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Wednesday, November 23, 2011

Dalla Libia al Corno d’Africa – scontro fra USA e Cina per il continente africano



Dalla Libia al Corno d’Africa – scontro fra USA e Cina per il continente africano
Nabil Naili as-Safir
Traduzione di Roberto Iannuzzi - Medarabnews
Nabil Naili è un ricercatore presso l’Università di Parigi; ha concentrato i suoi studi sul pensiero strategico americano
Sebbene apparentemente assuma la forma del coordinamento di sicurezza con il pretesto della “lotta al terrorismo”, in realtà la penetrazione americana in Africa va ben al di là di ciò, consistendo in una strategia imperiale che ambisce al controllo delle risorse naturali e delle aree di importanza geostrategica – scrive l’analista Nabil Naili
Ho autorizzato il dispiegamento di un piccolo numero di forze americane in assetto da combattimento in Africa centrale, per fornire assistenza alle forze regionali che cercano di eliminare Joseph Kony dal campo di battaglia…ritengo che il dispiegamento di queste forze armate USA rafforzi la sicurezza nazionale americana, garantisca i nostri interessi strategici, e vada a sostegno della nostra politica estera”. Questo è un estratto del messaggio inviato da Obama al Congresso USA.
Lo scorso 14 ottobre il presidente americano di origini africane Barak Obama – premio Nobel per la “pace” – ha annunciato la sua intenzione di inviare 100 soldati americani “in assetto da combattimento” in Uganda. Questa decisione rientra nel quadro del piano annunciato nel 2009 e finalizzato a “disarmare” la milizia dell’Esercito del Signore (Lord’s Resistence Army – LRA), perlomeno nella sua forma ufficiale. Per giustificare questa mossa controversa e ribadire il suo fermo intento di non trascinare in ulteriori missioni le forze americane attualmente impantanate nel “cimitero degli imperi”, l’Afghanistan, o prossime a “ritirarsi” dall’Iraq semplicemente per ridispiegarsi in Kuwait, negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, o in altri teatri per diversi scopi, Obama ha dichiarato di far ciò solo per “supportare le forze regionali che sono alle calcagna di Joseph Kony e di altri importanti leader ribelli dell’LRA coinvolti in omicidi, stupri e sequestri di migliaia di persone nei paesi dell’Africa”. Egli ha sostenuto che “le forze americane, sebbene siano forze combattenti, si limiteranno a fornire informazioni, consulenza e assistenza alle forze dei paesi interessati, senza prendere parte ai combattimenti con l’LRA, a meno che non sia strettamente necessario o dovuto a ragioni di autodifesa”. L’amministrazione americana intende anche inviare nei prossimi mesi forze combattenti nel Sud Sudan, nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo, “previo consenso da parte dei paesi ospitanti interessati” – come se questi paesi fossero in grado di prendere decisioni sovrane, osando rifiutare l’offerta americana, o anche soltanto metterla in discussione.
Nel frattempo la risoluzione 2016 del Consiglio di Sicurezza ha sancito la fine dell’operazione “Unified Protector” in Libia – sebbene alcuni leader del Consiglio nazionale transitorio libico avessero implorato il prolungamento della missione almeno fino alla fine dell’anno. Tuttavia, malgrado l’affermazione del segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen secondo cui “la nostra missione militare si è conclusa…abbiamo adempiuto allo storico mandato delle Nazioni Unite di proteggere il popolo libico” (egli ha anche aggiunto che la missione “Unified Protector è una delle operazioni di maggior successo nella storia dell’Alleanza atlantica”), a poco a poco stanno emergendo le dimensioni dell’attacco americano al continente africano finalizzato a mettere le mani sulle sue risorse, ad assicurare a Washington il pieno controllo delle fonti energetiche, ed a togliere di mezzo il gigante cinese.
