relativamente di basso profilo, nelle loro prese di posizione sulle proteste nel mondo arabo, perché vogliono evitare di essere bersagliati dai regimi arabi attraverso accuse di ingerenza.
In ogni occasione i cosiddetti “moderati” regimi arabi cercano di demonizzare questi protagonisti arabi. D’altra parte il governo turco, che mantiene stretti legami con i regimi arabi, è rimasto anch’esso praticamente in silenzio sulle proteste nel mondo arabo.
Israele si prepara alla realtà possibile di un governo ostile che potrebbe insediarsi al Cairo, che è ciò che accadrà se il popolo egiziano avrà successo. Tel Aviv ha un segreto piano di sicurezza ed emergenza militare per l’Egitto.  Nelle parole di Netanyahu alla Knesset israeliana: “Un accordo di pace non garantisce l’esistenza di pace [fra Israele ed Egitto], in modo da proteggere noi stessi e, nei casi in cui l’accordo scompaia o venga violato a causa del cambiamento del regime dall’altro lato, questa vengo protetta con misure di sicurezza sul terreno”. [3]
Minacce da Stati Uniti, Israele e intervento militare della Nato in Egitto: Rievocazione dell’invasione dell’Egitto del 1956?
Vi è inoltre la possibilità di nuova guerra con Israele e anche dell’intervento militare della NATO e degli USA in Egitto. La minaccia di intervento militare in Egitto deve essere considerata. Nel 1956, gli inglesi, i francesi e gli israeliani attaccarono insieme l’Egitto quando il presidente Gamal Abdel Nasser nazionalizzò il Canale di Suez. Ricordando il 1956, gli Stati Uniti e la NATO potrebbero fare lo stesso. Il generale James Mattis, comandante del Comando Centrale USA, ha detto che gli Stati Uniti si occuperanno dell’Egitto “diplomaticamente, economicamente [e] militarmente“, per aver l’accesso al Canale di Suez se fosse chiuso dall’Egitto agli Stati Uniti e i loro alleati. [4]
Nel 2008, Norman Podhoretz ha proposto un impensabile scenario da  incubo. In questo scenario da incubo gli israeliani avrebbero occupato militarmente le raffinerie e i porti navali del Golfo Persico, per assicurarsi la “sicurezza energetica“, e  avrebbero anche lanciare una cosiddetto attacco preventivo nucleare contro l’Iran, la Siria e l’Egitto. [5]
Nel 2008, le principali questioni emerse erano state: la “sicurezza energetica” per  cui attaccare l’Egitto, e se il governo di Mubarak sarebbe stato un fedele alleato d’Israele?
Gli israeliani attaccherebbero l’Egitto, se un governo rivoluzionario emergerebbe al Cairo? Questo è ciò che essenzialmente è accaduto pochi anni dopo che Gamal Abdel Nasser prese il potere da Mohammed Naguib, in Egitto. Inoltre, un attacco militare contro l’Egitto è legato al piano segreto di emergenza sicurezza militare di Israele, come Netanyahu ha assicurato alla Knesset israeliana.
Un tale scenario da incubo, che comprende l’uso di armi nucleari, è una possibilità distinta? Podhoretz ha stretti legami con funzionari israeliani e statunitensi. Va inoltre ricordato che Podhoretz ha ricevuto la Presidential Medal of Freedom per la sua influenza intellettuale negli Stati Uniti ed è uno degli originali 1997 firmatari del Progetto per il Nuovo Secolo Americano(PNAC), insieme a Elliot Abrams, Richard Cheney, John (Jeb) Bush, Donald Rumsfeld, Steen Forbes Jr. e Paul Wolfowitz. Il PNAC ha sostanzialmente delineato i piani per trasformare gli USA in un impero globale attraverso la militarizzazione mondiale   e il militarismo interno.
Caos gestito” e minacce di balcanizzazione dell’Egitto: Il Piano Yinon al lavoro?
