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Thursday, May 26, 2011

Le rivoluzioni arabe come schema anti-Cina


Vitalij Bilan New Eastern Outlook 01.05.2011
Possiamo, naturalmente, trovare le nostre cause oggettive sociali ed economiche in qualsiasi processo. Diversi analisti ne hanno già individuato un gran numero nelle cosiddette “rivoluzioni arabe.” Tuttavia, se guardiamo la situazione da un punto di vista globale, vedremo che le cose diverranno ulteriormente più chiare, quanto più apparirà la loro piega anti-Cina.
Un nuovo “Grande Gioco
Cominciamo con un po’ di storia. Il 20° secolo fu un periodo di concorrenza tra gli imperi britannico e russo per il controllo dell’Asia Centrale. Gli storici occidentali lo conoscono come il Grande Gioco. IlTorneo delle Ombre è stata la scelta del termine, in Russia, sotto la mano leggera dell’allora ministro degli esteri, conte Nesselrode, perché mai la questione raggiunse il punto dello scontro militare diretto.
Il “Grande Gioco” fu reso popolare da l’autore britannico Richard Kipling nel suo romanzo Kim: “Adesso voglio andare lontano nel nord, a giocare al Grande Gioco.” I tempi sono ormai cambiati, tuttavia. Se Kipling fosse vivo oggi, probabilmente direbbe “Est” invece di “Nord“, perché il rivale dei capi della geopolitica anglosassone, è ora la Cina, non la Russia.
Dopo tutto, nel loro entusiasmo per la lotta contro l’Unione Sovietica, e poi nella gioia per la vittoria nel 1990, gli statunitensi dimenticarono lo sprint della Cina sul Terzo Mondo quale superpotenza. Secondo alcune previsioni, la Cina potrebbe diventare il leader mondiale nella produzione industriale entro il 2015. Anche prima, entro il 2012, il mercato azionario cinese supererà Wall Street e prenderà il primo posto nel mondo.
Per inciso, Pechino sta procedendo anche ideologicamente. La Cina attualmente sta sviluppando la propria “ideologia” di stampo eurasiatica, che sta gradualmente esautorando il comunismo, che è sempre più in contrasto con la realtà.
Le ambizioni ideologiche della Cina
Il concetto di “nazione cinese” è stato sviluppato al 1° Congresso Nazionale del Partito Comunista della Cina, nel novembre 2002. Questo Congresso ha anche stabilito l’obiettivo di elevare e promuovere lo spirito nazionale, facendone  di fatto un obiettivo strategico e, soprattutto, una condizione indispensabile per la sopravvivenza della nazione cinese e, quindi, dello stato cinese.
Abbiamo bisogno di esaminare più da vicino questo concetto, perché molte delle sue disposizioni sono molto interessanti dal punto di vista delle moderne pubbliche relazioni geopolitiche.
In particolare, della storia cinese che va oltre il gruppo etnico Han, includendo popoli che sono stati soggetti ai cinesi, almeno per un breve periodo di tempo (ad esempio, tuvani, kazaki e kirghisi), così come i popoli che conquistarono la Cina (gli jurchen, mongoli e manciù).
E’ la versione cinese dell’Eurasiatismo russo!
Di conseguenza, gli attuali storici cinesi attribuiscono le acquisizioni territoriali della Cina alle conquiste da parte di Stati non-Han (per esempio la Mongolia e la Manciuria). Così, l’eroe nazionale della Cina non è altro che Gengis Khan. Nell’epoca delle ideologie postmoderne, nessuno è interessato al fatto che la parte che ha giocato in Cina, era in realtà quella di un invasore brutale. La realtà non è importante. Ciò che è importante nell’ideologia Eurasiatista della Cina è che, l’impero mongolo, che ha raggiunto gli attuali confini dell’Unione europea tra il 1300 e il 1500, è ora dichiarato  uno stato cinese (il “gancio” storico è che i mongoli fondarono ufficialmente la propria dinastia Yuan in Cina, che per inciso, fu rovesciata dai cinesi nel 1368).
Questa interpretazione del “mito” storico permette alla Cina di avere piani di vasta portata per quasi tutta l’Eurasia(e non solo).
Una nuova “conga line