Sebbene gli analisti della stampa americana si siano spinti a definire la decisione del presidente Obama “molto strana”, “sconcertante” e “singolare”, chi conosce i metodi della politica estera americana a partire dal 1945 non giunge affatto ad utilizzare le stesse definizioni. Si consideri l’esempio del Vietnam. Quando la priorità divenne quella di contenere l’influenza cinese e “proteggere” l’Indonesia, che il presidente Nixon definiva come “il più ricco serbatoio di risorse naturali della regione”, il Vietnam pagò con tre milioni di vittime e con la distruzione e l’inquinamento dei propri territori per far sì che gli Stati Uniti realizzassero i propri obiettivi strategici. L’invasione americana di altri paesi non ha fatto eccezione a questa regola, né ha fatto a meno degli stessi pretesti dell’“autodifesa” o dell’“intervento umanitario”, continuando a far scorrere fiumi di sangue dall’America Latina all’Afghanistan, passando per l’Iraq e poi per la Libia – perfino dopo che simili asserzioni erano state smascherate, e simili giustificazioni svuotate di ogni contenuto.
Dice Obama: la “missione umanitaria delle nostre forze” consiste nel sostenere il governo ugandese affinché sconfigga le forze dell’LRA che hanno “massacrato, violentato e rapito decine di migliaia di uomini, donne e bambini nella Repubblica Centrafricana”. Queste atrocità compiute dall’LRA non sono meno feroci di quelle compiute dagli stessi Stati Uniti laddove hanno operato le loro forze – come il bagno di sangue seguito all’assassinio del rivoluzionario Patrice Lumumba, orchestrato dalla CIA, o il golpe organizzato che portò al potere il tiranno Mobutu Sese Seko.
L’ipocrisia del presidente americano tocca però nuovi picchi quando si ostina a volerci convincere che “il dispiegamento di queste forze armate americane” rafforzerà “la sicurezza nazionale e la politica estera americana, e costituirà un grande contributo per contrastare l’LRA”. Questa milizia infatti ha continuato a perpetrare crimini vergognosi per 24 anni senza che gli Stati Uniti battessero ciglio. Oggi che il numero dei suoi combattenti è talmente diminuito da non superare i 400 uomini, l’LRA è improvvisamente divenuto un pericolo che toglie il sonno a Obama, e una minaccia per la sicurezza dell’impero!
L’Africa, prima dell’ultimo intervento militare in Libia, era stata una “storia di successo” per la Cina. Laddove gli americani seminavano distruzione e dispiegavano i loro aerei da guerra, le loro navi e le loro basi militari, i cinesi, loro avversari nella corsa alle ricchezze naturali, e ansiosi di soddisfare la loro bramosia di fonti energetiche, costruivano dighe, ponti e infrastrutture.
La Libia era tra le maggiori fonti di approvvigionamento petrolifero della Cina. Nel momento in cui la NATO ha deciso di iniziare le operazioni militari in Libia all’insegna dell’“intervento umanitario” per proteggere i civili, la Cina è stata costretta ad evacuare oltre 30.000 operai, esperti ed ingegneri dal paese, ed il loro posto sarà preso da coloro che controlleranno le ricchezze e le risorse libiche e che si spartiranno la torta del “saccheggio programmato” della ricostruzione. Ma la cosa ancora più importante è che la NATO ha iniziato a strangolare il drago cinese e a stroncare sul nascere il suo tentativo di penetrazione in Africa.
Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti continua a cercare un paese che accolga la sede dell’AFRICOM, il comando militare americano per l’Africa, in sostituzione della città tedesca di Stoccarda. Dopo aver creato pretesti sufficienti per estendere i focolai di conflitto e le guerre a bassa intensità, dalla Somalia a Gibuti, dall’Uganda al Sud Sudan e al Niger, per finire con la Libia “liberata”, Washington riuscirà a imporre la sede dell’AFRICOM dovunque vorrà, per amore o per forza.