L’Egitto non può essere gestito dal regime di Mubarak, dagli Stati Uniti, da Israele, e dai loro alleati. Pertanto, gli Stati Uniti, Israele, e i loro alleati stanno lavorando per dividere e destabilizzare l’Egitto, essendo lo stato arabo più potente, in modo che nessuna sfida strategica possa emergere dal Cairo. Gli attacchi contro i manifestanti pacifici nel centro del Cairo, a Tahrir Square, da parte di teppisti armati dei club di equitazione di Mubara, con cammelli e cavalli, è stato un’azione preparata e gestita per costruire un sostegno pubblico, al di fuori del mondo arabo, per avere un  dittatore al Cairo. Sintetizza ogni stereotipo e atteggiamento orientalista scorretto verso gli arabi ed i popoli del Medio Oriente. Non sarebbe una sorpresa se Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna avessero svolto ruoli di consulenza o agito direttamente sull’evento.
In un più ampio allontanamento dalla realtà, i media di Stato controllati dal regime di Mubarak riportano il sostegno popolare a Mubarak di milioni di egiziani e diffondono ampiamente il consenso al suo discorso e al suo piano per un “governo transitorio“. In uno spettacolo di disperazione, gli stessi media controllati dallo stato stanno anche cercando di incolpare l’Iran e i suoi alleati arabi delle proteste egiziane. I media egiziani controllato dallo stato hanno riferito che commando e forze speciali iraniani, insieme agli Hezbollah libanesi e ad Hamas palestinese, avrebbero avviato in missioni di sabotaggio e di destabilizzazione contro l’Egitto.
Questi tipi di accuse da parte del regime del Cairo non sono nuovi. Anche Yemen, Bahrain, Giordania e Mahmoud Abbas hanno fatto tutti lo stesso. Il regime di Mubarak ha accusato l’Iran, l’Hezbollah, il Movimento Patriottico Libero, la Siria e Hamas d’ingerenza e incitamento alla rivolta, più volte in passato.  Quando il Movimento patriottico libero ha criticato il regime di Mubarak per il trattamento dei cristiani egiziani, il regime di Mubarak ha accusato Michel Aoun di sedizione confessionale. D’altra parte, Hezbollah è stato accusato di aver tentato di creare il caos in Egitto, quando Hassan Nasrallah ha chiesto al popolo egiziano di mostrare solidarietà ai palestinesi e domandato che il loro governo permettesse agli aiuti umanitari di essere inviati al popolo della Striscia di Gaza.
Il Caos Gestito all’opera
Anche se i teppisti di Mubarak stanno anche creando il caos in Egitto, per cercare di mantenere il suo regime al potere, la dottrina del “caos gestito” è utilizzata da attori esterni, come ricorda il piano israeliano Yinon. Spingere gli egiziani a combattersi l’uno contro l’altro e trasformare l’Egitto in uno stato diviso e insicuro, proprio come hanno fatto gli anglo-statunitensi in Iraq, sembra essere l’obiettivo di Stati Uniti, Israele e dei loro alleati. Le tensioni montanti tra musulmani egiziani e cristiani egiziani, che comprendono gli attacchi alle chiese copte, sono legate a questo progetto. In questo contesto, il tredicesimo giorno di proteste in Egitto, la Chiesa Mar Girgis, nella città egiziana di Rafah, vicino a Gaza e Israele, è stata attaccata da uomini armati in motocicletta. [6]
La Casa Bianca e Tel Aviv non vogliono un secondo Iran in Medio Oriente. Faranno tutto il possibile per impedire l’emergere di una forte e indipendente Egitto.
Un Egitto libero potrebbe rivelarsi una minaccia molto più grande del non-arabo Iran, all’interno del mondo arabo, per gli obiettivi di Stati Uniti, Israele e della NATO.
Il ritorno dell’aquila egiziana come campione dell’indipendenza araba?