La Casa Bianca, naturalmente, sa che il successo economico della Cina, che è sostenuta da un solido mito ideologico, può portare a un cambiamento nella leadership geopolitica. Per evitare ciò, sembra che Washington abbia recentemente sviluppato un nuovo sistema di deterrenza simile a alla politica di deterrenza antisovietica sviluppata negli anni ’40 da George Kennan e dalla famosa “linea conga” anti-sovietica di Cohen e Kissinger.
Possiamo individuare tre elementi chiave della strategia di deterrenza anti-cinese in corso.
In primo luogo, vi è la Russia, cui è data una certa carta bianca nel territorio post-sovietico, e che gli strateghi statunitensi pensano come  componente chiave della nuova linea conga anti-Cina. Washington capisce che il restauro di qualcosa come l’ex Unione Sovietica possa presentare una minaccia, reale o meno, alla Cina, e la presenza di una tale enorme entità ai confini della Cina, potrebbe rendere più malleabile Pechino.
I giochi si svolgono nella cosiddetta “civiltà turca“, che può essere considerata come un secondo schema anti-Cina.
Nel suo famoso articolo The Clash of Civilizations, Samuel Huntington, che era il direttore della John M. Olin Institute for Strategic Studies dell’Università di Harvard, in modo assai prudente, cauto e un po’ casualmente, espunse la civiltà “turca” tra dai mondi ortodosso, confuciano e islamico. Incidentalmente, egli stesso si contraddisse col fatto che: il suo criterio primario per la definizione di civiltà era la religione, e non c’è nessuna religione turca.
Come nota tra parentesi, per tutto gli anni ’90 ad Ankara è stata entusiasticamente impegnata nel ricreare il mondo turco nell’area post-sovietica. Autonominandosi stato-fratello maggiore turco (agabeylik), il presidente turco Halil Turgut Özal dichiarò che il mondo turco avrebbe assunto una posizione dominante in Eurasia, “dalla Grande Muraglia della Cina ai Balcani“.
Quello stesso anno, il Ministro degli esteri turco istituì l’Agenzia di Sviluppo e Cooperazione Internazionale turca, che fu responsabile di tutte le relazioni della Turchia con gli stati turchi e le popolazioni turche delle ex repubbliche sovietiche.
Apparentemente, oggi stiamo assistendo alla formazione del terzo e forse principale componente della linea conga anti-cinese -l’elemento islamico.
Giochi pericolosi sulla scacchiera eurasiatica
Zbigniew Brzezinski, una volta espresse il pensiero che dopo aver distrutto l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avrebbero dovuto organizzare una guerra tra la Cina e i fondamentalisti islamici sul retaggio post-sovietico, in modo che le due parti si indebolissero a vicenda, per quanto possibile.
Naturalmente, in primo luogo è necessario rendere possibile che i fondamentalisti prendano il potere. Per paradossale che possa sembrare, la posizione di principale ostacolo sulla loro strada sono i regimi autoritari  arabi che, come gruppo, sono leali verso l’Occidente.
Così, sfruttando problemi oggettivi  economici e sociali nella regione, e la rimozione dei leader carismatici dal potere, con il pretesto delle “rivoluzioni“, il Grande Medio Oriente può essere destabilizzato e creando le condizioni per la nascita di una nuova regione del mondo.
Secondo il piano messo a punto dagli strateghi di Washington, questa “regione” islamizzata, in un primo tempo aderirà e poi inghiottirà, la maggior parte del de-ideologizzato mondo post-sovietica e turco, che prima o poi, inevitabilmente entrerà in conflitto con il mondo cinese per le risorse centro-asiatiche.
Con ciò hanno intenzione di prendere due piccioni con una fava: indebolire la Cina e spostare il bersaglio dell’aggressione del mondo islamico dall’ovest all’ est.
Ma  l’Occidente, è in maniera troppo arrogante sulla “strada araba“, e farà si che Golem geopolitico anti-Cinese si “volterà” contro il suo creatore? Questa è la grande domanda.
Vitalij Nikolaevic Bilan è esperto di Medio Oriente. Questo articolo è stato scritto espressamente per New Eastern Outlook.
Traduzione di Alessandro Lattanzio
Aurora03.da.ru

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