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Monday, November 21, 2011

I nomadi Hereros


I nomadi Hereros nelle foto di Sérgio Guerra

Sérgio Guerra è un fotografo di Recife trasferitosi da tempo a Luanda, dove si occupa di pubblicità e promozione di immagine. Si è spostato su tutto il territorio angolano per documentare momenti importanti della vita del paese. Il suo reportage più bello è dedicato agli Hereros, etnia sterminata dai genocidi, che vive in Namibia, Botswana e Angola.
Affascinato dalla loro cultura, Guerra ne ha raggiunto il ceppo più antico, nomade, nel sud desertico dell’Angola, e ne ha documentate le usanze con migliaia di scatti. Una selezione di immagini è stata proposta al pubblico prima a Lisbona e poi a San Paolo, con l’allestimento di Emanoel Araujo, artista e intellettuale baiano, direttore del Museu Afro Brasil di Ibirapuera. Ora la mostra si è trasferita a Brasilia.
Gli Hereros, originari del Tanganica, si sono dispersi partendo dall’area detta Calundo Candete. Parlano lingue diverse del gruppo bantu, ma sono uniti da tradizioni millenarie. Guerra, grazie alla sua curiosità tutta brasiliana per le tradizioni dell’Africa lusofona, ha stabilito con gli Hereros che ha incontrato una relazione affettiva che gli ha permesso di cogliere l’essenza della loro identità.
La ricchezza degli Hereros è il bestiame, soprattutto i buoi. Li usano per scambiarli con sacchi di fubá o di miglio, con tessuti a colori vivaci. I figli non ereditano dal padre denaro, ma buoi. Quando un figlio si sposa, o uno della famiglia muore, gli Hereros macellano un bue. Una delle loro specialità, documentata da Guerra anche in un documentario, è la tecnica per bloccare il toro a forza di braccia.
Alcuni giovani circondano l’animale, lo immobilizzano e lo atterrano. Uno gli rovescia la testa e gli pianta le corna nel terreno, mentre il resto del gruppo vigila intorno all’animale e un altro lo tiene per la coda. È una tecnica simile alla cosiddetta pega de cara praticata dai forcados nella corrida portoghese.
Data la presenza di una gran quantità di schiavi, in Portogallo e in Brasile, nei due secoli compresi tra la seconda metà del Cinquecento e la seconda metà del Settecento, non è escluso che questa abile pratica sia giunta in Portogallo con gli angolani deportati. La touradaportoghese, incruenta, inizia con le evoluzioni di un cavaliere che pianta sul dorso del toro le farpas, corrispondenti allebanderillas spagnolee si conclude con la pega.
Il primo forcado blocca la testa al toro, gli altri sei reggono l’urto e lo incalzano; l’ottavo, il rabejador, si appende alla coda dell’animale per non farlo avanzare e consente ai compagni di allontanarsi di qualche passo. Il toro, fiaccato, si ferma. Poco dopo i campinos a cavallo lo guidano con dei buoi fuori dell’arena.
La tradizione dei forcadosinizia in Portogallo nei primi dell’Ottocento. I più antichi di loro, armati di forconi di legno, tenevano lontano il toro dalle scale che portavano al palco reale. Lapega fu introdotta solo in seguitoLe immagini di Sérgio Guerra ci offrono dunque uno spunto su cui meditare, per concludere che forse, come è avvenuto in Brasile con la capoeira, un’altra pratica di origine africana si è conservata e ha messo radici nelle tradizioni europee.

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