L’Egitto era una volta una grande sfida strategica per Stati Uniti, Israele, Francia, Gran Bretagna, nel mondo arabo e nell’Africa. L’Egitto nasseriano ha aiutato la resistenza algerina contro l’occupazione francese dell’Algeria, ha apertamente sostenuto i palestinesi contro l’occupazione israeliana delle loro case, ha sostenuto la Resistenza yemenita contro l’occupazione britannica in Yemen del Sud, ha contestato la legittimità degli hashemiti, installati da inglesi e statunitensi, e sostenuti dai Saud, e ha offerto sostegno ai movimenti di liberazione nazionale e anti-imperialisti. Cairo sotto un governo rivoluzionario, profondamente legato all’Islam o no, potrebbe dare al mondo arabo un nuovo leader che farebbe rivivere il pan-arabismo, rendendo Tel Aviv ulteriormente nervosa nel cercare di lanciare guerre, e raccoglierebbe gli arabi e gli altri popoli in tutto il mondo, in una rivolta contro la confederazione mondiale creata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.
L’Egitto non è libero dalla schiavitù, per ora. Il popolo egiziano deve anche affrontare il ruolo del capitalismo globale nel sostegno al regime di Mubarak. Allo stesso tempo, deve restare uniti. Se avrà successo, avrà un impatto enorme sulla storia del secolo corrente.
Mahdi Darius Nazemroaya è un ricercatore associato Centre for Research on Association (CRG).
NOTE
[1] Elisabeth Bumiller, “Calling for Restraint, Pentagon Faces Test of Influence With Ally,” The New York Times, 29 gennaio 2011; le parole di Indyk sono le seguenti: “Ci dobbiamo concentrare, ora, nell’ottenere che i militari adottino una posizione in cui possano controllare la situazione, finché una leadership politica legittima e moderata emerga.”
[2] Attila Somfalvi, “Natanyahu: Democratic Egypt no threat,” Yedioth Ahronoth, 2 febbraio 2011.
[3] Ibid.
[4] Adrian Croft, “US sees Suez Canal closure as inconceivable,” eds. Peter Griffiths and Elizabeth Fullerton, Reuters, 1° febbraio 2011.
[5] Norman Podhoretz, “Stopping Iran: Why the Case for Military Action Still Stands,” Commentary Magazine, vol.125, no. 2, (febbraio 2008): pp.11-19.
[6] “Church in flames in Egypt’s Sinai: witness,” Agence France-Presse (AFP), 6 febbraio 2011.
[7] “Senior US envoy presses for democracy in Tunisia,” Agence France-Presse (AFP), 24 gennaio 2011.

Egitto: L’operazione segreta d’intelligence degli Stati Uniti

08/02/2011
By admin
Michel Chossudovsky Mondialisation 7 febbraio 2011
L’inviato di Obama in Egitto, Frank G. Wisner II, Wisner II, è il figlio del genio dietro il rovesciamento di Mohammed Mossadegh in Iran nel 1953, un colpo di stato finanziato dalla CIA.
Un  misterioso inviato statunitense, il diplomatico in  pensione Frank G. Wisner II, è stato inviato al Cairo il 31 gennaio, per per accelerare gli incontri ad alto livello con Hosni Mubarak, al culmine dei disaccordi.
Frank G. e Hosni erano amici intimi negli anni ‘80, quando Frank G. Wisner era stato ambasciatore in Egitto (1986-1991). Wisner è stato ambasciatore al culmine della Guerra del Golfo. Ha giocato un ruolo chiave nei negoziati che hanno portato alla convenzione del 1991, con la quale l’Egitto si è impegnato non solo a partecipare alla guerra del Golfo contro l’Iraq, ma anche ad attuare riforme macroeconomiche devastanti, sotto la direzione del Fondo monetario internazionale (FMI). Questo accordo del 1991 è stato dettato da Washington e manipolato direttamente dall’ambasciata degli Stati Uniti al Cairo.