Sebbene gli Stati Uniti abbiano sostenuto che la creazione dell’AFRICOM rientri nel quadro degli sforzi americani per “portare la pace e la sicurezza ai popoli dell’Africa e promuovere gli obiettivi condivisi legati allo sviluppo, alla sanità, all’istruzione, alla democrazia ed alla crescita economica”, come ci aveva informato il presidente Bush nel giorno dell’annuncio ufficiale della nascita di questo comando, i veri obiettivi – che si nascondono dietro il linguaggio diplomatico americano, si celano dietro il “ruolo messianico” americano della diffusione della civiltà e del sostegno ai popoli, e prendono a pretesto ragioni di sicurezza e lo spauracchio del “terrorismo”, dell’“estremismo” e della “pirateria” – in realtà sono la protezione dei molteplici interessi vitali e geostrategici dell’impero: da quello di assicurarsi le importazioni petrolifere a quello di controllare le fonti energetiche, di mettere le mani sugli stretti marittimi di importanza strategica, e di opporsi con ogni mezzo a qualunque potenza internazionale che aspiri a competere con Washington o a minacciarne l’egemonia. Non c’è dunque da stupirsi che per questo comando siano stati stanziati bilanci sempre più importanti, che sono balzati dai 50 milioni di dollari del 2007 ai 57,5 del 2008, per raggiungere i 310 milioni nel 2009.
Michael T. Klare, autore dell’importante studio “Resource Wars: The New Landscape of Global Conflict”, continua a lanciare l’allarme sulla penetrazione americana in Africa, la quale secondo Klare innescherà nuove guerre. Sebbene apparentemente assuma la forma del coordinamento e della cooperazione di sicurezza con il pretesto della “lotta al terrorismo”, in realtà tale penetrazione va ben al di là di ciò, consistendo in una strategia imperiale che ambisce al controllo delle risorse naturali, degli accessi fluviali e delle aree di importanza geostrategica.
Allorché il petrolio africano diviene “un interesse strategico nazionale per l’America”, come ha dichiarato il vicesegretario di Stato per gli affari africani Walter Kansteiner, e allorché si scopre che gli USA “ricaveranno un quarto delle loro importazioni petrolifere dall’Africa”, come ha rivelato il rapporto Global Trends 2025, diviene chiaro il senso dell’affermazione di Gene Kretz, l’ebbro ambasciatore americano dopo che Tripoli era stata posta sotto la tutela della NATO: “Sappiamo che il petrolio è il fiore all’occhiello delle risorse naturali libiche!”.




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Il declino degli Stati Uniti
Andrea Casati 21 novembre 2011
*Andrea Casati è dottore magistrale in Relazioni Internazionali (Università di Bologna)
Nel 1987 Paul Kennedy pubblicava il suo libro “The rise and fall of the great powers”. In esso, egli presagiva che gli Stati Uniti erano destinati al declino a causa dell’eccessiva spesa militare e della conseguente diminuzione degli investimenti sulla crescita economica. Kennedy non era l’unico a esprimere una certa ansia sullo status della superpotenza del “mondo libero”; il cosiddetto declinismo, alla fine degli anni Ottanta, dominava il mondo accademico statunitense. La caduta di lì a breve del muro di Berlino, seguita dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, tuttavia, rese il declinismo démodé. Gli anni Novanta si aprivano con un panorama internazionale caratterizzato da un’omogeneità ideologica prima impensabile. In quanto unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti erano i principali beneficiari di questa situazione. Molti intellettuali e governanti statunitensi, tuttavia, cedettero alla tentazione di interpretare il “momento unipolare” in modo trionfalistico: fu così rispolverato il sogno del “Secolo americano”, cioè della trasformazione del mondo a propria immagine e somiglianza. La politica estera delle amministrazioni Clinton e Bush figlio – quest’ultima limitatamente al periodo post-9/11 – di fatto condivideva tale fine, ma differiva nella modalità della sua implementazione generale: possiamo dire che l’approccio di Clinton considerava l’allargamento democratico come naturale conseguenza dell’allargamento del capitalismo globalizzato, mentre l’approccio di George W. Bush considerava l’allargamento democratico come naturale conseguenza della rimozione di regimi oppressivi. Il fallimento di entrambi gli approcci è evidente: da un lato la Cina ha dimostrato – almeno fino a ora – che la liberalizzazione economica non porta necessariamente a una liberalizzazione politica, mentre dall’altro i casi afgano e iracheno hanno dimostrato che la democrazia non sorge spontaneamente ovunque. Dopo quasi due decenni di “complesso di superiorità”, i limiti del potere statunitense sono ritornati prepotentemente alla luce e, con essi, il declinismo è tornato di moda, tanto che potremmo dire che oggi esso pervade quasi tutte le analisi sulla posizione degli Stati Uniti nel mondo.
