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Sunday, December 11, 2011

I Baffi dell’impero


Il curriculum vitae di un baffuto guru del golpismo bianco
Si sta formando un fronte anti-russo anche in ambiti insospettati (il solito ambiente liberale ed anarcoide), presentando il fronte antiPutin come una orgnizzazione ‘rivoluzionaria’ di sinistra (con tanto di pugno sorosiano). Anni di fatti e spiegazioni non servono con gli asini e le quinte colonne.

Da parte sovietica c’era nei miei confronti una grande diffidenza perché mi consideravano come l’uomo di Enrico Berlinguer. Per un anno non mi venne concesso l’accredito. E in diverse occasioni i sovietici chiesero che venissi rispedito in Italia.

Facevo il giornalista e nessuno mi ha mai chiesto di fare il rappresentante di partito.

Commentavo le notizie e basta. Ci sono le prove del lavoro che ho svolto: nel ‘98 ho ricevuto un premio come miglior corrispondente estero. Un premio assegnato da una giuria di cui facevano parte molti importanti giornalisti italiani. Dubito che mi avrebbero premiato se non avessi dimostrato indipendenza di giudizio.
(Sarebbe interessante sapere chi fossero. NdC)

Dai politici sovietici non riuscivo a ottenere grandi dritte e notizie. Alcuni scoop furono regalati ai giornalisti dei giornali “borghesi”. Si preferiva così.

Io trovavo grandi difficoltà ad accedere alle informazioni più elementari. Tutti quelli che mi hanno visto lavorare in Urss lo sanno. Era una situazione particolare e delicatissima, anche dal punto di vista giornalistico.

Abitavo in via Pravda, non avevo il poliziotto sotto casa e potevo ricevere chi mi pareva. Naturalmente i miei telefoni erano sorvegliati.

Certo, per loro ero comunque un rappresentante di un “partito fratello” anche se un po’ eretico. I microfoni erano nascosti bene e nessuno aveva prove certe della loro esistenza. Anni dopo ho avuto per caso la conferma da una mia amica russa. Mi raccontò che un conoscente le chiese se conosceva Giulietto Chiesa.Lei rispose di sì, che ero un suo amico. Il suo interlocutore rispose: “Anch’io lo conosco. Ero adibito alla trascrizione dei suoi dialoghi. So tutto della sua vita, tranne com’è fatto di persona. Me lo descrivi?”.

Sono stato chiamato a lavorare a Washington e ho saputo solo dopo che le mie corrispondenze venivano tradotte in inglese e pubblicate dal Dipartimento di Stato per i suoi funzionari.
Ho trascorso un anno sabbatico all’Istituto di studi sovietici avanzati Kennan e ho tenuto un ciclo di 24 conferenze e qualche importante briefing, uno persino alla CIA.
Discutevo con assoluta libertà perché tutto quello di cui parlavo era pubblicato. Era interessante anche per me, come studioso, partecipare a questi briefing.
Tutte le ambasciate occidentali, quella americana in testa, mi avrebbero voluto a lavorare per loro a Mosca. La ragione è che, essendo io un giornalista comunista che scriveva cose inconsuete, si stupivano e credevano che avessi delle fonti speciali nel partito.

Che ci si creda o no, io non avevo nessuna informazione privilegiata. Avevo però un vantaggio straordinario.

Ero passato attraverso l’apparato del partito comunista italiano. Lo conoscevo bene. Iniziai a pensare che forse sarei riuscito a prevedere dei movimenti in Russia in base agli stessi criteri adottati in Italia.

Così fu. Anticipavo nomine e spostamenti d’incarico, indiscrezioni pubblicate con la dovuta prudenza. Indiscrezioni che non erano indiscrezioni, ma semplici analisi.