Frank G. Wisner era stato inviato in Egitto su esplicita richiesta del presidente Obama “per negoziare un accordo sull’ondata di proteste“. I suoi colloqui con il presidente dell’Egitto erano un preludio al discorso di Mubarak del 1 febbraio, dove ha confermato che non si sarebbe dimesso della presidenza prima delle elezioni previste per l’autunno 2011. In una dichiarazione pubblica, il signor Wisner ha confermato che Mubarak dovrebbe avere il diritto di rimanere in carica. La Casa Bianca ha poi precisato che ciò non rispecchia la politica statunitense e che la dichiarazione è stata fatta da Wisner in via individuale.
Gli incontri a porte chiuse tra Wisner e Mubarak erano parte di un programma d’intelligence. Washington non aveva alcuna intenzione di esercitare pressioni per risolvere il problema delle proteste. La sua priorità era il cambiamento di regime. Il mandato di Wisner era quello di ordinare a Mubarak di non dimettersi, e quindi contribuire a provocare un clima di caos sociale e di incertezza, per non menzionare la destabilizzazione deliberata del Sistema monetario egiziano, causando una fuga di capitali per miliardi di dollari.
Frank. G. Wisner II non è un normale diplomatico statunitense. E’ un membro di una ben nota famiglia della CIA, cioè  il figlio di una delle spie più famose negli Stati Uniti, il fu Frank Gardiner Wisner (1909 – 1965).
Wisner Senior ha diretto l’OSS (Office of Strategic Services), nell’Europa del sud-est durante la Seconda Guerra Mondiale. Durante la guerra, fu responsabile di molte operazioni di intelligence, che hanno, in molti modi, istituito il modus operandi della CIA. Le sue responsabilità comprendevano propaganda, sabotaggio, disinformazione mediatica, ecc. Fu l’architetto dell’operazione Mockingbird, un programma della CIA volto a infiltrare i media statunitensi e stranieri.
Nel 1952, Wisner divenne capo della Direzione dei Piani della CIA, e Richard Helms era il suo capo delle operazioni. (Vedasi Frank Wisner – Wikipedia, l’enciclopedia libera). E’ stato anche la mente del colpo di stato finanziato dalla CIA che rovesciò il governo di Mohammed Mossadegh in Iran, spianando la strada alla restaurazione di Mohammad Reza Shah Pahlavi a “Imperatore” e capo del governo fantoccio.
 
Michel Chossudovsky è Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione e professore emerito di economia all’Università di Ottawa. E’ autore di ‘Guerra e globalizzazione, la verità dietro l’11 settembre’ e ‘La globalizzazione della povertà e il Nuovo Ordine Mondiale’ (best-seller internazionale pubblicato in 12 lingue).

Lettera aperta del Mullah Omar alla Shanghai Cooperation Organization

05/02/2011
By admin
Messaggio per l’Eid del Mullah Omar 
Mullah Mohammad Omar Mujahid
Amir-ul-Momineen Mullah Mohammad Omar 19 settembre 2009
Messaggio di felicitazione di Amir-ul-Momineen in occasione della Eid-ul-Fitr
Lode ad Allah, che ha esaltato l’Islam e i musulmani e battuto il politeismo e i politeisti. La pace sia sul leader dei Mujahidin, il nobile degli Apostoli e dei messaggeri e la pace sia su suoi discendenti, i compagni e tutti coloro che seguono la sua guida.
Detto questo, vorrei precisare: Allah Onnipotente dice: “Dì: Veramente la mia preghiera e il mio servizio di sacrificio. La mia vita e la mia morte sono (tutte) per Allah, il più Caritatevole dei Mondi“. 6:162.