In parte, il rinnovato declinismo risponde ai fallimenti della politica estera sopra citata. Vi sono, tuttavia, anche degli elementi concreti che permettono di parlare di declino americano e che si riferiscono in particolare alla forza economica relativa degli Stati Uniti. L’aspetto fondamentale su cui si basa l’esercizio del potere da parte di uno Stato è infatti la sua prosperità economica. Senza la creazione di capitali all’interno della nazione, è certamente difficile creare un esercito competitivo o avere sufficiente autorevolezza per promuovere i propri interessi davanti alla comunità internazionale. Il rapporto tra potere e forza economica non è automatico; tuttavia, il ridimensionamento di quest’ultima è un campanello d’allarme per la perdita di potere di uno Stato. Sotto questo punto di vista, saremmo effettivamente tentati di dire che la distribuzione della forza economica mondiale tende verso una riduzione consistente del vantaggio che gli Stati Uniti detengono da decenni. Se confrontiamo il grafico su base annuale del PIL mondiale con quello degli Stati Uniti, notiamo che quest’ultimo contribuisce sempre meno alla ricchezza mondiale (ovviamente, in termini relativi). È ben vero che tale processo strutturale è in atto fin dalla fine della Seconda guerra mondiale. Da un decennio a questa parte, tuttavia, potremmo essere arrivati a un punto di svolta, e ciò soprattutto per una causa esterna e, in parte minore, per una causa interna.
La causa esterna si riferisce alla rapida crescita dei cosiddetti BRICS, e in particolare della Cina. Più volte in passato si è previsto il superamento dell’economia statunitense da parte di potenziali competitori economici come il Giappone; questi, tuttavia, hanno finito per fermarsi ben al di sotto degli Stati Uniti in termini di ricchezza prodotta. Vi è tuttavia una forte differenza tra questi “vecchi” competitori degli Stati Uniti e i nuovi: la maggior ampiezza della popolazione permette di mantenere bassi i costi del lavoro più a lungo e quindi dà prospettive di una più prolungata crescita economica. L’Economist Intelligence Unit prevede che il sorpasso del PIL cinese su quello americano, a parità di potere di acquisto, avverrà già nel 2016. Questo risultato storico avrà di sicuro delle ripercussioni sulla posizione relativa dei due Paesi, e l’amministrazione Obama, con la sua recente politica estera, sembra essersene accorta.