Ho anticipato le mie future memorie. E’ il libro che vorrei scrivere appena ne ho il tempo, quello sul mio periodo a Mosca.
E’ stato come vivere per vent’anni dentro un libro giallo. Non solo. Sono stato testimone delle cose più importanti che hanno sconvolto questo secolo. Io mi sono appassionato e divertito. Sono contento di esserci passato in mezzo. Molti mi hanno anche invidiato. Qualcuno adesso cerca probabilmente di rifarsi.
I memorabili eventi dell’agosto 1991
A quel punto andai alla Casa Bianca (la sede di allora del Parlamento russo, NdT). Là si era già avvertita l’emergenza. Presso il parlamento russo convergevano via via i deputati, e qualcuno fece in modo di farmi entrare. Vidi allora la prima drammatica riunione dei parlamentari», ricorda Chiesa.

«Devo dire che quando sentii dichiarare che Mikhail Gorbaciov era “gravemente malato”, pensai che non fosse ancora in vita, e che fosse stato fisicamente liquidato. Per me fu uno shock. Avevo creduto nel progetto riformatore di Gorbaciov e ritenevo che il suo successo sarebbe stato importante per tutti noi. Siccome sono un essere umano (e non solo un giornalista) mi sentivo assai coinvolto in questa storia. Mi arrovellavo sul modo in cui fare una domanda che desse fastidio, ma non mi venivano in mente idee particolari», rievoca il giornalista.
A quel punto, salirono a presiedere il tavolo della conferenza diversi membri del Comitato d’Emergenza, il cui capo era il vicepresidente Gennady Yanayev. Chiesa lo aveva conosciuto bene in passato quando ancora capeggiava la Commissione del Soviet per le Organizzazioni Giovanili. Anche Yanayev riconobbe Chiesa, e probabilmente ritenendo che questi fosse ancora il corrispondente a Mosca del quotidiano comunista l’Unità, gli diede subito la parola.
«Per me fu un vero successo. Se ricordo bene, la mia domanda fu la terza. Mi alzai in piedi e – mi creda! – fu proprio in quel momento, mentre osservavo le mani tremolanti di Yanayev, che scoprii finalmente cosa chiedere. Domandai: “e lei come sta signor Yanayev?”. Mi guardò stranamente e disse che stava bene. A quel punto gli formulai una domanda su una questione politica, dichiarando che i membri del Comitato d’Emergenza avevano violato la costituzione dell’URSS. Diede una risposta assai poco convincente, ma non finisce mica qui», racconta Chiesa. Di nuovo nel suo ufficio di corrispondente del quotidiano italiano, si sedette a sbrigare il lavoro e assisté in TV al programma “Vremya”, che aprì la trasmissione proprio con la sua domanda alla conferenza stampa. «A quel punto, compresi che il golpe era fallito. Perché quando la TV sovietica iniziava un programma come “Vremya” con la domanda “e lei come sta signor Yanayev?”, lui non sarebbe stato presidente, e perciò loro non potevano vincere. Perciò cestinai le righe già scritte e scrissi tutto un altro pezzo», rivela Chiesa.
Ma non è finita ancora. «La sera stessa andai alla Casa Bianca, che raccoglieva insieme i rappresentanti di tutte le forze democratiche. E cosa vidi? Alcuni dei presenti presero un lungo striscione di carta e scrissero a mano: “Gennà, come ti senti?”. Così, in una qualche misura, ho personalmente contribuito al fallimento del golpe», sorride Giulietto. Inoltre, è a partire da questo episodio che sono iniziati molti anni di amicizia fra Gorbaciov e Chiesa. «Capitò che Gorbaciov, mentre si trovava a Foros, ebbe l’occasione di vedere la trasmissione di “Vremya” e di assistere alla mia domanda. Quindi, dopo il suo ritorno a Mosca, nella conferenza stampa che venne trasmessa in diretta in mondovisione, ebbi per primo la parola. Trovai che fosse necessario a nome di tutti i presenti salutare Mikhail Gorbaciov, ma lui mi interruppe: “L’ho vista, sa? Lei ha fatto un’ottima domanda”». «Un anno dopo, Mikhail Gorbaciov e Raisa accettarono un invito a cena e vennero a casa mia», conclude il suo racconto Chiesa.
Il presidente del comitato per gli affari internazionali della Duma, Konstantin Kossachev, ha messo in guardia Washington contro il sostegno finanziario e diretto a certe forze politiche russe. “Inutile dire che questa affermazione non contribuisce a migliorare il clima nelle nostre relazioni“, ha detto.

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