Estendo le mie felicitazioni di cuore a tutti gli eroici mujaheddin, le persone pie, le famiglie dei santi martiri della prima linea dell’Islam e a tutta l’Ummah islamica, in occasione della Eid-ul-fitre e congratularmi con loro per aver effettuato il sacro obbligo del digiuno. Prego Allah, di accettare al suo cospetto tutti i culti e sacrifici che hanno offerto. Possa Allah far passare questi giorni di amore, di fraternità e di gioia in un clima di felicità, prosperità e vittoria sul nemico invasore. Mi congratulo con tutti voi per le vittorie storiche raggiunte dalla prima linea onorevole del Jihad di questo anno. Possa Allah accettare il martirio dei martiri e le lotte dei Mujahideen in questo percorso benedetto e santo.
Approfittando di questa opportunità, ho ritenuto necessario presentare i seguenti punti prima di tutto:
a) Rassicuro il nostro popolo coraggioso e i valorosi mujaheddin che i piani del colonialismo globale per l’occupazione di Afghanistan sta fallendo a causa del vostro estremo sacrificio. Nel corso degli ultimi otto anni, la NATO, sotto la guida dei militaristi del Pentagono, ha attuato una politica di brutalità e atrocità, sperando di soggiogare il popolo coraggioso dell’Afghanistan con la vana potenza militare. Hanno usato la loro tecnologia sofisticata e all’avanguardia, comprese le armi chimiche al fine di raggiungere questo fine, centinaia di impiegati dei centri di propaganda e speso miliardi di dollari per ritrarre un’immagine del loro potere militare in modo gradevole e per terrorizzare i loro oppositori. Ma tutte queste attività anti-umane non potranno dar loro il successo. Con il passare del tempo, la resistenza e il movimento Jihadista, come un robusto movimento islamico e nazionalista, ha assunto la forma di un movimento popolare e si avvicina alla vittoria.
Gli invasori dovrebbero studiare la storia dell’Afghanistan dai tempi dell’aggressione di Alessandro, dal Gange del tempo antico e fino ad oggi, e dovrebbero trarne lezione. Eppure, se si ostinano a ignorare la storia, allora vedano con i loro occhi, gli eventi degli ultimi otto anni. Hanno ottenuto qualche cosa negli ultimi otto anni? Anche se non sono pronti a rivedere perdite e benefici di questi anni, almeno, dovrebbero riflettere sulle conseguenze delle vaste operazioni lanciate sotto il nome di khanjar, “spada” e artiglio della pantera. Che cosa hanno ottenuto? Non è questa vergogna e storica sconfitta sufficiente per loro (per apprendere delle lezioni)?
Anche se i media ipocriti hanno mantenuto il loro pubblico ignaro dei fatti, i loro governi sono ben consapevoli della realtà sul suolo, delle tentissime perdite e del morale in ceduta dei loro soldati. Più il nemico aumenta le forze, più essi si troveranno ad affrontare una sconfitta inequivocabile in Afghanistan.
È chiaro dalle dichiarazioni delle fonti militari della Nato e dell’America, e che le informazioni comunicate dai soldati catturati, che le perdite materiali e di vite degli invasori sono parecchie volte superiori a ciò che essi riconoscono. Tuttavia, la politica che hanno adottato prolunga solo la crisi attuale, ma non potrà mai risolverla. Questo perché la presenza di truppe straniere in Afghanistan e l’invasione è di per sé un problema, non una soluzione, perfino un grosso problema a se stante.
La corruzione dilagante nell’amministrazione surrogata di Kabul, l’appropriazione indebita, traffico di droga, l’esistenza di reti mafiose, la rete autoritaria della tirannia dei signori della guerra, e la diffusione e l’aumento dei centri di oscenità s’è materializzata come precedentemente previsto dai piani, sono parte delle ambizioni coloniali e degli accordi cospiratori. Questo ha spinto le persone ad affrontare la povertà, la fame e la disoccupazione fino a essere costretti a vendere i loro figli.