La causa interna, invece, riguarda il rallentamento della crescita economica statunitense nell’ultimo decennio, e in particolare negli ultimi tre anni. La crisi apertasi con lo scoppio della bolla immobiliare nel 2007 è considerata la peggiore dagli anni Trenta. Le sue radici – e anche la sua persistenza – sono in buona parte imputabili all’incapacità della classe politica nordamericana. La deregolamentazione finanziaria promossa fin dagli anni Ottanta e la politica monetaria seguita dalla FED nei primi anni Duemila, infatti, hanno entrambe favorito la creazione delle condizioni alla base della crisi. A crisi scoppiata, poi, le autorità politiche hanno provveduto a rimettere in salute il settore finanziario tramite la spesa pubblica e hanno tentato invano per tre anni di stimolare l’economia tramite politiche espansive; i risultati sono stati una forte crescita dell’indebitamento pubblico e un fallimento nel rilancio consistente della crescita economica. Il settore finanziario, che negli ultimi decenni ha promosso la deregolamentazione. sommergendo la politica di finanziamenti elettorali e che è il responsabile principale della crisi, ha invece visto aumentare i suoi profitti e, sempre grazie alla sua forte influenza politica, è riuscito ad impedire l’approvazione di una riforma che riporti una regolamentazione consistente nel settore. L’economia nordamericana si trova quindi ancora oggi dipendente da poche enormi istituzioni finanziarie che rimangono troppo grandi e troppo politicamente influenti per essere lasciate fallire, il che aumenta il rischio del futuro ripresentarsi di una simile crisi.
Come è evidente dal quadro descritto, questa incapacità della politica americana non ha solo un aspetto “politico-economico”, ma anche un aspetto “politico-morale”; vale a dire, essa non è dovuta solo a scelte sbagliate in materia di politica economica, ma anche – e, direi, soprattutto – a un sistema politico che permette alle corporations e agli strati più agiati della società di favorire i propri interessi sull’arena politica tramite l’iniezione di ingenti somme di denaro nei partiti e nelle candidature a essi favorite. Tale aspetto morale non è certo una novità nel sistema politico degli Stati Uniti, ma i limiti che il fenomeno una volta aveva sono stati progressivamente ridotti, col risultato che la politica appare sempre più incapace di percepire quali sono gli interessi del Paese al di là degli interessi privati promossi dai propri finanziatori. 
Come esempio di questa degenerazione politica, si considerino due recenti eventi e le loro conseguenze. Il primo evento è la sentenza della Corte Suprema Citizens United v. FEC, decisa a gennaio 2010. Essa ha proclamato che la partecipazione finanziaria delle imprese alle campagne elettorali rientra nella libertà di espressione e, di conseguenza, che le limitazioni a tale “libertà di spendere” sono incostituzionali. Come risultato, alle elezioni di midterm del 2010 si è raggiunto il massimo storico in termini di spesa elettorale da parte di gruppi esterni ai partiti, con una fortissima crescita rispetto alle precedenti elezioni analoghe del 2006. Secondo uno studio, inoltre, i candidati al Congresso che hanno vinto il seggio avevano ricevuto in media il 280% dei fondi ricevuti dai candidati perdenti. Il secondo evento è l’affermazione del movimento Tea Party alle elezioni dello stesso anno. Il Tea Party è nato come una protesta sociale della classe media bianca, religiosa e conservatrice delle suburbs contro un governo centrale percepito come distante dai propri interessi e dai propri valori. Esso, tuttavia, porta avanti un programma economico ultraliberista che favorisce le classi agiate e le grandi corporations. Non è tutto: i ‘tea partiers’ hanno applicato alla propria visione politica ed economica lo stesso tipo di fanatismo che i fondamentalisti evangelici applicano alla Bibbia. Il Partito Repubblicano – ma anche il parlamento – si trova così ostaggio di un gruppo di zeloti che ha spostato il discorso politico verso proposte economiche tanto ridicole quanto radicali, come è ben evidente nei dibattiti tra i candidati alle primarie presidenziali (si consideri come esempio il piano “9–9–9” di Herman Cain).
Insomma, possiamo dire che gli Stati Uniti si trovano di fronte a un declino strutturale anticipato dalla diminuzione dell’importanza relativa della loro economia. Tale diminuzione deriva soprattutto dalla forte crescita della Cina e di altri Paesi, ma in parte deriva anche dalla crisi economica che le autorità degli Stati Uniti hanno contribuito a creare e sembrano incapaci di risolvere. La principale ragione per questa mancanza è la degenerazione della politica americana, oggi più che mai preda di interessi economici particolari.

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