Nonostante i crimini degli invasori, con un’altra sfacciata atrocità hanno imposto una gestione corrotta di tirapiedi sul popolo, ancora una volta col pretesto delle cosiddette elezioni che sono state piene di frodi e menzogne, e che sono state categoricamente respinte dal popolo. E’ molto naturale che il popolo coraggioso e libero non sia pronto ad accettare i risultati di queste elezioni illegittime. Pertanto, prima di tutto, la questione della esistenza delle forze di invasione del Paese dovrebbe essere risolta e l’Afghanistan deve trovare il suo posto come paese sovrano sulla mappa del mondo. I problemi interni tra gli afghani possono essere risolti, ma in circostanze di occupazione, (i nostri)  interessi nazionali e islamici sono sotto l’ombra degli interessi degli stranieri, e i nostri interessi nazionali e islamici sono facilmente preda degli interessi e delle cospirazioni del colonialismo globale.
Il nostro obiettivo è ottenere l’indipendenza del paese e creare un sistema islamico proprio qui, sulla base delle aspirazioni della nazione musulmana. Possiamo prendere in considerazione qualsiasi opzione che potrebbe portare al raggiungimento di questo obiettivo. Abbiamo lasciato aperte tutte le opzioni e le modalità per tale fine. Tuttavia, questo sarà possibile solo quando il paese sarà libero dal calpestio marciante delle forze d’invasione ed avrà ottenuto l’indipendenza.
b) L’Emirato Islamico dell’Afghanistan vuole che i veri figli di questa terra debbano partecipare nel al governo e nella costruzione del, in seguito al ritiro delle forze straniere dall’Afghanistan – perché il lavoro di riabilitazione, economico, politico, educativo e culturale del paese non può andare avanti così senza la partecipazione di afghani sinceri, professionali ed esperti.  Fortunatamente, un gran numero di nostri  quadri musulmani indipendenti, professionali e con esperienza, siano essi all’interno o all’esterno del paese, non si sono sottomessi all’attuale occupazione, né accettato l’amministrazione risultata dall’occupazione. Sostengono un governo indipendente, libero e islamici nel paese.
L’Emirato Islamico dell’Afghanistan ha piani distinti e utili per il futuro dell’Afghanistan, sotto l’ombra del giusto sistema sociale dell’Islam, dopo il ritiro delle forze straniere. Essi comprendono la riabilitazione delle infrastrutture socio-economiche, l’avanzamento e lo sviluppo del settore educativo, industrializzazione del paese e sviluppo dell’agricoltura.
c) L’Emirato Islamico d’Afghanistan invita tutti coloro che lavorano nell’amministrazione surrogata di Kabul e puntellano il colonialismo globale sol loro essere lì di smettere di opporvi alla vostra religione, nazione e popolo. I colonialisti stranieri prendono forza dalla bracce afghane e continuano la loro occupazione del nostro paese. Questi brutali invasori hanno calpestato tutti i nostri valori islamici, ma il lavoro di diffusione e di diffusione del cristianesimo nel quadro di un piano già preparato; saccheggiano le nostre risorse naturali, sotto uno nome e un altro, e sottomettono il nostro paese a dei prestiti dai pesanti oneri. L’Emirato islamico ha lasciato una porta di sicurezza aperta per chiunque sia andato sulla via del tradimento del paese e del popolo.
Tutti dovrebbero ricordare che l’attuale rivoluzione popolare islamica contro gli invasori evolve come una fiumana potente. Chiunque scelga di resistervi sarà egli stesso spazzato via. Atrocità, torture, brutalità, cospirazioni, coalizioni, forze straniere e mercenarie non possono scagliare pietre che facciano inciampare questo robusto movimento Jihadista. E’ meglio stare a fianco del vostro popolo per adempiere all’obbligo richiesto dalla fede e ottenere un onore storico, in particolare gli ex mujaheddin che ora lavorano nell’amministrazione fantoccio, devono mondarsi da questa loro infamia unendosi alle fila del Jihad e abbandonare le file dei non credenti.
d) L’Emirato Islamico (EI) crede nella riforma sociale e interna, nonché in iniziative positive nel contesto della Sharia. L’EI è consapevole delle discrepanze. Pertanto, obbliga tutti i mujaheddin a rispettare rigorosamente le norme e i regolamenti in modo che tutti i Mujahideen continuino a condurre il Jihad come figli sinceri del paese, per la prosperità delle masse nel quadro della Sharia islamica. Così, essi diventeranno sia veri protettori della prima linea dell’indipendenza che i rappresentanti dei fondamentali bisogni del popolo.
L’Emirato Islamico considera l’epurazione delle proprie file e l’auto-responsabilizzazione un obbligo eterno e necessario.
Il nemico ha affrontato la sconfitta sul campo della battaglia e non è lontano la via che gli farà  ingoiare il veleno amaro di una sconfitta totale. Ma come ultima tattica, sta cercando di diffondere semi di discordia e divisione nella nazione per trasformare la sconfitta in vittoria. Lode ad Allah, l’Altissimo, che il nemico è di fronte a un fiasco nei suoi sforzi ipocriti. Il popolo che ama l’Islam ed ama il paese, considera un obbligo religioso mantenere l’unità e assistere i Mujahideen. Vedono l’indipendenza del caro paese come il loro diritto legittimo e credono che i media occidentali servono solo come un altoparlante del Pentagono. Non saranno mai indotti in errore dalla loro fatua propaganda. L’affinità, la simpatia e il fascino delle persone giocano un grande ruolo nell’avanzata senza precedenti dei Mujahidin. Lode ad Allah, l’incanto del popolo e le sue affinità crescono di giorno in giorno. Pertanto, i mujaheddin non devono pensare di essere una entità separata dal popolo. Dovrebbero proteggere la proprietà, la vita e l’onore e fermare quelli che, sotto il nome di Mujahideen, vogliono violare la vita la proprietà e l’onore del popolo – prontamente dalla provocazione del nemico. Allo stesso modo, i Mujahideen dovrebbero concentrarsi sulla educazione islamica delle masse, in modo che esso volontariamente partecipi al Jihad di persona e con la ricchezza. Le persone dovrebbero essere consapevoli di evitare di essere ingannati dai  vuoti trucchi di alcuni comandanti militari o dalla dichiarazione di un comandante militare britannico, che dice che sarebbe rimasto in Afghanistan per quaranta anni.
Vorremmo far notare che abbiamo combattuto contro gli invasori inglesi per ottanta anni, nel 1839-1919 e, infine, abbia avuto l’indipendenza sconfiggendo la Gran Bretagna. Oggi abbiamo una forte determinazione e addestramento militare, e armi efficaci. Ancora di più, abbiamo la preparazione per una lunga guerra e la situazione regionale è a nostro favore. Pertanto, continueremo il jihad fino a quando non otterremo l’indipendenza e la forza degli invasori si ritiri.
Quando abbiamo notificato a tutti riguardo allo slancio e impulso senza precedenti della resistenza, nella nostra dichiarazione precedente, non erano solo vuote parole propagandistiche. Tutti sono testimoni del movimento in azione. Mettiamo in guardia, ancora una volta, che le nostre conseguenti operazioni aggressive saranno caratterizzate da tattiche efficaci, che entreranno in una fase in cui il nemico avrà numerose vittime e sconfitte continue, se Dio vuole.
e) L’Emirato Islamico d’Afghanistan vuole mantenere buone e positive relazioni con tutti i vicini, basandosi sul rispetto reciproco e aprendo un nuovo capitolo di buon vicinato di mutua collaborazione e sviluppo economico.
Noi consideriamo l’intera regione come una casa comune contro il colonialismo e vuole giocare il nostro ruolo nella pace e stabilità della regione. Assicuriamo tutti i paesi che l’Emirato Islamico dell’Afghanistan, come una forza responsabile, non estenderà la sua mano per causare pericoli agli altri, come non permetterà ad altri di mettere in pericolo noi.
Vorremmo dire, noi siamo vittime della propaganda dei media del nemico. Questo ha creato dei dubbi tra noi e un certo numero di paesi del mondo. Hanno torto a dipingerci come una forza contraria all’istruzione e ai diritti delle donne. Ci hanno anche accusato di essere una minaccia per i paesi del mondo. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan vuole sgombrare il campo da tutti questi dubbi, fornendo un clima favorevole disponibile. L’Emirato Islamico dell’Afghanistan invita l’opinione pubblica dell’Occidente a non essere ingannate dalle affermazioni di Obama, che dice che la guerra in Afghanistan è una guerra  necessaria. L’Occidente non ha bisogno di questa guerra. Questa guerra, infatti, è iniziata per motivi clandestini, per ragioni infondate. L’umanità, nel suo complesso, ne soffre le conseguenze negative. La crisi economica globale, l’instabilità, la mancanza di fiducia e la violazione delle norme internazionali sono il risultato delle politiche infondate (di questa guerra).
Il pubblico dell’Occidente non deve neppure essere ingannato dalle affermazioni del Segretario generale della NATO e dal primo ministro britannico, che sostengono la guerra in Afghanistan è per la difesa dell’Occidente. Tali espressioni ingannevoli e prive di fondamento non devono confondere. Questi sono solo sforzi demagogici dei vostri governanti, volti a giustificare questa guerra illegale e lunga imposta in violazione a tutti i principi internazionali. Nessun paese al mondo ha diritto di immischiarsi negli affari interni del paese confinante, secondo i moderni principi internazionali. L’arrogante potenza-in-sè della Casa Bianca e il suo alleato britannico, dovrebbero conoscere che la loro interferenza da migliaia di chilometri di distanza non sarà mai accettabile per i paesi della regione e non potrà mai essere tollerata. I piani dell’espansionismo coloniale che sono in corso nella regione, sotto lo slogan della famosa e illegale guerra al terrorismo è, in realtà, un tentativo contro i valori umani universali, la giustizia, la pace, la distribuzione equa delle risorse e l’indipendenza – un tentativo di provocare alterazioni dei veri rappresentanti delle aspirazioni del popolo, sotto l’uno o l’altro nome. Tutti i paesi, in particolare i paesi islamici, i nostri vicini, i paesi più potenti, il movimento dei paesi non allineati, sentano e svolgano il loro ruolo storico.
Esorto la Ummah islamica, in particolare le organizzazioni islamiche e Jihadiste a restare consapevoli dei complotti del nemico, abbandonare le differenze interne e iniziare una lotta concertata e globale per la difesa e la libertà della oppressa e occupata Ummah.
Per concludere, invito tutti i musulmani timorati di Dio, mentre loro stessi condividono la gioia e la felicità di questa occasione con le loro famiglie, non dovrebbero dimenticare le vedove, gli orfani dei martiri e le madri che hanno perso i loro figli. Sono i martiri che hanno dato la vita contro il blocco degli infedeli per l’istituzione del sistema islamico. Allo stesso modo, non dimenticate le famiglie di quelle vittime afghane, tra cui vecchi, giovani, donne, bambini che sono stati martirizzati a causa del bombardamento cieco degli invasori e che non sono più tra voi.
Infine, la mia felicitazione va a voi in occasione della Eid-ul-Fitre, augurandovi l’indipendenza.
- Sperando e pregando per l’ottenimento dell’indipendenza e della creazione di un completo sistema islamico.
Mullah Mohammad Omar Mujahid

Amir-ul-Momineen
Il Servo dell’Islam
Fonte: Uruknet
Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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